BATTESIMO DEL SIGNORE
«Nell’assemblea dei santi ho preso dimora» (Sir 24,1-2.8-12, NV 24,1-4.12-16)
«Il mio eletto di cui mi compiaccio» (Is 42,1-4.6-7)
Come abbiamo ricordato anche commentando le letture del giorno di Natale, la seconda parte del libro biblico intitolato col nome del profeta Isaia, compresa tra i capitoli 40 e 55, è tradizionalmente denominata “Libro della Consolazione”, e contiene una raccolta di oracoli risalenti a quel nevralgico trauma per Israele che fu l’esilio babilonese nel VI sec. a.C.: l’intenzione principale di questi testi è proprio consolare, incoraggiare e risvegliare la speranza nel popolo ebraico, accompagnandolo spiritualmente nell’attesa del rimpatrio tanto desiderato, e rinvigorendo la fede nell’unico vero Dio.
La prima lettura di oggi rinvia inevitabilmente a una questione letteraria che ha sempre interrogato gli esegeti, sollevata dall’inserimento, tra questi oracoli, di quattro distinti componimenti, apparentemente isolati rispetto al contesto. Al contempo, essi risultano tuttavia in certo modo collegabili tra loro: si tratta dei celebri “Carmi del Servo del Signore”, collocati rispettivamente ai capitoli 42, 49, 50 e 52-53 del libro di Isaia.
Molto articolati sono i dibattiti plurisecolari che animano l’interpretazione sia ebraica che cristiana di questi quattro poemi, soprattutto in merito all’identificazione più plausibile della personalità anonima del protagonista, una figura denominata semplicemente “Servo” di Jahvè.
La parola ebraica che viene utilizza per questo appellativo nel testo biblico indica non uno schiavo domestico, bensì una sorta di carica onorifica come quella del vassallo di un re o comunque di un funzionario d’alto rango, con una dignità elevata e insignito di un potere.
Disponendo insieme i quattro inni nel loro ordine, è possibile ricostruire la biografia essenziale di un uomo prediletto da Dio, che da Lui ha ricevuto un’elezione in vista di una missione salvifica, a vantaggio sia di Israele che delle genti, e che infine dopo essere passato attraverso la sofferenza ingiusta di una persecuzione, dovuta all’incomprensione della sua innocenza trionferà e mostrerà la giustizia divina.
Tutta la letteratura neotestamentaria, liturgica e patristica di questi testi è concorde nell’intravedere in essi una chiara profezia messianica sulla vita di Gesù Cristo, dal battesimo alla sua passione e resurrezione.
La scelta del lezionario di proclamare il primo di questi quattro cantici nella festa del Battesimo del Signore si rivela pertanto più che pertinente, mettendo bene in luce le evidenti analogie tra i versi poetici del Deutero Isaia e la teofania avvenuta presso il fiume Giordano, quando Gesù inaugura la propria missione facendosi battezzare da Giovanni.
Il primo carme, infatti, attribuisce a Dio in persona la prima presentazione del proprio Inviato con le seguenti parole: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni» (Is 42,1).
La voce del Padre che verrà udita nella manifestazione divina riportata dagli evangelisti narrando il battesimo di Gesù, riprenderà in modo ben riconoscibile tali parole, dichiarando l’elezione e il compiacimento per il proprio Figlio amato. Per di più, ciò che in Isaia è descritto verbalmente, cioè l’effusione dello Spirito di Dio stesso sul suo Servo, nell’episodio evangelico diverrà plasticamente percepibile attraverso la discesa dello Spirito su Gesù «come una colomba» (Mt 3,16).
I versetti di Isaia proseguono tracciando un programma dello stile al quale il Servo ricorrerà per insegnare e stabilire nel mondo il “diritto” (che si può associare al “Regno di Dio” predicato da Gesù): la mitezza, l’umiltà, la mansuetudine caratterizzeranno il suo temperamento, accompagnato tuttavia dalla franchezza e onestà del linguaggio («proclamerà il diritto con verità», Is 42,3), così come inequivocabilmente farà proprio Gesù, che parla con autorità (cfr. Mc 1,22) mantenendosi «mite e umile di cuore» (Mt 11,29).
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«Questi è il Signore di tutti» (At 10,34-38)
La seconda lettura della Messa di oggi, tratta dal libro degli Atti degli Apostoli, contiene una descrizione seppure molto più sintetica rispetto a quelle dei Vangeli dell’episodio del battesimo di Gesù.
Il contesto del brano è quello dell’evangelizzazione, da parte dell’apostolo Pietro, alla famiglia di Cornelio, un centurione romano di stanza a Cesarea Marittima: si tratta di fatto della prima estensione dell’annuncio cristiano ai pagani, e pertanto un avvenimento già di per sé cruciale ed emblematico, col quale viene inaugurato quell’insegnamento del «diritto alle nazioni» (Is 42,1) che abbiamo visto tra le priorità dell’azione del Servo di Jahvè.
Per la sua sincera ricerca di Dio e la sua solidarietà compassionevole col prossimo, Cornelio viene aiutato e guidato da Dio stesso a giungere alla pienezza della verità, che sussiste nella fede in Cristo.
La sapiente provvidenza divina ha accompagnato attraverso le sue vie imperscrutabili il cammino di progressiva illuminazione di quest’uomo: egli era dapprima un pagano romano, poi giunto per dovere in Palestina diviene un simpatizzante del giudaismo, e avverte il desiderio di abbracciare il monoteismo ebraico (questo è il significato dell’espressione «timorato di Dio» in At 10,1.22).
A questo punto, il disegno di Dio si manifesta con una rivelazione che passa attraverso la predicazione apostolica e quindi la conoscenza di Cristo attraverso la testimonianza della Chiesa: l’apostolo Pietro viene ispirato e inviato direttamente da Dio a convertire, istruire e battezzare la famiglia di Cornelio, attraverso un’esperienza spirituale che sembra riprodurre in qualche maniera la dinamica con la quale gli evangelisti raccontano il battesimo di Gesù.
Pietro infatti, raccolto in preghiera, «vide il cielo aperto» (At 10,11) e una tovaglia piena di quadrupedi e uccelli «che scendeva» (At 10,11), sentendo parlare una voce (cfr. At 10,13-15). Il significato simbolico della visione svela a Pietro una verità stupefacente per un ebreo: «Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo» (10,28).
La pericope liturgica odierna inizia con la conferma di tale volontà divina nelle parole di Pietro, giunto nella casa di Cornelio: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga» (At 10,34-35), perché in realtà il Dio che si è pienamente e definitivamente rivelato in Gesù Cristo «è il Signore di tutti» (At 10,36).
A questo punto, Pietro inizia una prima catechesi su Gesù, tracciando un profilo sintetico della sua vita proprio a partire dal battesimo, descritto come l’evento in cui «Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret» (At 10,38a): così, in mezzo versetto, viene efficacemente rievocata tutta la grandiosa manifestazione della Trinità che ha sigillato l’inizio del ministero pubblico gesuano. Quest’ultimo, poi, viene riassunto da Pietro con un’ulteriore preziosa perla contenuta nella seconda parte dello stesso versetto, che esprime il suo vivo ricordo delle meraviglie compiute per amore degli uomini da Gesù, «il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10,38b).
Se è vero che la memoria del battesimo di Gesù in questo testo tace su tanti dettagli narrativi contenuti invece nei Vangeli, non si può fare a meno di notare uno sviluppo teologico importantissimo nelle parole di questo frammento degli Atti. In modo originale, l’evento del battesimo al Giordano viene qui interpretato come una “unzione” (con allusione regale e messianica): tale è il senso della “consacrazione in Spirito Santo” ricevuta da Gesù, con la quale il Padre ha mostrato che Egli è davvero il suo Unto, cioè il suo Cristo.
«È il Figlio mio, l’amato» (Mt 3,13-17)
Tutti e tre i Vangeli sinottici riferiscono la tradizione sul battesimo che Gesù ricevette da Giovanni presso il fiume Giordano, come primo episodio della sua vita da adulto e soprattutto come evento iniziale (e in quanto tale programmatico) del suo ministero pubblico.
È noto che Giovanni Battista fu un personaggio carismatico molto amato e seguito da numerosi discepoli. Le consuetudini della sua condotta (in particolare alimentazione e abbigliamento, secondo la testimonianza degli evangelisti: cfr. Mc 1,6; Mt 3,4), oltre che il vigore della sua predicazione, costituivano una vera “azione simbolica”, come quelle degli antichi profeti, riconoscibile a chiunque avesse familiarità con la Sacra Scrittura.
Il rito purificatore dell’immersione nelle acque del fiume voleva essere, nelle intenzioni del Battista, un gesto deciso di volontà di «conversione per il perdono dei peccati» (Mc 1,4), confessando pubblicamente a Dio le proprie colpe (cfr. Mt 3,6).
Ma, volendo fortemente fuggire ogni equivoco di poter essere identificato col Messia tanto atteso dalle folle, che accorrevano da lui per ascoltarlo e farsi battezzare, Giovanni ci teneva a distinguere il proprio battesimo dal ben più potente e decisivo “battesimo” che sarebbe stato operato da Gesù, «in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11).
Gesù stesso chiarirà che il suo battesimo coincide con la passione («Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!», Lc 12,50). Così continuerà a interpretarlo tutto il cristianesimo antico, da San Paolo alla liturgia del sacramento battesimale: «non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?» (Rm 6,3).
Il credente che abbraccia la fede cristiana, e desidera essere incorporato nella Chiesa, sa che il proprio battesimo, sacramentum fidei, è un sacramento pasquale: è partecipazione alla passione, sepoltura e resurrezione di Cristo.
Ciò che avviene al Giordano, quando Gesù raggiunge Giovanni venendo dalla Galilea, è un segno di enorme valenza teologica, che prepara il culmine della redenzione operata da Cristo con la sua Pasqua: Gesù vuole immergersi nelle stesse acque in cui gli uomini peccatori hanno desiderato simbolicamente essere purificati dai propri peccati e perdonati.
Egli vuole portare su di sé le conseguenze di quelle loro colpe e coinvolgersi pienamente nella debolezza della carne umana, per poter farla “riemergere” dal fango delle sue azioni e risollevarla prendendola per mano con la sua misericordia. Agendo in tal modo, Gesù intende portare a pieno compimento ogni giustizia (cfr. Mt 3,15): ed ecco che il Padre e lo Spirito, con una grandiosa epifania trinitaria, confermano in modo inequivocabile l’inizio di un’inedita opera universale di salvezza, che culminerà nell’evento pasquale.
Commento al Vangelo tratto dal sussidio CEI Avvento/Natale 2025, scarica il file PDF completo.
