Commento al Vangelo di domenica 14 Giugno 2020 – Comunità di Pulsano

Domenica «della SS. Trinità»

La presenza di Dio in mezzo a noi ha assunto, nella storia, la forma visibile e tangibile di Gesù, immagine visibile del Dio invisibile, rivelatore del mistero del Padre. La sua incarnazione e nascita a Betlemme, da Maria vergine, al tempo di Cesare Augusto, è l’apice di una lunga serie di segni attraverso i quali il Dio vivente aveva fatto sentire la sua presenza (Patriarchi, Re, Profeti, Santi dell’Antico Testamento…). Dopo l’Ascensione che lo sottrae alla sensibile esperienza degli uomini, la presenza di Gesù cambia segno ma non realtà. Egli resta e si dona sotto il segno del pane spezzato e del vino, nei quali offre il suo Corpo in cibo e il suo Sangue in bevanda di salvezza e di vita (seconda lettura ed evangelo). Egli rimane con noi sino alla fine del mondo. Poiché Cristo è al centro e al vertice di tutta la storia della salvezza, l’Eucaristia, memoriale della sua passione-morte-risurrezione, è ricordo e celebrazione di tutta la storia della salvezza. Si tratta di una memoria che attraverso i segni del pane e del vino mangiati e condivisi dalla comunità, rende presente Cristo nella sua realtà e nel mistero che ci vengono comunicati. Ma che cosa si deve intendere per «memoria»? Nella memoria si conserva il passato. Ogni evento umano si compie in modo transitorio: unico e irripetibile. Non lo possiamo trattenere né richiamare quando è passato. In questo sta il suo valore ed anche il suo limite, la sua preziosità e la sua transitorietà, la sua bellezza e la sua impotenza. Possiamo richiamare il passato col ricordo. Per questo teniamo desta la sua memoria. Di talune opere e persone si dice che sono imperiture. Hanno valore storico. Affinché la loro memoria in noi non si spenga, ricordiamo queste opere o queste persone con un segno, un monumento, una stele. Il sacrificio eucaristico è una forma di memoria sostanzialmente diversa dalle altre. Essa non è memoria psicologica nel senso di un ricordo, né semplicemente oggettiva nel senso del monumento. Non è una memoria puramente intenzionale, ma una memoria piena di realtà. L’Eucaristia è un’epifania sacramentale della Pasqua, e ciò si può conoscere soltanto per mezzo della fede. L’Eucaristia è, quindi, una memoria di fede. Per tutto questo per l’Eucaristia non si parla di memoria, ma di memoriale. La memoria abbiamo già detto è semplicemente il ricordo di un fatto passato. Il memoriale invece è la ripresentazione dell’evento di cui si fa memoria. È rendere presente quell’evento. È un attualizzarlo, in modo tale che lo si rende contemporaneo a noi e noi vi partecipiamo direttamente, nello stesso modo in cui ne furono resi partecipi i primi che lo sperimentarono. Gli ebrei vivevano la loro pasqua come un memoriale dell’uscita dall’Egitto. Lo disse Dio stesso: «Questo giorno sarà per voi un memoriale» (Es 12,14). Un famoso Rabbi, Gamaliele, insegnava agli ebrei a celebrare il memoriale della Pasqua, festa della liberazione dalla schiavitù dall’Egitto con queste parole: «In ogni generazione l’uomo deve considerarsi come se fosse stato tratto personalmente dall’Egitto. Perciò siamo obbligati a ringraziare, a lodare Colui che ai nostri padri e a noi ha fatto questa meraviglia, Colui che dalla schiavitù ci ha tratti alla libertà, dalla sofferenza alla gioia, dalla mestizia alla festa, dal buio a una grande luce, dalla sottomissione alla liberazione. Perciò davanti a lui intoniamo ‘‘Alleluja”» (Strack-Billerbechk, IV, p. 68). Ma il memoriale implica anche un’altra cosa: che si vive quell’evento in modo tale che esso segna la nostra vita e ci fa vivere conformemente ad esso. Ciò significa che chi partecipa all’eucaristia si impegna a vivere eucaristicamente e cioè con i medesimi sentimenti del Cristo crocifisso. In termini succinti possiamo dire che il concetto di memoriale implica tre cose:

1 – la memoria, il ricordo di un fatto storicamente avvenuto;

2 – la riattualizzazione o ri-presentazione di quell’evento;

3 – essere partecipi della grazia di quell’evento conformando ad esso la propria vita.

Il Catechismo dello Chiesa Cattolica sottolinea il significato del memoriale con queste parole: «Secondo la Sacra Scrittura, il memoriale non è soltanto il ricordo degli avvenimenti del passato, ma la proclamazione delle meraviglie che Dio ha compiuto per gli uomini. La celebrazione liturgica di questi eventi, li rende in certo modo presenti e attuali. Proprio così Israele intende la sua liberazione dall’Egitto: ogni volta che viene celebrata la Pasqua, gli avvenimenti dell’Esodo sono resi presenti alla memoria dei credenti affinché conformino ad essi la propria vita» (CCC 1363). Il memoriale del sacrificio di Cristo non rende quel sacrificio solamente presente alla memoria, ma lo rende presente realmente. E questo perché il sacrificio di Cristo è stato offerto una volta per tutte sulla croce e rimane sempre attuale. Si legge infatti nella lettera agli ebrei: «Egli invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore. Tale era infatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli; egli non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso» (Eb 7,24-28). Per questo il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che «quando si celebra l’Eucaristia, si fa memoria della Pasqua di Cristo e la si rende presente» (CCC 1264) e ricorda anche che «ogni volta che il sacrificio della croce viene celebrato sull’altare, si effettua l’opera della nostra redenzione» (Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3).

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Sal 80,17

Il Signore ha nutrito il suo popolo

con fior di frumento,

lo ha saziato di miele della roccia.

L’Antif. d’ingresso tratta dal Sal 80,17, EP. Ricorda che nell’esodo del popolo, operato dal Signore, Egli lo ha anche nutrito di Pane dal cielo e di Acqua e soavità di miele (Es 16; 17,1-7). Secondo l’immagine paolina (1 Cor 10,1-4), il Cibo e la Bevanda divini provengono dalla Rupe divina che seguiva il popolo, Cristo, che in essi donava lo Spirito Santo. Come ancora avviene.

Canto all’Evangelo Gv 6,51

Alleluia, alleluia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,

se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.

Alleluia.

Nel suo «discorso eucaristico» (Gv 6,22-58) il Signore rivela di essere il Pane Vivente, non più la manna spirituale, e di essere stato inviato dal Padre (il Cielo, metafora comune) per comunicare la sua Vita divina agli uomini che lo mangiano nella fede e nell’amore. Ma questo Pane è la «carne sua», del Figlio, quella che dona la Vita eterna al mondo. Si dona sempre qualcosa di sé quando si fa un regalo a un amico. Il Cristo ci offre la totalità della sua presenza nell’umile e fragile segno del pane eucaristico.

La seconda domenica dopo Pentecoste si celebra una grande festa in onore del mistero eucaristico. La festa cominciò a essere celebrata a Liegi nel 1246 e fu estesa alla Chiesa intera dal papa Urbano IV nel 1264. La processione con l’ostia consacrata, visibile nell’ostensorio e sotto un baldacchino o su un carro trionfale, si diffuse nel sec. XIV. Nata per affermare la presenza reale di Cristo col suo corpo e col suo sangue nell’eucarestia contro gli errori che negavano questa verità, la festa di domenica deve costituire un momento di riflessione sul valore del culto dovuto al mistero eucaristico in tutta la sua pienezza.

L’attenzione della nostra fede è così diretta alla presenza reale-sostanziale di Gesù in quanto essa nasce dalla e nella celebrazione eucaristica per prolungarsi anche dopo, senza mai perdere però il suo rapporto non solo col sacrificio (la Passione) ma anche con la Resurrezione e la potenza divina consacratoria dello Spirito Santo. Questa presenza del Signore non è qualcosa di statico, soltanto oggetto di adorazione, ma è una presenza efficace per la salvezza dell’umanità. Non solo, ma chi mangia e beve è nutrito per la Vita eterna, perché la carne di Cristo «è veramente Cibo», e di Lui «il sangue è veramente Bevanda» (v. 55).

Non bisogna dimenticare che la presenza sacramentale del Corpo e del Sangue di Cristo è una conseguenza del memoriale e del sacrificio realizzati nella santa Messa: la conservazione dell’Eucarestia ha come scopo primo e primordiale l’amministrazione del viatico ai moribondi, e, come fini secondari, la distribuzione della comunione e l’adorazione di nostro Signore fuori della Messa (Rito cit, n. 5). Senza il contatto col corpo e il sangue di Cristo nella partecipazione piena alla cena con la comunione non c’è la salvezza. L’ha detto Gesù (cfr. Gv 6,53-58). La “messa” pertanto è continuamente celebrata perché si possa avere questo contatto di vita con la fonte stessa della vita, e «per sentire sempre in noi i benefici della redenzione[1]» (I coll.). Il concilio Vaticano II ha insegnato: «Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della sacra eucarestia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità. E la celebrazione eucaristica, a sua volta, per essere piena e sincera deve spingere sia alle diverse opere di carità e al reciproco aiuto, sia all’azione missionaria e alle varie forme di testimonianza cristiana» (PO n. 6/1261).

Proprio per una celebrazione “piena e sincera” e per alimentare e sostenere la necessaria opera pastorale impegnata per la crescita salutare della comunità celebrante occorre sottolineare, senza spirito polemico ma nella fraternità e nella libertà, che i testi eucologici vanno compresi e mistagogicamente spiegati anche quando sono modesti come purtroppo accade in questa solennità. La I Colletta del giorno contro la primaria legge liturgica non si rivolge al Padre, bensì a Cristo Signore. Chiede che i fedeli adorino il Mistero dell’eucarestia in modo che giungano a percepirne i frutti eterni. Nonostante la triplice dimensione di memoria, di attualità e di escatologica, la preghiera resta molto povera.

La Preghiera sulle offerte è del tutto generica[2].

Il Prefazio I[3] ricorda l’istituzione: Cristo come Sacerdote eterno si offrì al Padre e lasciò l’efficacia della sua offerta ai discepoli, con il mandato di proseguire l’offerta, la cui partecipazione è salutare: la Carne dona la forza, il Sangue purifica. Anche questa preghiera, nonostante il suo cursus è di basso livello teologico. Il Prefazio II riecheggia e ripropone i medesimi concetti. Anche se non dobbiamo rassegnarci, dobbiamo riconoscere che dall’inizio la dottrina eucaristica occidentale, in scontrosa ignoranza dell’Oriente, è povera in sé, poiché è fissata per la sola Passione, ignora la Resurrezione e la Potenza divina consacratoria dello Spirito Santo: l’eucarestia è il mezzo divino per donare lo Spirito Santo. Benché come reliquia si potrebbe indicare la Preghiera sulle offerte della Domenica IV d’Avvento, restata isolata e inascoltata[4]. Nei testi biblici di quest’anno A la solennità del Ss. Corpo e Sangue del signore è tutta centrata sull’Eucarestia come “cibo”, come pegno di vita eterna e come mezzo di unione di tutti i fedeli in un solo corpo.

L’evangelista Giovanni non riporta l’istituzione dell’Eucarestia, come fanno i sinottici e Paolo: eppure dedica un intero e lungo capitolo del suo evangelo a questo sacramento. In effetti, non solo il segno dei pani ha un chiaro significato eucaristico, ma anche la traversata prodigiosa del lago di Genezaret (Gv 6,16-21), nell’intenzione del quarto evangelista deve essere vista in prospettiva sacramentale.

Nel c. 6 i due segni presenti hanno una finalità precisa: preparare le sconcertanti affermazioni di Gesù sul pane vivo sceso dal cielo e sulla carne e il sangue del Figlio dell’uomo, per prevenire lo scandalo delle folle e soprattutto dei discepoli. Con questi prodigi Gesù mostra di non essere sottomesso alle leggi della materia e della natura, perciò potrà pretendere la fede nella sua parola “divina”, per quanto esigente o sorprendente possa apparire.

Per dovere di completezza occorre dire anche che alcuni biblisti e teologi, dai tempi più remoti fino a oggi, non hanno visto in Gv 6 alcun significato sacramentale. Costoro ritengono che il capitolo abbia solo un senso sapienziale (di insegnamenti) e non eucaristico. Altri biblisti concordano sul carattere sapienziale dei vv. che compongono le prime quattro sezioni del discorso di Cafarnao (6,22-25.26-31.32-46.47-52), anche se aperte a un’interpretazione in prospettiva eucaristica, mentre considerano i vv. 51-58 di carattere sacramentale.

La pericope evangelica contiene un approfondimento e una radicalizzazione della precedente tematica sul pane della vita; qui l’argomento del pane della vita che deve essere interiorizzato è radicalizzato: non solo bisogna assimilare la rivelazione del Figlio di Dio, ma si deve ricevere la sua persona, presa sotto le specie eucaristiche. Dal ricevere il Cristo in modo sacramentale derivano gli stessi beni salvifici della vita eterna e della resurrezione (vv. 54.58). Tale fatto insinua fortemente che il sacramento non può prescindere dal credere; del resto l’intero contesto del discorso di Cafarnao accentua fortemente e ripetutamente i vari aspetti dell’adesione personale a Gesù (vv. 27-29.35-37.47).

Contesto

Il capitolo VI del quarto evangelo è di carattere unitario, ben distinto da quanto precede e segue; esso interrompe lo svolgimento dei fatti riportati in Gv 5 e 7, sia dal punto di vista topografico, sia di contenuto.

In questi due ultimi capitoli Gesù si trova a Gerusalemme e disputa con i giudei, invece Gv 6 si svolge per intero nella Galilea e presenta in modo drammatico il tema del pane della vita, identificato con la persona del Cristo. Questo capitolo riporta fondamentalmente il discorso di Cafarnao (Gv 6,22-59), preceduto dal duplice segno dei pani moltiplicati e della traversata del mare (Gv 6,1-21) e seguito dalla descrizione dell’opposta reazione dei discepoli al discorso sul pane celeste (Gv 6,60-71).

Il testo del Ciclo A è dunque Gv 6,51-59, la fine del cosiddetto «discorso eucaristico», che si estende per ben 38 versetti da 6,22 a 6,59. In realtà, quel titolo è deviante. Più appropriato sarebbe «discorso del Pane vivente disceso dal cielo», in quanto quel testo presenta 2 sezioni connesse:

I) vv. 22-46: Cristo si presenta anzitutto come il Verbo incarnato del Padre, la Parola Vivente che nutre, sotto forma del Pane della Parola che si deve mangiare per ottenere la resurrezione e la vita;

II) vv. 47-58: il medesimo Verbo incarnato del Padre rivela adesso che nutre con la propria carne e disseta con il suo proprio sangue, al medesimo fine di comunicare la resurrezione.

La pericope di oggi quindi appartiene a questa seconda sezione del testo. Va notato che essa si proclama anche nella Domenica XX del Tempo per l’anno, Ciclo B.

Gesù dunque reitera la dichiarazione: è il «Pane Vivente» disceso dal cielo, ossia dal Padre, che il Padre ha sigillato con lo Spirito Santo (Gv 6,27). Tale titolo, con quello analogo di «Pane della Vita», forma il centro del discorso e ricorre nella sezione I nei vv. 33.35.38.41.42, nella sezione II nei vv.48.50.51.58.

I lettura: Dt  8,2-16

Nel contesto del suo secondo discorso tenuto a Israele nelle steppe di Moab (Dt 4,44 – 28,69) Mosè incita il suo popolo, per il suo bene e per vivere nella beatitudine della terra promessa, a osservare con zelo tutti i comandamenti divini (8,1). A questo fine fa appello alla memoria, alla coscienza storica di questo giovane popolo. Esso deve tenere presente sempre che il Signore per punirlo in modo medicinale delle sue infedeltà e resistenze, ha operato in modo da farlo camminare ben 40 anni nel deserto, tempo di penitenza, epoca della preparazione alla vita, attraverso umiliazione permesse e prove imposte, in modo che da questa purificazione sarebbe uscita manifesta l’intenzione del cuore, l’accettazione o il rigetto dei santi comandamenti (v. 2). Mosè avvertirà altresì che solo il Signore darà la forza necessaria per osservare tutta l’alleanza (v. 16). Così il Signore permise la fame tragica del popolo (Es 16,2-3), poi gli inviò il cibo paradossale, la manna (Es 16,12.14-15.35; Num 11,6-9; 21,5), nutrimento sconosciuto prima, ai padri e a Israele stesso. È il mezzo d’insegnamento sapienziale, l’unico adeguato, poiché afferra l’uomo nelle sue estreme necessità di sopravvivenza. Il Signore manifesta così che si può vivere anche di cibi assurdi, anche del “pane” (il lehem, termine che nelle lingue semitiche indica insieme pane, carne e cibo in genere; il lehem procurato dal possesso di una terra, dall’ordinato lavoro, dallo stato di benessere). Invece l’uomo vero, davanti a Dio, non vive solo di quel “pane”, bensì vive anzitutto di qualunque preziosa Parola che discenda dalla divina Bocca (v. 3). Le testimonianze della Scrittura sono univoche e numerose, nei Profeti (Ger 15,16; Am 8,11, la fame non di cibo, ma della Parola divina), e nei libri sapienziali (Pr 9,1-6, il Convito della provvida e materna Sapienza divina; Sal 19,10, la Parola che conserva per la Vita eterna). Il testo del v. 3 è tanto decisivo, che è usato dal Signore stesso come prima respinta del terribile assalto demoniaco, nelle tentazioni nel deserto (Mt 4,4; Lc 4,4; Domenica I di Quaresima, Cicli A e B).

La seconda esortazione di Mosè è al negativo: non fare che tu non faccia l’anamnesi del Signore, il Dio dell’alleanza, l’unico che si curi d’Israele (Sal 77,11; 105,21), tu così manifesteresti orribile ingratitudine per la liberazione dall’Egitto, questa tremenda «casa della schiavitù» per il non popolo (v. 14b). Da allora il Signore si pose alla guida d’Israele da poco creato, lungo il deserto sconfinato e mortale (1,19), pieno di pericoli per l’esistenza. Di questi sono nominati alcuni tra i più paurosi, come i serpenti il cui solo fiato brucia (Es 16,35; Num 21,6; Is 30,6), e gli scorpioni, e la mancanza d’acqua con la sete di morte. Invece il Signore fece scaturire torrenti abbondanti d’acqua sorgiva (Es 17,6; Num 20,9-11; Sal 77,15; 113,8; Sap 11,4), per mostrare che la vita del popolo è assicurata e deve proseguire (v. 15). Non solo, ma donò anche la manna, questo cibo sconosciuto prima (v. 3), così che il binomio acqua – manna indicasse da una parte la provvida cura del Signore, dall’altra, che il popolo da adesso deve attendersi tutta la sua sussistenza, tutta la sua vita dalla Bontà del suo Dio.

Esaminiamo il brano

51 Gesù ha moltiplicato i pani e ha sfamato la folla, abbondantemente. Ma il gesto non ha il significato che gli ha attribuito la folla. È invece un «segno» e nel linguaggio del 4° evangelista questo significa che è capace di svelare la realtà profonda di Gesù, «chi egli è per noi». La risposta: È il pane vivente disceso dal cielo e capace di darci la vita. Due aspetti, dunque: l’origine celeste e la dimensione salvifica. Una risposta chiara preparata da affermazioni precedenti (cfr. vv. 27.32.35.48).

La formula “Io sono…“, come già sappiamo, esprime una concentrazione su Gesù; la fede è adesione a lui, prima e più che a una dottrina, ma c’è da comprendere e riconoscere la sua origine (viene dal Padre) e la sua capacità di salvezza (dono per noi). Ricordiamo che la scena si svolge in coincidenza con la festa di Pasqua ed è ambientata nel deserto: l’esodo iniziato con la guarigione del paralitico, ora prosegue con il cammino nel deserto e il nutrimento miracoloso del popolo. Il discorso si è aperto con un invito deciso: «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà» (6,27). Qual è il cibo che rimane per la vita eterna? Poco prima Gesù stesso ha detto: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (4,34). Dunque, dicendo: «Lavorate per il cibo che rimane», intende dire: «Fate la volontà di Dio». Il cibo che rimane per la vita eterna, ossia che è duraturo, che offre come meta finale una vita piena, realizzata nella perfezione, è «fare la volontà del Padre», cioè «imitare il Figlio». A questo punto Gesù può aggiungere: «Io sono il pane», «Io sono il cibo», perché egli, in quanto Figlio, è colui che fa la volontà del Padre ed è la forza stessa del Padre per rendere altri capaci di questa vita. Difatti dice: «Lavorate per questo cibo, che il Figlio dell’uomo vi darà», cioè impegnatevi per ottenere ciò che vi verrà regalato: la vita eterna, cioè la vita in pienezza, è dono del Messia.

«vivrà in eterno»: in gr. aion = secoli; indica un tempo lungo. Da ricordare che Paolo chiama Dio “re degli aìon” (cfr l Tm 1,17), che regna sopra gli aìon e per questo può promettere la vita eterna.

«il pane che io darò è la mia carne»: In questa formulazione giovannea molti studiosi hanno riconosciuto il testo più vicino alla frase originariamente pronunciata in lingua semitica da Gesù sul pane durante la cena pasquale e trasmessa nella primitiva comunità cristiana in lingua greca durante le liturgie eucaristiche. La tradizione sinottica e paolina ha infatti conservato il termine greco sèma (corpo), ma gli studiosi hanno sempre trovato difficile reperire un termine semitico per rendere tale parola greca: infatti, il corrispondente ebraico/aramaico guf ha il grave difetto di indicare soprattutto il cadavere ed in contesti post-biblici è usato per contrapporre il corpo all’anima; quindi il termine che, al momento, gode di maggior credito presso gli studiosi è l’ebraico basar o il suo corrispondente aramaico bisra’ abitualmente tradotto con carne, soprattutto per l’uso importante che ne fa l’evangelista Giovanni, andando contro la consolidata prassi liturgica. Egli infatti adopera con insistenza nel suo Evangelo il termine sàrx, a partire dalla frase programmatica del prologo («il Logos si fece carne», 1,14), con cui intende evidenziare l’assoluta partecipazione di Dio alla concreta e terrena natura umana. Pertanto, attribuendo grande valore documentario alla formula di Gv 6,51, molti esegeti pensano che essa sia stata inserita da Giovanni nel contesto del discorso eucaristico, ma tragga la sua origine proprio dalla formula originale pronunciata da Gesù durante la cena pasquale con i discepoli nell’imminenza della sua morte.

52 «discutevano»: in gr. emàchonto = combattere (in lat. litigabant); il verbo indica una disputa violenta, una vera lite fra pareri opposti. Il tema dell’incomprensione è tanto importante che non solo sottolinea tutti i momenti cruciali del discorso, ma costituisce l’oggetto di una sezione a parte, conclusiva (vv. 60ss). Le folle non lo hanno capito alla moltiplicazione dei pani; hanno letto il segno con i loro occhi prendendolo a conferma della loro parziale ed equivoca attesa messianica. È una prima incomprensione: sono a confronto due schemi messianici. Successivamente l’incomprensione dei giudei si esplicita e si approfondisce: essi non riescono a convincersi dell’origine divina di Gesù (vv. 41-42). È lo sconcerto che nasce dal contrasto fra la pretesa del Cristo e la sua realtà storica; non è più in gioco lo schema messianico, ma tutta una teologia: il modo di concepire Dio, la sua manifestazione, la sua possibilità di inserimento nella storia. Nel v. 52 non comprendono il significato di “sangue” e di “carne”; non comprendono il sacramento, non comprendono che la comunione con Cristo è l’unica strada di salvezza.

53 II comportamento di Gesù ora ci sorprende: non discute più, afferma. Il dialogo c’è stato, e anche la pazienza di Dio, ma ora arrivati al punto c’è spazio per un sì o per un no.

«In verità»: in gr. amen amen è la traslitterazione dell’ebraico amèn = certamente, veramente, sinceramente. Nell’uso del Giudaismo e della Chiesa si riferisce a ciò che precede (è posto alla fine di un discorso o di una preghiera); nelle parole di Gesù si riferisce sempre a quanto segue (è posto al principio), conferendo solennità alla formula. Con essa Gesù è come se affermasse: «Io vi dico », al contrario dei profeti che usavano le parole: «Dice il Signore». Il suo insegnamento è impartito con autorità e autonomia. Mc lo usa 12 volte; Mt 30; Lc 5; Gv 25 ma nella forma raddoppiata: “Amen, amen“.

La prima affermazione, sancita dal solenne «amen amen Io parlo a voi», è negativa: chi non mangia e non beve questa carne e questo sangue, che sono il Figlio dell’uomo inviato dal Padre, non riceverà la Vita divina (v. 53). La seconda è positiva: chi mangia la sua carne e beve il suo sangue, possiede la Vita eterna, e vi passera con la resurrezione dell’ultimo giorno (v. 54).

«Figlio dell’uomo»: questa espressione gr. (anthrṓpou) traduce due espressioni ebraico-aramaiche, diverse fra loro di significato: la prima, bar adam indica l’uomo in quanto creatura, debole; la seconda, bar nash, indica il principe ereditario e colui che è cittadino di pieno diritto, libero. Quest’ultima espressione passò a indicare il capo del popolo di Dio, diventando così un titolo specifico messianico. L’espressione greca quindi può assumere un significato che va da quello altissimo di principe ereditario a quello umile e famigliare che serve a indicare colui che parla in prima persona, tenendo il posto del pronome personale «io».

54 «Chi mangia… e beve…»: Se l’idea di mangiare la carne di un uomo appariva ripugnante a un uditorio giudaico, tanto più lo era l’idea di bere il sangue, una cosa che era proibita anche dalla legge (cfr. Gen 9,4; Dt 12,16; Lv 17,14).

«Carne e sangue»: è l’espressione veterotestamentaria comune per designare la vita umana.

«Chi mangia»: in gr. trṓgōn = pascersi; è da rilevare come qui (e nei vv. 56.57.58) Giovanni sostituisca il verbo mangiare (phágēte) del v. precedente con un termine molto più crudo che indica l’azione del masticare con i denti (trṓgō). Il verbo è di solito usato per indicare più il mangiare degli animali che dell’uomo; probabilmente l’evangelista impiega questo verbo per dare un realismo maggiore alla frase non ottenibile con l’altro verbo. Le parole di Gesù sono di un verismo così accentuato che non possono essere prese in senso traslato per indicare l’interiorizzazione della rivelazione. Il realismo dell’Eucarestia inoltre non può essere concepito come qualcosa di magico, perché questo sacramento deve essere ricevuto nella fede. Mangiare la carne di Cristo e bere il suo sangue è una dimostrazione di fede.

In senso metaforico, “mangiare la carne ” in ebr. significa far del male a un nemico (cfr. Sal 27,2).

La carne, sárx, ebraico basar, indica la costituzione totale dell’uomo: carne, anima, spirito. Fin qui, un Ebreo del tempo comprende bene che un uomo pio possa “darsi” spiritualmente ai suoi fratelli, per aiutarli ad andare al Signore. Ma adesso ascoltano da un semplice uomo, che vedono e conoscono, che si deve mangiare “lui” per intero, al fine di vivere in eterno.

Questo provoca insieme incomprensione assoluta, e sconcerto grave: “come” questo può donare la sua “carne” da mangiare? L’Ebreo pio era vincolato dalla Tôrah ai cibi puri, con drastica selezione di animali, e con l’assoluta proibizione di bere in qualche modo il sangue. Questo Galileo in fondo è anche lui un Ebreo, e viene a proporre forme orribili di cannibalismo (v. 52). La replica di Gesù dal v. 53 al v. 59, a ben guardare, è sotto altra forma niente altro che la formula della Narrazione dell’istituzione eucaristica: Questa è la mia carne, questo è il mio sangue – occorre mangiarne e berne. Il corpo di Cristo dunque non è semplicemente una cosa: è una realtà personale e relazionale, è Gesù stesso nel dono di sé ai discepoli.

Con questo gesto Gesù evoca una relazione dinamica: la sua presenza vuole essere un incontro e un dono; la sua parola infatti commenta e conferma il gesto della frazione e distribuzione del pane come il dono di sé, compiuto nella morte e consumato in una glorificazione, fonte del perdono divino per l’umanità peccatrice. Nella formula-hypér (a favore di; per) è implicita l’idea di sacrifìcio ed anche quella di espiazione: il riferimento alla profetica figura del Servo (cfr. Is 53,10-12) risale probabilmente a Gesù stesso e fu sicuramente inteso dalla primitiva comunità cristiana che l’ha interpretato in senso espiatorio con l’aggiunta a proposito del sangue della formula «in remissione dei peccati» (cfr Mt 26,28).

«vita eterna»: la mancanza dell’articolo nell’originale greco mette in risalto la natura e la qualità dei nomi concreti. Il nome ‘Vita” sarebbe perciò da prendere in senso qualitativo non in senso individuale. Verosimilmente l’autore  intende sottolineare una sfumatura speciale della frase: la vita (zoè) eterna è diversa dalla vita naturale (psichè), la supera non solo per qualità ma anche per durata. È eterna perché viene da Dio[5] e ci mantiene in contato con Lui.

55 «vero… vera »: in gr. alēthḗs = vero , verace; questo aggettivo è diverso da alethinos; il quale (specialmente con l’articolo) indica il solo vero, il solo degno di questo nome. L’evangelista rappresenta nel modo più reale (ciò che è il cibo e la bevanda per l’uomo), il corpo e il sangue di cristo che è il nutrimento per la vita più autentica qual è quella escatologica; ma sottolinea vigorosamente, con tutti i mezzi a sua disposizione, che si tratta di cibo vero, non immaginario! Il “veramente” riprende il v. 35: chi ascolta il Pane della Parola disceso dal cielo e lo accetta nella fede, non avrà più fame né sete.

56-57 La recezione dell’Eucarestia stabilisce una comunione di vita tra Cristo e il cristiano (cfr. 1 Cor 10,16; la II lett.); siccome la vita del Figlio e del Padre è un tutt’uno, condivisa a sua volta dallo Spirito, nell’Eucarestia il cristiano partecipa alla vita di Dio stesso.

58 È una conclusione, in forma di inclusione col v. 31, col ritorno all’inizio di tutto il discorso.

Il motivo del contrasto col dono della manna era già presente nel miracolo; la manna periva, mentre il pane di cristo rimane ed è abbondante. Il rapporto non è solo di superamento, ma anche di compimento; altro scandalo! La manna, nelle meditazioni bibliche (cfr. I lett.; Sal 78,24ss; Sap 16,20), non è un cibo materiale ma la parola di Dio. Ora Gesù, il figlio del falegname afferma di riassumere in sè tutte queste attese e di portarle a compimento.

Un altro elemento importante della dottrina eucaristica giovannea, da non sottovalutare è l’aspetto comunitario ed ecclesiale. Il discorso di Cafarnao infatti ha come interlocutori la folla e la comunità dei discepoli: mentre il gruppo dei galilei si scandalizza alle dichiarazioni di Gesù (vv. 52.60ss), i «dodici» accettano la rivelazione del Maestro, per quanto sconcertante possa apparire (cfr. v. 67ss).

La conclusione del discorso, v. 58, è grandiosa: «Questo il Pane disceso dal cielo», dal Padre. Il che significa: il Pane divino è il Verbo incarnato come Parola, è il Verbo incarnato come Carne e Sangue. Anche nell’A. T., in prefigura, il Signore donò la manna, che fu cibo materiale e fu Parola divina (vedi I Lettura), tuttavia i padri che la ricevettero morirono. Invece «questo Pane» nella sua duplice forma è Cibo che fa vivere in eterno.

I Padri hanno contemplato a fondo questa duplice forma del Pane divino. Non ci scandalizza affatto che essi abbiano posto in maggior rilievo la Parola rispetto all’eucarestia. Scandalizza invece qualcuno sapere come argomentavano i Padri, da Origene a Teodoro di Mopsuestia e oltre:

– le Realtà divine eterne del Regno agli uomini che le accolgono sono annunciate e portate di fatto dalla Parola divina ispirata dallo Spirito Santo;

– i Divini Misteri trasformanti sono il Cibo divino donato, che lungo l’esodo verso la Casa del Padre serve per nutrire i fedeli al fine di conseguire le Realtà del Regno;

– ma quelle Realtà sono contenute dalla Parola divina.

Lo scandalo è rimosso, perché questo è affermato da Cristo stesso. Infatti quando fa pregare i suoi discepoli con il «il Pane nostro “sovrasostanziale (epioúsios)” dona a noi oggi» (Mt 6,11), che si può interpretare e tradurre tranquillamente anche con «pane quotidiano», fa chiedere al Padre i «tre pani», come acutamente hanno visto i Padri:

  1. del corpo, per il sostentamento «giorno per giorno» della vita alla divina Presenza;
  2. della Parola, per conoscere «giorno per giorno» le Realtà divine del Regno che si debbono conseguire per l’eternità;
  3. dell’eucarestia, per giungere «giorno per giorno», nel tempo della nostra storia, nella santità alla Santità del Regno.

«vivrà in eterno»: ancora la teologia giovannea insiste sulla «vita». Nel giro di pochi versetti infatti l’evangelista ripete per cinque volte con leggere modifiche lo stesso concetto, che possiamo così schematicamente riassumere:

a) formulazione negativa: «se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo…»:

– «non avete in voi la vita» (6,53);

b) formulazione positiva: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue»:

– «ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (6,54);

– «dimora in me e io in lui» (6,56);

– «vivrà per me» (6,57);

– «vivrà in eterno» (6,58).

La sua carne è «per la vita del mondo» (6,51), cioè è il dono della sua vita che fa vivere l’umanità intera. Questo tema si riallaccia al discorso di Gesù a Nicodemo, che abbiamo letto Domenica scorsa nella festa della Santissima Trinità: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (3,16). Questa strada è presentata come unica: l’esclusione di essa nega la vita, mentre solo mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue è possibile vivere in pienezza e partecipare alla risurrezione futura. L’immagine deve ricuperare anche per noi tutta la forza provocatrice che doveva avere per i primi ascoltatori: è opportuno che ascoltiamo questa forte e sicura affermazione di Gesù come un «discorso dell’altro mondo»! È infatti la rivelazione, cioè il dono della vita stessa di Dio che passa attraverso un concreto atto liturgico, ma non si tratta assolutamente di un semplice rito da ripetere, bensì di un’esistenza da condividere («dimora in me e io in lui»). Grazie al dono di Gesù Cristo ogni uomo può vivere da figlio una relazione con Dio Padre assolutamente nuova ed impossibile alla sola natura umana; questa relazione di figliolanza è la vita eterna (cfr. Gv 17,3).

II Colletta:

Dio fedele,

che nutri il tuo popolo con amore di Padre,

ravviva in noi il desiderio di te,

fonte inesauribile di ogni bene:

fa’ che, sostenuti

dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo,

compiamo il viaggio della nostra vita,

fino ad entrare nella gioia dei santi,

tuoi convitati alla mensa del regno.

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

[1] I Colletta:

   «Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa’ che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione. Tu sei Dio…».

[2] Preghiera sulle offerte: «Concedi benigno alla tua Chiesa, o Padre, i doni dell’unità e della pace, misticamente significati nelle offerte che ti presentiamo. Per Cristo nostro Signore».

[3] Prefazio I: «Sacerdote vero ed eterno,
   egli istituì il rito del sacrificio perenne;
   a te per primo si offrì vittima di salvezza,
   e comandò a noi di perpetuare l’offerta in sua memoria.
   Il suo corpo per noi immolato è nostro cibo e ci dà forza,
   il suo sangue per noi versato
   è la bevanda che ci redime da ogni colpa».

[4] «Accogli, o Dio, i doni che presentiamo all’altare, e consacrali con la potenza del tuo Spirito, che santificò il grembo della Vergine Maria. Per cristo nostro Signore» (Orazione sulle offerte IV Dom. di Avvento).

[5] Dio è eternità; cfr. 1 Tm 1,17 dove Paolo chiama Dio il “re degli aìon”, che regna sopra gli aìon (= secoli; cfr. Lectio Ascensione del Signore A).

Fonte: Abbazia di Santa Maria a Pulsano

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