Commento al Vangelo di domenica 9 Maggio 2021 – Comunità di Pulsano

Domenica della «dimora nella carità»

Il Padre è amore e l’amore si effonde, si dona. L’amore è presente, concreto, non una condizione astratta; è una persona: Gesù, un fatto, la redenzione, mediante l’incarnazione, la morte, la risurrezione di lui. Un fatto che non si arresta, opera sempre: la redenzione è in atto continuamente. Chi prende l’iniziativa di chiamare gli uomini a far parte del popolo dei battezzati è sempre Dio; la sua iniziativa si chiama amore (cf seconda lettura) e vuole raggiungere tutti gli uomini. Questa è la consegna che anche Gesù ha lasciato ai suoi discepoli (cf evangelo). E in questa linea deve svolgersi l’opera della Chiesa.

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Cf Is 48,20

Con voce di giubilo date il grande annunzio,

fatelo giungere ai confini del mondo:

il Signore ha liberato il suo popolo. Alleluia.

L’Antifona d’ingresso, Is 48,20 (adattato), appartiene al «Secondo Isaia» (Is 40-55) che pronuncia la sua profezia durante l’esilio babilonese (circa 550 a. C.). Il Profeta, come una squilla improvvisa e inattesa di risveglio per il popolo che era prostrato e demoralizzato, fa risuonare la Voce divina dappertutto, per annunciare nella gioia rinnovata (41,8; 44,21; Lc 1,54) che il Signore ha liberato Giacobbe servo suo, il popolo suo, verso cui l’alleanza fedele è indefettibile. Il Profeta si serve del passato profetico, che nella visuale storica vede la realtà annunciata come già avvenuta, in forza della Parola stessa che la proclama. Così la Voce divina della gioia deve diventare anche voce umana di gioia per la redenzione (v. 5; e 42,1). La patria è vicina. Così essa risuona anche in questo tempo dopo la Resurrezione, la Fonte unica del Dono dello Spirito Santo, che è la Redenzione stessa, la Libertà divina donata agli uomini (Gal 5,1; 2 Cor 3,17). Dalla Libertà dello Spirito è creato il popolo redento e santificato, popolo della divina alleanza fedele. E oggi da questo popolo esce la voce del giubilo, e lo annuncia al mondo.

Canto all’Evangelo Gv 14,23

Alleluia, alleluia.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,

e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.

Alleluia.

Nell’alleluia all’Evangelo (Gv 14,23) quell’amore verso il Signore che è stato tante volte ansiosamente richiesto da Lui stesso ai suoi discepoli (8,31; 15,10; 21,23; 1 Gv 5,3; 2 Gv 6), porta al segno tangibile: praticare la Parola da Lui portata e donata a essi. Solo allora il Padre ama i discepoli così visitati dallo Spirito Santo, quelli che dallo Spirito Santo vivono la Vita nuova. Questa è la preparazione immediata alla Venuta del Figlio (Ap 3,20; Ct 5,2), il quale promette che, venendo, porterà con sé il Padre, con il quale porrà in essi la loro augusta Dimora trasformante.

Nella liturgia della Parola di quest’ultima domenica di Pasqua, che precede l’Ascensione, l’Evangelo e la seconda lettura, entrambi di Giovanni, convergono e s’integrano perfettamente sul tema dell’amore, mentre la prima lettura ci riporta il discorso di Pietro in casa di Cornelio, dove afferma che «Dio non fa preferenze di persone» (v. 34). Dio è amore per tutti, e senza parzialità a tutti giunge il suo amore, col battesimo in nome di Gesù Cristo e col dono dello Spirito Santo.

I lettura: At 10,25-26.34-35.44-48

Già da un certo tempo alcuni cristiani d’avanguardia hanno preso contatto con i pagani e hanno perfino qualche volta, un po’ rapidamente, battezzato l’uno o l’altro di essi. Ma occorre tempo perché gli spiriti si abituino all’idea di vivere con i pagani l’avventura comune dell’evangelo.

Spinto suo malgrado dallo Spirito, Pietro abbatte il muro della separazione che, in ogni città d’oriente, si levava tra la comunità dei giudei e i pagani. È tempo, perché il Cristo è risuscitato ed è divenuto Signore: non più messia isolato di un piccolo popolo, ma Signore dell’umanità e nuovo Adamo: la redenzione non è privilegio di Israele. D’altra parte, Dio non fa selezioni; non è parziale; fa beneficiare tutti i popoli degli stessi privilegi spirituali degli apostoli.

Oggi, lo Spirito si trova là dove si è sufficientemente persuasi della portata universale della risurrezione e quindi si ha il coraggio di incontrare gli uomini di ogni convinzione, per condividere la loro ricerca di assoluto e di verità. Là dove si può sperare la conversione degli altri perché ci si è aperti ad essi. Dio non fa distinzione di persone (vv. 54-55), non guarda all’esterno (cf. 1 Sam 16, 7) — Pietro ha rifiutato ogni segno di omaggio da parte di Cornelio, in nome della comune umanità (vv. 25-26) —, ma chiunque sia retto gli è «accetto».

La salvezza è offerta a tutti (vv. 44-48): a Cesarea, in casa di questo centurione pagano, si attua una nuova pentecoste, simile a quella di Gerusalemme (cf. Atti 2,1-11; 11,15), che segna l’inizio della salvezza dei pagani; gli uomini a cui Pietro ha recato l’annuncio evangelico, certo preparati da una sincera ricerca della verità e pronti ad accogliere la fede, ricevono lo Spirito (v. 44) ed esaltano Dio (v. 46) tra lo stupore dei giudeo-cristiani. Pietro, riconoscendo i segni dello Spirito, dispone che al battesimo dello Spirito conferito da Dio si aggiunga quello dell’acqua da parte della Chiesa che così si afferma nella sua missione universale.

Nella lettura intera del testo (che si raccomanda sempre!) che recupera i tagli liturgici, Cornelio, centurione romano e pagano, di stanza a Cesarea marittima, la capitale politica della Palestina, è un uomo pio e «timorato di Dio», ossia è un proselita che aspira a farsi ebreo. Egli ha formato una famiglia religiosa come lui, anche con alcuni commilitoni. Allora riceve dall’Angelo del Signore la rivelazione che le sue preghiere e le sue elemosine sono state accolte in cielo, e che deve chiamare a sé Simone che sta a Ioppe (At 10,1-8; oggi Giaffa). D’altra parte, lo Spirito Santo in una visione di rivelazione spinge Pietro verso i pagani, in concreto proprio verso Cornelio e i suoi. Così riceve i messi di Cornelio e li segue a Cesarea (At 10,9-24). Cornelio l’accoglie e si prostra ai suoi piedi in segno d’adorazione (v. 25), ma Pietro lo fa rialzare, rifiutando tale omaggio non dovuto a lui, in quanto è uomo (v. 26). Quindi, spiegando la rivelazione divina che ha ricevuto, per cui ormai supera l’uso ebraico di evitare i contatti con i pagani, chiede il motivo della chiamata e Cornelio gliela spiega con la rivelazione divina avuta anche lui e si dichiara pronto ad “ascoltare”, ossia a obbedire a quanto Pietro ebbe dal Signore (vv. 27-33).

Pietro espone a Cornelio e ai suoi il kèrygma di Cristo Signore Risorto (vv. 34-43) ed esordisce affermando che Dio non fa differenza di persone (v. 34), ma gradisce e accetta anche tra i pagani quanti «Lo temono», ossia vogliono adorarlo e compiacerlo, e così «operano la giustizia», ossia, biblicamente, l’intervento soccorritore di misericordia verso il prossimo (v. 35). Si hanno qui i 2 principali precetti della salvezza, l’amore verso Dio e verso il prossimo (Dt 6,4-5, e Lv 19,18), che Cristo stesso aveva riproposto e riaffermato con tanta forza davanti agli Ebrei e ai suoi discepoli (Mc 12,29-31). E precisamente Cornelio era dedito alla preghiera e alle elemosine (At 10,2 e 4).

L’Apostolo allora comincia la sua esposizione su Cristo Risorto (negli accennati vv. 34-43 da leggere!). Ma ancora non aveva terminato di parlare, che «cadde lo Spirito Santo su tutti gli ascoltatori della Parola» (v. 44). L’espressione dura, “cadde”, indica il Dono dello Spirito Santo che irrompe all’istante sugli uomini dall’Alto, dal Padre. Lo Spirito Santo viene su Cornelio e sui suoi proprio perché “ascoltano”, ossia accettano e quindi obbediranno alla Parola della Resurrezione. Questo suscita lo stupore degli Ebrei fattisi cristiani, che avevano accompagnato Pietro, perché adesso «il Dono dello Spirito Santo» non è esclusivo degli Ebrei, visitati dalla Promessa antica il Giorno della Pentecoste (At 2,38): adesso anche le “nazioni” pagane ricevono il Dono supremo della Vita (v. 45). E la sorpresa è maggiore perché si verificano i medesimi fenomeni della Pentecoste, questi Romani pagani adesso parlano lingue diverse e con esse magnificano Dio (v. 46, e vedi 2,4).

Pietro è sorpreso di certo anche lui, ma è lucidamente ispirato e si chiede se qualcuno possa ormai proibire l’acqua e il battesimo a persone che ricevettero lo Spirito Santo proprio come la prima generazione della Pentecoste (v. 47). E con la sua autorità apostolica ordina che Cornelio e i suoi siano «battezzati nel Nome di Gesù Cristo» (v. 48a).

Qui si debbono annotare due fatti. Il primo di essi è che lo Spirito Santo sta in azione prima, insieme e dopo gli uomini. E così li visita anche prima del battesimo. Egli infatti viene anzitutto nelle anime degli uomini e li converte, e li spinge all’assimilazione battesimale a Cristo Morto ma Risorto. Questo va riletto a proposito del battesimo e soprattutto della santissima confermazione.

Il secondo fatto è che il Signore Risorto prescrisse ai suoi discepoli il battesimo, assoluta condizione della salvezza (Mc 16,16), con la formula trinitaria «nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19). Questa formula dalla fine del sec. 1° d. C. prevalse in assoluto in tutte le Chiese, fino ad oggi. Tuttavia negli Atti e poi in Paolo (ad esempio, 1 Cor 12,3), si trova anche l’antica formula battesimale aramaica «nel Nome di Gesù Cristo». Esiste contrasto e contraddizione tra il Signore e la Chiesa primitiva?

Non sembra. Cristo Signore inviò gli Apostoli «a tutte le nazioni, battezzandoli» (Mt 28,19; si noti il plurale, che indica le persone), alle quali si doveva dare una formula chiara e percepibile dell’Economia trinitaria della salvezza. Invece quando gli Apostoli di Gerusalemme, Ebrei che parlavano l’aramaico, battezzavano in territorio palestinese, usavano senza alcuna contraddizione con il mandato del Signore la più antica formula aramaica della fede: «Maranâ’ Išoʻ Mšihâ’!», alla lettera: «Signore [Dio, è] Gesù Cristo [Messia]!». Oggi questo è difficile da comprendere senza questa spiegazione: la fede battesimale ha come contenuto che «Signore Unico (IHVH) è questo Uomo, Gesù Cristo», Morto e Risorto. E Paolo aggiunge: Nessuno può dire «Signore, Gesù!», se non nello Spirito Santo (1 Cor 12,3). Paolo ancora usava l’arcaica formula aramaica palestinese di Gerusalemme in ambito pagano, in segno di ricomunicazione. Questo si verifica qui al v. 48. Un’altra annotazione viene dall’epilogo. Cornelio e i suoi chiedono che Pietro resti con essi per alcuni giorni (v. 48). Nei quali di certo per la prima volta fu celebrato da essi Cristo Signore Risorto nei suoi Misteri Divini.

Il brano evangelico di oggi è la continuazione della parabola della vite e dei tralci e ci presenta insieme lo sviluppo rivelativo del mistero trinitario dell’amore e il comandamento dell’amore per i discepoli chiamati amici e non più servi.

Un discorso di spiegazione dunque (per il contesto si veda Dom. V di Pasqua) che raccoglie e compone brani precedenti di tradizione orale, il quale si concentra su due domande essenziali: che significa rimanere nel Cristo? e quali sono i frutti che il Padre si attende? Tutto il discorso di Gesù ha uno scopo molto preciso: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (v. 11).

Il v. 11, anche dal punto di vista letterario, contiene l’affermazione centrale a cui tutto converge, possiamo considerarlo infatti come la chiave di lettura dell’intero brano in esame; lo scopo della rivelazione di Gesù è trasfondere la sua gioia nei discepoli.

Il tema della gioia ritornerà più ampiamente in 16,16-23 e nella preghiera dell’«ora» (17,13), dove adopera espressioni molto simili. Dio nella storia agisce da sempre per la pace, per la gioia della sua creatura: «Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – dice il Signore – progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Ger 29,11).

Il Signore non si diletta della morte dell’empio, ma vuole la sua conversione, per fargli godere la vita (cfr. Ez 33,11). Quali sono allora le caratteristiche di questa gioia: è la gioia del Cristo, non quella che l’uomo può illudersi di trovare altrove; come tutte le realtà della vita cristiana, la gioia è contemporaneamente presente e futura, già data e tesa alla pienezza; è una gioia che si ritrova nell’amore fraterno, non diversamente.

«Dio è amore … non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi… Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi» Notizie capaci di sconvolgerci, se sapessimo ascoltarle attentamente! A prenderle sul serio sono parole capaci di farci uscire fuori dalle strettoie di un cristianesimo piccino, tremebondo, uggioso, pedante, brontolone, astioso nei confronti degli altri, ecc. Dalle letture di questa domenica emerge una visione della vita cristiana estremamente positiva, ricca di colori, rasserenante, calda, animata, gioiosa, ecc.

Abbiamo un Dio per amico, «voi siete miei amici»; il Signore ci considera e ci tratta da amici; siamo stati scelti proprio per essere suoi amici, niente di meno.

Siamo di fronte a un amore gratuito, immotivato, non perdiamo tempo, accettiamolo!

Esaminiamo il brano

9 «amore» (agàpe) in Giovanni ha sempre una qualità divina. Nel brano dell’evangelo di Giovanni, pur nell’incalzare delle frasi confidenziali, nell’abbandonarsi di Gesù alle rivelazioni più struggenti e alle raccomandazioni più pressanti, possiamo riconoscere una logica rigorosa.

Da una parte, c’è l’amore del Padre verso il Figlio, che «costringe» a sua volta Gesù ad amare i discepoli.

Dall’altra, c’è l’amore di Gesù verso i discepoli, che «costringe» questi ad amarsi vicendevolmente, come Lui ci ha amati. Qualsiasi tipo di amore pensabile ha la sua origine in Dio; come l’amore per i discepoli costituisce la risposta di Gesù all’amore del Padre, così l’amore per i fratelli è la nostra risposta, inevitabile, all’amore che ci viene dato dall’alto.

«Rimanete in»: si riascolta il verbo rimanere (in greco Ménein én) che è l’espressione dominante in questa prima sezione del secondo discorso di addio; nei vv. 1-17 ricorre ben undici volte.

10-11 Condizione essenziale per rimanere nell’amore di Gesù è l’osservanza dei comandamenti e già domenica scorsa abbiamo detto come non si tratti di una permanenza romantica o mistica nell’amore, ma concreta ed esigente.

«se osserverete»: L’espressione giovannea è molto più ricca di quel che in italiano suona «osservare i comandamenti»: non si tratta di eseguire degli ordini, bensì di custodire un dono, conservare una relazione, accogliere e vivere la logica della relazione generosa. Compito dei discepoli è «custodire» (teréó) tale dono.

«i miei comandamenti»: Il vocabolo ‘comandamento’, oltre a richiamare i «Dieci comandamenti», suona un po’ troppo come ordine; l’originale greco «entolé» ha una sfumatura più delicata, che possiamo chiarire attraverso l’etimologia. Composto dalla preposizione en (= ‘in’) e dalla radice del verbo télló (= ‘mettere’), il termine corrisponde all’italiano «proposta» o – ancora meglio – all’inglese input: evoca quindi una parola che mette dentro all’ascoltatore una spinta all’azione, una raccomandazione che offre una possibilità buona di vita. I comandamenti di Gesù infatti coincidono con la proposta del suo amore e non sono imposizione esterna di precetti da eseguire con le proprie forze umane: l’amore con cui il Figlio ha amato i discepoli produce un effetto, li rende cioè capaci di fare altrettanto.

La forma plurale («i miei comandamenti») può alludere alle varie parole dette da Gesù e ai vari modi con cui egli ha mostrato di amarli. Ma certamente coincide con la formula al singolare, adoperata in precedenza, che bene riassume questa fondamentale idea giovannea: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).

«Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena»: La parola che Gesù ha rivelato ai suoi è fonte della gioia. Come comunica il «suo» amore, così trasmette anche la «sua» gioia (charà). La gioia promessa da Gesù è «la presenza del bene amato». Quando è presente, un bene amato produce gioia; chi, incontrando Gesù, lo riconosce come il vero bene, il sommo Bene, e a lui aderisce personalmente con tutto il cuore, si scopre sorpreso dalla gioia. La gioia non sta nelle concrete situazioni della vita, ma piuttosto nella comunione di vita con Gesù Cristo, perché il premio è lui stesso.

La gioia sta nell’essere con Cristo: questa è infatti per ogni persona la possibilità di raggiungere la pienezza di vita, così come è l’origine dell’amore vicendevole.

12 «Questo è il mio comandamento»: Ecco spiegato il comandamento di Gesù; quello nuovo di Gv 13,34; del v. 10, dove Gesù si presenta come modello dell’autentico amore, in quanto osserva il comandamento del Padre.

«che vi amiate»: La novità sta nel dono dell’agape: l’amore del Padre è stato donato al Figlio, Gesù l’ha donato agli uomini, rendendoli così partecipi dello stesso legame divino e capaci di intessere nuovi e buoni legami umani.

«come io…»: la fonte non pretende di richiamare a sé le acque; Dio non vuole «recuperare» il proprio amore, come una sorgente non recupera le proprie acque. L’amore tra noi è la risposta necessaria al suo amore; è l’unica maniera di rispondere al suo amore.

13 L’amore più grande è misurato in relazione agli amici, mentre in Rm 5,8 lo è in relazione all’amore ai nemici. La prospettiva è diversa e diverso è anche l’ambiente vitale. In Giovanni l’ambiente è già cristiano, dove l’amore può essere scambievole, mentre verso i nemici l’amore non può essere scambievole. Da non dimenticare inoltre che Gesù pronuncia queste parole nell’imminenza della passione.

14-15 Abbiamo qui due detti che riguardano gli apostoli come «amici» di Gesù.

Gesù oppone due stati antitetici, quelli del servo e dell’amico (in greco filos); essi si distinguono attraverso un segno decisivo che l’amicizia rivela, cioè l’intimità: «il servo non sa quello che fa il suo padrone… tutto quello che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi».

L’unità di misura dell’amicizia è duplice:

  1. è l’amore (dare la vita)
  2. e l’intimità (conoscere i segreti).

Gesù, rivelatore del Padre, ci ha fatto conoscere i segreti del cuore di Dio: da questo comprendiamo che ci ha trattato da amici, dal momento che gli aspetti più preziosi della nostra vita interiore li comunichiamo solo ad un amico autentico di cui si ha grande fiducia, a cui si vuole bene. Non ci ha trattati da servitori, a cui si danno solo indicazioni di cose da fare, ma ci ha aperto il suo cuore, mettendoci a parte della sua intima relazione con il Padre e con lo Spirito.

Il «servo», nel testo originale la parola corrispondente può significare anche «schiavo», conosce solo la paura ed il rispetto ed è caratterizzata dall’ignoranza e dalla cieca obbedienza. Gesù ha considerato i discepoli suoi «servitori», ma per questo ha usato la parola diakonos (12,26) e non doulos (cfr. 13,16 e 15,20, anche se in una similitudine).

Qui la prospettiva dell’immagine non è quella del servizio, ma della partecipazione ai segreti della famiglia; Gesù è quindi l’intermediario dell’amicizia fra l’uomo e Dio e da schiavo di sé e chiuso in sé fa l’uomo libero, amico e familiare di Dio. Nell’A.T. ci sono molte pagine di grande finezza psicologica sull’amicizia, si legga ad esempio Sir 6,5-17.

Il legame che unisce Gionata a Davide è definito da quest’ultimo come «più prezioso dell’amore di una donna» (2 Sam 1,26). Tutti quelli che si sono affidati al Signore sono stati chiamati suoi amici: Sal 22,9; Abramo è chiamato l’amico di Dio (cfr. Is 41,8; Dn 3,35; Gc 2,23); Mosè parla con Dio faccia a faccia (Es 33,9-11). Anche il N.T. ha belle pagine sull’amicizia, interessante è la lettera che Paolo scrive a Filemone ad esempio dove tutto si regge sulla frase del v. 17: «Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso» (si riferisce allo schiavo fuggiasco Onèsimo).

16-17 All’origine di tale relazione d’amicizia c’è la libera scelta del Signore, l’iniziativa è la sua. Si tratta di una vera e propria ordinazione; il IV evangelo non racconta come i sinottici l’elezione dei 12 apostoli, ma la suppone. Abbiamo perciò la consapevolezza di partecipare ad un’opera comune; non importa se un altro possa svolgere meglio quello che sto facendo, Gesù l’ha affidata a me come amico. Lui non ci considera con la legge del rendimento e della produzione, ma con quella della fiducia.

«andiate e portiate frutto»: Ritorna a questo punto il tema della vigna (cfr. Gv 15,5.8) e si precisa nuovamente che l’obiettivo è «portare frutto». Non si tratta però di prospettiva aziendale di massimo rendimento; il frutto sta nel diventare discepoli ovvero amici, il grande frutto consiste in una vita profondamente legata al Cristo con tutti i benefici che ne conseguono. Se rimaniamo in lui possiamo portare davvero frutto. Possiamo allora chiudere con la preghiera di colletta (II):

O Dio, che ci hai amati per primo

e ci hai donato il tuo Figlio,

perché riceviamo la vita per mezzo di lui,

fa’ che nel tuo Spirito

impariamo ad amarci gli uni agli altri

come lui ci ha amati,

fino a dare la vita per i fratelli.

Per il nostro Signore…

Fonte: Abbazia di Santa Maria a Pulsano

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