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Card. Angelo Comastri – Commento al Vangelo del 26 Ottobre 2025

Esistono «preghiere» che allontanano da Dio

Commento al Vangelo a cura del Card. Angelo Comastri – Vicario Emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano – Arciprete Emerito della Basilica Papale di San Pietro.

Link al video

Il Card Angelo Comastri offre una meditazione sulla parabola del fariseo e del pubblicano. Il Cardinale Comastri spiega come la parabola metta in guardia i credenti sul fatto che non tutte le preghiere sono gradite a Dio, sottolineando che l’orgoglio e la presunzione del fariseo rendono la sua preghiera “atea” perché esclude Dio.

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Al contrario, l’umiltà e il sincero pentimento del pubblicano lo rendono giustificato, illustrando come Dio guardi il cuore e la sincerità piuttosto che le opere esibite. La lezione principale è che la vera preghiera deve trasformare l’individuo e accendere la carità verso il prossimo, come dimostra l’esempio di Paolo di Tarso. Conclude esortando gli ascoltatori a imitare l’umiltà del pubblicano per ottenere la salvezza e condividere la bontà di Dio con tutti.

Trascrizione del video

Sia lodato Gesù Cristo. 30ª domenica: esistono preghiere che allontanano da Dio.

Entriamo nella parabola raccontata da Gesù e lasciamola parlare al nostro cuore. Dice Gesù: “Due uomini salgono al tempio.” Questi due uomini sono due categorie di persone, o se volete, sono una personificazione di due possibilità che stanno sempre davanti a noi. Anche noi possiamo essere farisei, anche noi possiamo essere pubblicani.

Con questa parabola Gesù mette in guardia proprio i credenti, i religiosi, coloro che vanno al tempio. In altre parole, mette in guardia noi. Notate subito un particolare: i due uomini vanno al tempio, uno esce giustificato, l’altro esce con un peccato in più. I due uomini vanno per pregare, ma una preghiera è gradita a Dio, l’altra preghiera è un’offesa a Dio. Apparentemente tutti e due hanno intenzioni più che buone, eppure è diverso il risultato. Perché? Allora, non basta andare al tempio per essere buoni. La lezione di Gesù è chiara e ci riguarda direttamente. Fissiamo allora con attenzione i due personaggi della parabola.

Cosa fa il fariseo? La sua è una preghiera atea, perché a parole si rivolge a Dio, ma di fatto egli esclude Dio. Dio non gli serve. Perché? Perché il fariseo è pieno di sé, ha la presunzione di essere in regola in tutto. Crede addirittura di avanzare qualcosa anche da Dio. Ci manca poco che non consegni a Dio il conto, il conto da pagare.

Osserviamolo da vicino: egli compie opere buone, però queste opere non hanno nessun valore perché partono da un cuore orgoglioso e presuntuoso. Le opere che fa sono al servizio del suo orgoglio. Pertanto, egli non prega Dio, ma contempla vanitosamente se stesso. Ed ecco la conseguenza terribile, una conseguenza che spesso si ritrova nella vita di tanta gente: l’orgoglio lo porta al disprezzo degli altri, al disprezzo dei fratelli. E il disprezzo degli altri è peccato, è grave peccato. Altro che preghiera! Egli infatti vede in fondo al tempio un pubblicano, ma non avverte per lui nessun sentimento di compassione, neppure lontanamente pensa a tendergli la mano.

Ci mancherebbe! Correrebbe il rischio di sporcarla. Il fariseo, infatti, non ama nessuno all’infuori di sé stesso. A lui gli altri servono soltanto come paragone per innalzare se stesso. Tanta gente si comporta così. Quanti dicono: “Io non sono come gli altri”? Sbagliato, dice Gesù.

Chi prega Dio e non ama il prossimo ha sbagliato tutto, deve ricominciare da capo. Chi prega come il fariseo esce dal tempio senza aver incontrato Dio. “Io non rubo, io non ammazzo,” dice il fariseo. Va bene, ma non basta questo per avere la coscienza a posto. La vera bontà diventa ansia e ricerca di chi vive lontano dal bene. Tu che fai per gli altri? “Io penso a me.” Ah no, non è una virtù, è una colpa. Dio ci chiede di pensare al prossimo con carità, con pazienza, con misericordia. Dio ci chiede di amare il prossimo fino al sacrificio. Dio ci chiede che cosa facciamo per salvare il prossimo. La preghiera, quando è vera, accende nel cuore il fuoco della carità, sempre. Infatti, quando preghiamo, ci accostiamo a Dio e necessariamente dobbiamo prendere le caratteristiche del cuore di Dio, cioè, dobbiamo essere contagiati dall’amore. Se non accade così, vuol dire che non sappiamo o non vogliamo pregare.

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Il pubblicano, cosa fa? Innanzitutto, per la verità, va detto che quest’uomo è un peccatore. Ma Gesù lo guarda, lo scruta e legge nei suoi sentimenti. In quest’uomo c’è umiltà, c’è pentimento sincero. Con chi si… si… Gesù da che parte si mette? È incredibile per noi: si mette dalla parte del pubblicano. Perché? Perché il pubblicano è veramente pentito e uscendo dal tempio sarà un uomo nuovo, sarà un uomo che non spezzerà il fratello, un uomo che non avrà presunzione né arroganza. Egli non si vanta davanti a Dio, si batte il petto. Egli non ha opere buone da esibire. Allora chiede pietà. Costui amerà Dio con tutto il cuore e amerà il suo prossimo. Così sa di essere stato perdonato da Dio e sarà felice quando potrà perdonare qualcuno. La preghiera l’ha trasformato profondamente.

Un bellissimo esempio di uomo convertito: Paolo di Tarso. La seconda lettura è testimonianza a favore del Vangelo. Paolo, che è stato un pubblicano, cioè un peccatore, è capace di perdonare, perdonare tutti coloro che l’hanno abbandonato, l’hanno fatto soffrire. Paolo conosce la disgrazia del peccato, la disgrazia della lontananza da Dio. Per questo, ha compassione di chi fa il male. Paolo sa di essere stato salvato dalla misericordia di Dio, per questo guarda i suoi fratelli con occhi di misericordia.

Accogliamo la lezione: sulla terra, il fariseo appartiene alla categoria ufficiale dei giusti, alla categoria dei buoni. Invece, davanti a Dio, egli è iniquo e malvagio, perché dentro di sé c’è soltanto orgoglio. Dio guarda il cuore, e il cuore del fariseo è cattivo perché è pieno di orgoglio. Il pubblicano sulla terra appartiene alla categoria ufficiale dei peccatori. Invece, davanti a Dio, egli è un santo, perché la sua umiltà fa fiorire il pentimento. Il cuore del pubblicano si apre alla bontà vera.

Applichiamo a noi. Visti da fuori, sembriamo tutti buoni. Noi, infatti, apparteniamo alla categoria ufficiale dei buoni. Ma visti da dentro, noi come siamo davanti a Dio? Il pubblicano ci indica la strada della salvezza. Mettiamoci in ginocchio insieme a lui, battiamoci umilmente il petto perché siamo peccatori e poi usciamo dal tempio a cantare la bontà del Signore e a condividerla con tutti, senza escludere nessuno. Questa è vera preghiera.

La preghiera vera trasforma le persone e accende nel cuore il fuoco della carità. Chi si accosta al fuoco deve per forza riscaldarsi, e il fuoco è Dio. Se non ti sei riscaldato nella preghiera, vuol dire che non ti sei accostato a Dio.

Lodate Gesù Cristo.