Commento al Vangelo del 11 novembre 2012 – don Mauro Pozzi

Il commento al Vangelo della domenica a cura di don Mauro Pozzi parroco della Parrocchia S. Giovanni Battista, Novara.

OFFRIRE

La cosa più difficile nella vita affettiva è imparare a donare. Il nostro istinto è quello di cercare di soddisfare prima di tutto le nostre esigenze, ma perché un rapporto sia equilibrato, non si può solo chiedere, bisogna anche dare. Più cresce la misura del dono, più l’amore si purifica. Chi ama in modo totale non si preoccupa più di se stesso, come fa una mamma con il suo bambino. Dio ci ama così, senza misura, senza calcolo. Ma ogni amore interpella, smuove la coscienza. Un figlio crescendo si accorge di quanto gli è stato donato gratuitamente e cerca di ricambiare. Spesso è la vita a spingere in questa direzione quando sono i figli che devono prendersi cura dei loro anziani genitori. Il nostro rapporto con Dio deve avere questa dinamica. Non possiamo sempre solo chiedere come fanno i bambini, ma occorre lasciarci interpellare dal Suo amore e domandarci come possiamo ricambiare. Questa consapevolezza trasforma il modo di essere religiosi. La religione può essere solo esteriore: norme, obblighi, riti; la preghiera può limitarsi ad una infinita serie di richieste, ma quando scopriamo la paternità di Dio, il suo amore personale, allora tutto quello che è esteriore diventa un mezzo per arrivare all’interiorità. La messa è molto più di un rito, è un incontro con Gesù che si rende presente nella Parola e nel Pane. La preghiera è molto più di una richiesta, diviene ascolto, intimità con Lui. Gesù è seduto davanti al tesoro del tempio e guarda la gente che vi getta dentro i soldi. Tutti fanno lo stesso gesto, ma il Maestro giudica l’intenzione che lo suscita. Lui apprezza la vedova non per la consistenza dell’offerta, ma per la sua autenticità. Dio non ha bisogno di soldi, l’universo è suo, ha bisogno di figli che lo accettino come un padre: questo è molto più che una fredda e formale osservanza dei precetti. Lui oggi ci guarda e ci chiede: cosa fai qui in casa mia, sei venuto a trovare tuo padre per amore o a timbrare il cartellino del precetto domenicale? Uscito di qui cosa farai, mi porterai nel cuore dentro la tua vita o tornerai a fare le tue cose come se io non esistessi? Quando ero ragazzo mi resi conto che io facevo la stessa vita di tutti gli altri, sognavo i soldi e il successo come tutti gli altri, l’unica differenza era che andavo in chiesa un’ora scarsa alla domenica. Basta questo per dirsi cristiani? Gesù fa come la vedova, non misura il suo impegno per noi, ma si dà tutto, fino alla morte. Davanti a un amore tanto generoso come possiamo rispondere? Anche noi dobbiamo gettare nel tesoro del tempio la nostra vita, non semplicemente qualche briciola.

Mc 12, 38-44

In quel tempo, Gesù nel tempio diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

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