Commento al Vangelo del 10 maggio 2026 – Sussidio Quaresima CEI

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«Se mi amate» (Gv 14,15-21) Nei cosiddetti “discorsi di addio” che Gesù rivolge ai discepoli la sera precedente la sua Passione, e che sono riportati nei capitoli dal 13 al 16 del Vangelo giovanneo, per ben cinque volte viene preannunciato l’invio dello Spirito Santo, «lo Spirito della verità che procede dal Padre» (Gv 15,26), e che sarà effuso sulla Chiesa come frutto della Pasqua di Gesù.

Il brano che ascoltiamo nella lettura evangelica proclamata questa domenica contiene la prima di queste cinque promesse.

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Gesù esordisce ponendo ancora una volta le proprie “disposizioni testamentarie” sul piano dell’amore, che è la vera eredità perenne e universale della sua Parola donata al mondo intero: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15).

La conseguenza di questo amore così concreto ed esigente atteso dal Maestro è la garanzia di un dono immenso, cioè appunto quello dello Spirito Santo, che vivificherà il mondo e santificherà la Chiesa, e che Gesù chiama qui con un appellativo molto significativo: «io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,16).

Il titolo paràkletos scelto da Gesù per definire il suo Spirito è un termine che nella lingua greca ha assunto diverse connotazioni e suggestioni: oltre a essere entrato nel lessico spirituale (col significato di “invocare” o “implorare”, e quindi “pregare”), richiama un contesto di consolazione amicale e affettuosa cortesia (deriva dallo stesso verbo che si usa per rispondere “prego” quando si riceve un “grazie”), ma anche un vocabolo tecnico del linguaggio forense.

Il “paràclito” indica infatti un “avvocato difensore” (letteralmente, è colui che viene chiamato vicino a sé, appunto per prendere le proprie parti): la funzione dello Spirito sarà perciò decisiva nel giorno del giudizio finale, quando gli uomini si troveranno di fronte al “tribunale” divino.

Essi, svantaggiati dai capi d’imputazione costituiti dai propri peccati, e implacabilmente elencati dall’avversario delle loro anime, cioè «l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte» (Ap 12,10), troveranno dunque proprio nello Spirito il rifugio della propria difesa, che li assisterà e rimarrà sempre con loro.

Il dono di un così grande “Consolatore” (altra possibile traduzione dell’aggettivo verbale paràkletos) sarà preceduto dall’Ascensione di Gesù nel seno della Trinità, che non costituirà un suo allontanamento dai discepoli, ma una trasformazione della sua presenza in mezzo a loro; in tale modo essi non saranno mai più separati da Lui: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (Gv 14,18-20).

L’attesa di questo dono viene vissuta dalla Chiesa, come Gesù ribadisce ancora, all’insegna della cifra dell’amore: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21).

Commento al Vangelo tratto dal sussidio CEI al periodo di Quaresima/Pasqua 2026, scarica il file PDF completo.

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