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Card. Angelo Comastri – Commento al Vangelo del 7 Settembre 2025

Domenica 7 Settembre 2025 - XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Lc 14,25-33

Data:

Ciò che chiamiamo amore non sempre è amore

Commento al Vangelo a cura del Card. Angelo Comastri – Vicario Emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano – Arciprete Emerito della Basilica Papale di San Pietro.

Link al video

Il Cardinale Angelo Comastri riflette sul significato di seguire Gesù e di cosa significa “odiare” secondo il linguaggio usato da Gesù nel Vangelo. Spiega che il verbo “odiare” usato da Gesù non va inteso come un vero odio, ma come “amare di meno” o “mettere al secondo posto”. Questa espressione forte serve a indicare che il vero discepolo deve mettere Dio, e quindi Gesù, al di sopra di ogni altro affetto, come il padre, la madre, i figli e perfino se stesso.

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Il Cardinale sottolinea come questa messa al primo posto di Dio possa spaventare, perché sembra intimidatoria o concorrente ai nostri affetti, ma in realtà è la condizione imprescindibile per amare veramente. Solo mettendo Dio al primo posto si diventa capaci di amare autenticamente il prossimo, liberandosi dall’egoismo e dall’illusione di amare per interesse personale.

Cita anche alcune figure come Santa Teresa di Calcutta e scrittori come Francis Morial e Eric Fromm per rinforzare il concetto che solo Dio è il vero maestro d’amore, e che l’amore autentico è fedele, duraturo e sacrificato. Infine racconta l’esempio di San Francesco d’Assisi, che pur avendo un conflitto col padre, lo amava davvero, insegnando che l’amore vero va oltre l’orgoglio e l’egoismo.

Trascrizione del video

[Sia lodato Gesù Cristo.]

23ª domenica. Il Vangelo di questa domenica inizia notando che molta gente andava dietro a Gesù. Anche oggi sono molti coloro che camminano dietro a Gesù, però si può seguire Gesù con il cuore di Pietro o con il cuore di Giuda, con il cuore di Tommaso o con il cuore di Giovanni.

È importante allora chiarire che cosa significa seguire Gesù. Provvede Gesù e dice: “Vedendo tanta gente, Gesù si voltò e disse: ‘Se uno viene a me e non odia tutti gli affetti precedenti, non può essere mio discepolo.'”

Sono parole dure e a prima vista incomprensibili sulla bocca di Gesù. Come può Gesù parlare di odio? Non è in contraddizione con se stesso? Evidentemente c’è un problema di linguaggio.

La lingua semitica, compresa la lingua aramaica, la lingua che Gesù parlò, sono lingue povere, povere di vocaboli. Per fare un esempio, la lingua aramaica ha 5500 vocaboli, mentre la lingua italiana ne ha più di 150.000. Pertanto le lingue povere di vocaboli hanno pochissime sfumature di pensiero.

Il semita è costretto a parlare per estremismi e così parlava Gesù per essere capito dai suoi ascoltatori. Gesù non poteva fare diversamente.

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Fatta questa precisazione, è evidente che il verbo “odiare” va tradotto in linguaggio moderno con “amare di meno” o “mettere al secondo posto”.

La conferma di questa interpretazione l’abbiamo nel passo parallelo del Vangelo di Matteo. Infatti lo stesso pensiero di Gesù Matteo lo esprime così: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me.”

Però, anche chiarito il senso del verbo “odiare”, le parole di Gesù restano forti, inquietanti, al punto che ci fanno paura. Come si fa a mettere Gesù prima del padre, della madre, prima dei figli, prima di se stessi, prima di tutto?

Gesù non chiede troppo. Purtroppo dietro questi interrogativi si nasconde una sottile paura, la paura che Dio diventi concorrente dei nostri affetti, quasi un ostacolo alla vita, quasi una presenza scomoda e schiacciante; potremmo definirla la paura di Dio.

Eppure questa paura non ha ragione di essere. Infatti Cristo ci chiede di amare Dio più del padre e della madre, perché solo amando Dio è possibile amare veramente il padre e la madre, lo sposo e la sposa, i figli e la stessa vita.

In altre parole Gesù ci dice: “Voi spesso credete di volervi bene, invece negli altri cercate voi stessi.”

Quanto è vero, quanto è facile illudersi di volere bene? Quanto è facile illudersi di essere buoni.

Santa Teresa di Calcutta faceva notare: “L’amore vero non può finire.” Ogni tanto si sente dire: era finito l’amore e quindi pertanto sono lasciati. Non ho specifica, Maria Teresa dice: “L’amore vero non può finire. Se finisce non c’è mai stato.”

Ecco perché le parole di Gesù illuminano il senso del vero amore.

L’amore, osservava Francis Morial, uno scrittore del secolo scorso, è diventato oggi una parola equivoca e fortemente inquinata.

L’amore possessivo non è vero amore. L’amore celebrale non è vero amore. L’amore senza fedeltà non è vero amore. L’amore senza sacrificio, senza disponibilità al sacrificio, non è vero amore.

Per questo Gesù, con decisione, propone la verità che ci fa liberi. Ed è questa: solo Dio può insegnarci ad amare. Solo mettendo Dio al primo posto si è capaci di essere umani, veramente umani, e pertanto capaci di vero amore.

Eric Fromm ha detto: “Nel secolo XX hanno detto che è morto Dio, ma nel secolo XX purtroppo è morto l’uomo.”

E Maria Teresa conferma questa analisi quando esclama: “Dio mi ha insegnato ad amare, ho imparato da lui, soltanto da lui.” Ed è vero.

Chiediamoci allora che cosa significa mettere Cristo al primo posto.

Mettere Cristo al primo posto significa consegnarsi alla sua logica, al suo stile. Significa riconoscersi in lui. Siamo fatti per lui e riconoscerlo come senso, scopo, modello della nostra vita.

Dio al primo posto ci fa paura, ma Dio è amore infinito.

Amando Dio si recupera l’amore del prossimo, di tutto il prossimo. Però è un amore liberato, un amore disinquinato dall’egoismo e quindi dalle insidie della falsità che sono tanto, tanto possibili.

Pascal poteva scrivere con ragione: “La verità senza amore non è Dio e nessuno ha il dovere di inginocchiarsi davanti ad essa.”

E la grande verità che ci ha svelato Gesù è questa: Dio è amore. È amore, notatelo. Pertanto è l’unico che può insegnarci ad amare.

La seconda lettura di questa domenica è una testimonianza concreta sulla verità di questo Vangelo. È tratta da una brevissima lettera scritta da San Paolo, scritta affinché lo schiavo Onesimo la presentasse al suo padrone di nome Filemone, dal quale lo schiavo era scappato.

Non sappiamo il motivo della fuga, sappiamo invece che Paolo difende lo schiavo e lo difende con parole toccanti. Scrive: “Io, Paolo, vecchio e ora prigioniero per Cristo Gesù, ti prego per mio fratello che ho generato in catene; te l’ho rimandato, lui è il mio cuore.”

Se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto. Lo scrivo di mio pugno, io Paolo pagherò, pagherò io stesso.

Parole umane calde che Paolo certamente ha imparato guardando la lezione di Dio, la lezione che si chiama Gesù Cristo.

Questo breve biglietto di accompagnamento per uno schiavo fa parte dei libri ispirati.

È un inno alla carità concreta che ricorda ai cristiani che seguire Cristo significa veramente imparare ad amare.

Concludendo, mettere a primo posto Dio significa imparare ad amare veramente. L’esempio dei santi ne è la prova lampante e convincente.

Un ultimo esempio: nella vita di San Francesco d’Assisi ci fu un autentico scontro tra lui e il padre.

Viene la domanda: “Ma Francesco amava suo padre?”

Certamente lo amava e lo benediceva. Anche quando il padre lo malediceva, era il padre che non sapeva amare il figlio perché aveva il cuore pieno di orgoglio e di egoismo.

E dove c’è orgoglio e egoismo non c’è spazio per l’amore vero.

È questa la grande lezione del Vangelo di oggi, una lezione da imparare ogni giorno. Lodato sia Gesù Cristo.