Domenica delle Palme – Anno A
«Gesù, lanciando di nuovo un grande grido, rese lo spirito».
O mio Signore Gesù, ecco fino a dove hai voluto amarci, «fino alla fine»[1], fino agli ultimi limiti della tua umanità, fino a morire per noi, fino a donarci questo segno supremo d’amore, il più grande che un uomo possa donare: «Non c’è amore più grande che dare la propria vita per chi si ama»[2], dicevi qualche ora fa… Oh! mio Dio, grazie, grazie, grazie! Come arrossisco, mio Dio, del mio povero grazie! Che cos’è una parola per ringraziare di un tale dono, di un tale amore… Oh! mio Dio, mi dono a Te, senza limiti e senza riserve, ti dono il mio corpo e la mia anima, la mia vita, tutti i miei istanti, tutto il mio essere, tutto ciò che ho… Ti dono il mio cuore affinché tu solo vi regni… Amerò te solo in vista di Te e ogni altra cosa soltanto a causa tua, perché lo vorrai e quanto lo vorrai!…
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Ma, mio Dio, arrossisco offrendoti questo povero piccolo nulla che sono. Per quanto completamente mi offra a te, che cosa sono io e che cos’è una tale offerta di un verme per ringraziare del dono di un Dio?… Oh! mio Dio, una sola cosa può ringraziarti… Sembrerebbe che sia impossibile a delle creature ringraziarti per il tuo sangue, per la tua morte… Ebbene! No, è possibile, talmente sei buono; è possibile, grazie a Te, con Te; è possibile per mezzo dell’altro dono di tutto Te stesso che ci hai fatto ieri sera; con il dono di ieri sera, in un altro modo Ti sei donato a noi così pienamente e ti sei offerto per noi così completamente come fai sulla croce, Ti sei messo nelle nostre mani, per poter essere offerto a Te stesso, come offerta di un valore infinito, come dono di Dio stesso, dono uguale a quello che fai di te stesso sulla croce…
Oh! Mio Dio, sei così buono, che hai voluto che potessimo pienamente e perfettamente ringraziarTi, noi, così piccoli, del dono di tutto Te stesso, del dono di un Dio che muore per noi… E per questo Ti sei messo Tu stesso completamente nelle Tue mani… Oh! Mio Dio, non è una parola che ti offriamo in azioni di grazie, non è tutto il nostro essere così povero e così nudo, sei Tu stesso, completamente, la Divinità stessa, nella sua infinita perfezione, e allo stesso tempo la tua Santissima umanità, con le tracce delle sue sofferenze e della sua passione…
Ti rendiamo in azioni di grazie tanto quanto ci hai donato! Oh! Mio Dio, come sei buono! Come sei infinitamente e delicatamente buono! Buono per averci amato fino all’eccesso, noi vermi della terra, Tu Dio, morire per noi e morire sulla Croce! E grazie per averci amato fino a questo eccesso: averci lasciato prima di morire il modo di offrire Te a Te stesso e così compiere ciò che è «impossibile agli uomini, ma possibile a Dio»[3], ringraziarti perfettamente, completamente di tutti i tuoi benefici, persino della santa Eucaristia, persino della tua morte sulla croce.
Offriamo dal più profondo del nostro cuore, con il maggior zelo possibile, il più spesso possibile, il più perfettamente possibile, questo dono di Dio stesso a Dio, ringraziando dei suoi benefici e soprattutto di questo doppio dono di Sé che ci ha fatto, al cenacolo e sulla croce!… Offriamolo con tutto lo zelo possibile, cioè con tutto l’amore del nostro cuore, con un amore che bisogna cercare, con la preghiera e con le opere, di far crescere incessantemente…
Il più spesso possibile, tutti i giorni, se l’obbedienza e le possibilità materiali ce lo permettono (facciamo tutto il ciò che possiamo perché sia proprio tutti i giorni; e quando l’obbedienza o degli ostacoli materiali, contro i quali non possiamo nulla, come la malattia, dei viaggi necessari per il servizio di Dio e senza interruzione possibile, [ci trattengono], allora facciamo almeno questa offerta spiritualmente)… Il più perfettamente possibile: possiamo fare questa offerta soprattutto in quattro modi:
1) il modo più imperfetto è farla solo spiritualmente, cosa che si può fare in tutti i tempi e in tutti i luoghi e tanto spesso quanto si vuole ogni giorno;
2) nel partecipare alla Santa Messa;
3) nell’accogliere la Santa Comunione, modo molto perfetto e ben al di sopra dei primi due, per quanto il secondo abbia già un grande valore (anche il primo modo è molto gradito a Dio e ha un valore ammirevole);
4) nel celebrare la Santa Messa, modo interamente perfetto e con il quale realmente e perfettamente, completamente, rivestiti di poteri da Gesù stesso, rappresentanti di Gesù, offriamo Dio a Dio, da parte di Dio, in qualità di rappresentanti di Dio; questo quarto modo è assolutamente perfetto in sé stesso: con esso rendiamo a Dio una gloria ammirevole, infinita, la più grande che possano renderGli gli uomini, senza alcun paragone poiché Gli offrono così non delle azioni umane divinizzate dalla grazia, nemmeno delle azioni divine (si può in qualche modo chiamare così le azioni così perfette dei Santi, ispirate e compiute con la grazia di Dio), ma Dio stesso…
Se Dio, con la bocca dei suoi rappresentanti, ci chiama alla grazia del Sacerdozio, guardiamoci dal rifiutare, nonostante la nostra indegnità (dopo averla fatta conoscere tuttavia, affinché i rappresentanti di Dio che ce lo offrono agiscano con cognizione di causa), accettiamo con sollecitudine, non in vista di noi, ma in vista di Dio, perché è per Dio il modo di ricevere la gloria maggiore, senza nessun paragone, che possa ricevere da noi; non abbiamo nessun altro modo di glorificare Dio così tanto, senza nessun paragone, se non ricevere il Sacerdozio; desideriamo dunque riceverlo, con lo stesso ardore di desiderio con cui desideriamo la gloria di Dio, e in vista di essa soltanto: mettendo una sola condizione a questo desiderio di ricevere i santi Ordini, un solo limite, quello che mettiamo al nostro desiderio della gloria di Dio cioè la volontà divina… Per quanto ardentemente vogliamo la manifestazione esteriore della gloria di Dio, vogliamola solo nella misura, nei limiti che Dio stesso vuole; per quanto ardentemente vogliamo ricevere il sacerdozio in vista di glorificare Dio, vogliamolo solo nella misura, nei limiti che Dio stesso vuole, a condizione che lo voglia.[4]
[1] Gv 13,1.
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[2] Cfr. Gv 15,13.
[3] Cfr. Mt 19,26.
[4] M/172 su Mt 27,47-56, in C. de Foucauld, Fammi cominciare una nuova vita. Meditazioni sui Vangeli secondo Matteo e Marco, Centro Ambrosiano, Milano 2024, 115-118.
Traduzione a cura delle Discepole del Vangelo.
Nota su Charles de Foucauld
La vicenda spirituale di Charles de Foucauld (1858-1916) continua anche oggi ad essere motivo di interesse diffuso tra cristiani e non cristiani, poiché si affida a valori umani sempre più cercati, diventati ormai rari nelle nostre comunità civili: il primato di Dio, le relazioni umane, la cura del prossimo, la qualità della vita ordinaria.Il vangelo rimane la parola più autorevole per introdurre il credente ad una vita autentica. Charles de Foucauld ha sostato a lungo sui testi evangelici, per imparare a vivere in modo fedele un’esistenza degna di essere vissuta: una vita a imitazione di Gesù. Le meditazioni sul vangelo di Giovanni, che egli ha realizzato in Terra santa, possono essere considerate come un insieme di lezioni di vita cristiana, una raccolta di indicazioni pedagogiche per imparare, giorno dopo giorno, a seguire il Signore nella propria condizione di vita, in ascolto delle reali esigenze del mondo d’oggi.
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