QUALE ESPERIENZA DI DIO OGGI? SFIDE E MOTIVI PER RIGENERARE LA VITA SPIRITUALE DELLA COMUNITÀ NELL’EVANGELIIGAUDIUM

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Il fondamento della vita interiore è proprio l’incontro con Gesù che spinge a un rinnovamento della propria vita. Le difficoltà della vita inte­riore si manifestano soprattutto nelle relazioni umane e nell’apostolato, per cui sembra rendere vano l’annuncio del vangelo. Il presente lavoro indi­vidua a partire daWEvangelii gaudium1 alcune problematiche su cui poter lavorare per dare nuovo slancio alla vita spirituale.

  1. L’esperienza di Dio oggi, problematiche e sfide

In un mondo condizionato dall’alta tecnologia globalizzante, dai rap­porti umani veloci e instabili parlare di esperienza di Dio sembrerebbe poco popolare (cf. EG 2). Eppure fare esperienza di Dio nelle difficoltà di oggi è possibile ed è auspicabile per la salvaguardia della stessa vita dell’uomo. La presenza di Dio nel suo cuore non è un prodotto secondario della coscienza, fattore ancestrale che lo determina nella comprensione della morte o della vita, ma è esperienza di relazione intima e personale che esplicita maggior­mente la sua natura e la sua finalità: «Voi siete luce del mondo» (Mt 5,14). [1]

La relazione con l’Altissimo nella rivelazione ebraico-cristiana non solo svela la realtà di Dio, ma manifesta nel contempo l’essenza dell’uomo (cf. Es 3,14). In un legame proficuo per la creatura ogni aspetto dell’essere umano viene a essere illuminato e ogni suo lato buio viene compreso per favorire la crescita dell’intero genere umano.[2] Per la filosofa e teologa Edith Stein fare esperienza di Dio significa incontrarlo nella quotidianità, là dove parole e im­magini tendono a esprimere, per quanto sia possibile, la bellezza travolgente dell’incontro, fino a raggiungere il silenzio adorante di chi ama senza misura.[3]

La condizione necessaria, perché si possa fare una vera e propria espe­rienza di Dio è essenzialmente la resa di tutta la persona umana nelle mani del Creatore (cf. Gen 32,24-34).[4] L’arrendersi a Dio comporta una lotta, là dove la battaglia ha esisti incerti; non è dato nulla per scontato o per già previsto.[5] Lottare con Dio è sperimentare la sconfitta, saggiare l’amaro calice della debolezza umana e dell’impossibilità ad agire. L’arrendersi nelle sue mani comporta un partecipare intimamente al suo progetto di vita, al suo desiderio di condiscendenza che si esprime nell’incarnazione del suo Verbo. Dio che abita il cuore dell’uomo manifesta il suo desiderio di essere in comu­nione con tutti e con tutta la creazione. È proprio l’annuncio gioioso di volere essere in comunione familiare con la sua creatura che l’impegno per gli altri diventa esperienza di condivisione e di oblazione. Arrendersi a Dio significa riconoscerlo in ogni piccolo della storia (cf. Mt 25,40).

L’esperienza di Dio non è, di conseguenza, un affare intimistico che si conclude in un’esaltazione del proprio io, ma è partecipazione alla realizzazione del progetto di Dio, fare di «Cristo il cuore del mondo».[6] L’incontro con Gesù è esperienza di profonda relazione con la realtà umana, per cui ogni forma di evangelizzazione trova la sua fonte ispiratrice in quel legame originario e origi­nale con Dio, annunciato e testimoniato dal suo Verbo incarnato.

Ogni forma di apostolato trova la sua anima nella vita interiore, cioè in quella comunione con la Santissima Trinità che si esplicita in relazioni positive e propositive e in scelte per la salvaguardia della vita umana.[7] Tale esperienza di Cristo che ciascun credente sperimenta è il fondo comune su­scitato dallo Spirito Santo che determina armonicamente la crescita dell’in­tera comunità. La vita di comunità non è frutto della somma delle singole esperienze, quasi fosse un’operazione matematica, bensì è esperienza del gruppo che vive il messaggio del Risorto nella piena e gioiosa accoglienza dei doni dello Spirito Santo (cf. At 2,42-48). Si potrebbe affermare che vi è un’oggettività della vita spirituale che si manifesta nel costruire relazioni af­fettive mature e impegnate cristianamente. Per il santo vescovo di Ginevra Francesco de Sales, che si era dedicato all’evangelizzazione a partire dalla formazione delle coscienze con la direzione spirituale, la vita interiore ha come finalità la santificazione che avviene nel riconoscimento di ruoli e di doveri all’interno della Chiesa. Non vi può essere una comunità formata e santa, se non vi è un credente che si applica con generosità a realizzare nel proprio stato la chiamata del Signore.[8] I Padri conciliari hanno recepito il grande insegnamento degli autori spirituali, proponendo il cammino di santità come esperienza entusiasmante di tutta quanta la comunità credente senza nascondere le difficoltà che si possono incontrare quando si fa espe­rienza della salita verso la vetta celeste.[9]

Le difficoltà non possono essere considerate solo ed esclusivamente come macigni che si ergono a sbarramento del cammino, ma momenti alta­mente formativi, sfide da cogliere perché il messaggio di salvezza di Cristo si realizzi effettivamente nella vita quotidiana del credente. NeWEvangelu gaudium papa Francesco sottolinea come la vita spirituale non può non alimentare «l’incontro con gli altri, l’impegno nel mondo, la passione per l’evangelizzazione» (EG 78). Quando ciò non accade, vi è un’accentuazione dell’individualismo, una crisi di identità, un calo del fervore. Ciò non è ri­scontrabile solo nel singolo credente, ma a volte anche delle stesse comunità stanche e poco aperte al soffio dello Spirito Santo.

Perché si possa far brillare l’esperienza di Cristo nel cuore del credente come di tutta quanta la comunità bisogna considerare tre mali della vita spirituale che bloccano la crescita della santità.

  • Innanzitutto l’accidia egoistica che i Padri della Chiesa designavano come il diavoletto del meridiano.[10] [11] Per Giovanni Climaco,

l’accidia è paralisi dell’anima, infiacchimento della mente, trascuratezza dell’ascesi, odio della professione; dichiara beato chi vive nel mondo, e accusa Dio di essere senza misericordia e senza amore per gli uomini; è atonia nella salmodia, astenia nella preghiera, ferrea dedizione nel servizio, solerzia al lavoro manuale e disponibilità all’obbedienza.11

La commiserazione è la fonte che nutre l’accidia, per cui si ha poca stima di se stessi o della comunità. L’accidia è un malessere, cioè uno stato di turbamento che non permette di procedere con gioia ai propri compiti e doveri. Gli accidiosi sono di natura indolenti; scelgono di non scegliere, di stare alla finestra senza compromettersi nelle vicende del mondo anche se dolorose e frustranti. Il Papa propone uno dei pensieri malvagi che i Padri della Chiesa combattevano per far crescere la gioia della vita religiosa. La lettura data segue la scia della grande tradizione spirituale sia dell’Oriente che dell’Occidente. Vi è ancora oggi questo male che frena ogni iniziativa frutto dello Spirito Santo. L’accidia diventa egoistica, in quanto produce ef­fetti deleteri sulla comunità, per cui si avverte una continua insoddisfazione per ogni attività pastorale che si svolgono (cf. EG 82). L’accidia comunitaria può essere combattuta, quando tutti si confrontano con la parola di Dio, quando si ascolta nuovamente la Parola che rigenera lo spirito:

Non amate l’accidia che, come sapete, è odiata dal Signore. Sono a vostra disposizione i documenti dogmatici delle Sacre Scritture assieme ai loro commentatori che sono davvero campi fioriti, dolci frutti del paradiso ce­leste con i quali le anime dei fedeli vengono istruite per la loro salvezza.[12]

Solo con il gustare il vangelo il singolo come la comunità può ritrovare la forza di motivare ogni azione personale e pastorale.

  • Altro male paralizzante è il pessimismo spirituale. Il senso di sconfit­ta perenne produce un diffuso pessimismo che distrugge il senso profondo del vangelo, riducendolo a un’utopia per pochi. Nella vita spirituale questo atteggiamento disfattista segna negativamente il cammino della santità che si manifesta, al contrario, come scelta gioiosa e coraggiosa nell’affrontare le difficoltà della vita. Il pessimista non accoglie e né desidera che lo Spirito operi la sua azione trasformatrice e rigeneratrice, perché è chiuso in un solitario splendore e non desidera essere messo in gioco:

Nessuno può intraprendere una battaglia se in anticipo non confida pie­namente nel trionfo. Chi comincia senza fiducia ha perso in anticipo metà della battaglia e sotterra i propri talenti (EG 85).

La conseguenza del pessimismo spirituale è la tristezza che i Padri della Chiesa stigmatizzavano come esperienza di malinconia fino a diventa­re depressione. Cassiano sottolinea al vescovo Castore che la tristezza

confondendo tutte le salutari decisioni dell’anima, rilassandone il vigore e la costanza, la rende come instupidita e paralizzata, tenuta dal pensiero della disperazione. Perciò, se ci siamo proposti di combattere la battaglia spirituale e, con Dio, di vincere gli spiriti della malizia, dobbiamo con ogni possibile vigilanza custodire il nostro cuore dalla tristezza. Come la tarma rode l’abito e il verme il legno, così la tristezza rode l’anima. Essa induce a sottrarsi a ogni buona conversazione e non permette di accettare una parola di consiglio neppure da amici sinceri, né di dare loro una risposta buona o pacifica: al contrario avviluppa tutta l’anima colmandola di amarezza e di accidia.[13]

La tristezza rode l’anima e mostra il lato negativo della persona, cioè quella sottile insoddisfazione frutto dell’invidia che non sa gioire dei risul­tati ottenuti.[14] La comunità, segnata dal pessimismo individuale, si compor­ta come rassegnata dinanzi alle difficoltà di una società che non aspetta il Signore o che lo nega radicalmente. Si chiude in se stessa in atteggiamenti difensivi. Mai soddisfatta di ciò che si può proporre senza più annunciare il vangelo in continua lotta in se stessa (cf. lCor 3,1-9).

– Non ultima difficoltà che l’uomo e la donna spirituale devono affronta­re per annunciare il vangelo della gioia è proprio la lotta contro la mondanità spirituale. Papa Francesco descrive questo ulteriore pensiero negativo che

consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale. È quello che il Signore rimproverava ai Farisei: «E come potete credere, voi ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?» (Gv 5,44). Si tratta di un modo sottile di cercare «i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21) (EG 93).

La vanagloria dissemina i «Bravo, Bravo», lodando le sole capacità dell’uomo senza riconoscere la potenza del Creatore che nella sua provvi­denza tutto regge e trasforma.[15] Per Giovanni Climaco

il vanaglorioso è un credente idolatra, che in apparenza onora Dio, ma in realtà cerca di piacere agli uomini e non a Dio. Vanaglorioso è chiunque ama mettersi in mostra: il suo digiuno rimane senza ricompensa, e la sua preghiera è inutile e inopportuna, perché sia l’uno che l’atra sono fatti per la lode degli uomini.[16]

L’interesse si concentra o sulle proprie idee o sulla propria forza, per cui si potrebbe dire che la vanagloria è frutto dello gnosticismo e neopela- gianesimo spirituale (cf. EG 94). In entrambi i casi il credente si pone come centro della relazione con Dio, non aprendosi all’azione dello Spirito Santo. Lo spostamento manifesta come l’intelligenza e la volontà dell’individuo non sono orientare al possesso del Sommo Bene, ma alla sola acquisizione di beni momentanei. Lo stesso credente si trova in una situazione di squilibrio, per cui non mostra la presenza di Dio, ma la sua effimera potenza. In effetti, lo gnosticismo si manifesta con atteggiamenti trionfalistici che non guardano la realtà effettiva in cui il soggetto vive. Il Papa fa riferimenti espliciti:

Questa oscura mondanità si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente opposti ma con la stessa pretesa di «dominare lo spazio della Chiesa». In alcuni si nota una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del vangelo nel popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia. In tal modo la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi (EG 95).

Non si tratta di minimalismo liturgico quanto piuttosto ritornare alla fonte della preghiera comunitaria che nella sua semplicità è presenza peren­ne di Dio. Lo stesso Giovanni della Croce con incisività afferma che certe liturgie non aiutano l’interiorizzazione e di conseguenza non fa crescere la comunità nel timore di Dio:

Voglio solo parlare delle cerimonie che, per essere esenti da quelle maniere sospette, vengono praticate oggi con devozione indiscreta da molte persone le quali rispondono tanta efficacia e hanno tanta fiducia nel modo con cui sono solite compiere le loro orazioni e devozioni da credere che, mancando o allontanandosi di un sol punto da quei limiti, esse non otterranno frutto né saranno ascoltate dal Signore, confidando di più in quella esteriorità che nel vivo dell’orazione, non senza grande irriverenza e offesa di Dio.[17]

Il segno liturgico non può essere svuotato del suo significato, quando diventa ridondante. Al contrario, il neopelagianesimo spirituale si manife­sta con posizioni autoreferenziali e prometeici (cf. EG 94). Nel campo della Chiesa tale espressione si consolida con atteggiamenti fortemente manage­riali, per cui fa sembrare la comunità un’azienda da dirigere. Ad esempio, san Bernardo disapprova il comportamento di certi prelati che sono più le­gati al denaro e al potere anziché al pascere il gregge con sentimenti mater­ni. Lo scopo della loro missione è il governo del popolo di Dio, seguendo la croce di Cristo. Afferma che le loro mammelle sono sterili, perché vivono dissimulando.[18] Non possono esortare, perché ogni loro parola è vana per il cattivo esempio che danno, né provano compassione, in quanto il denaro non spinge verso sentimenti empatici.

Attualmente fare esperienza di Dio non significa produrre e commer­cializzare il sacro, bensì testimoniare con la vita che Dio in Gesù Cristo ha salvato il mondo, trasformando l’umanità e l’universo intero segnato dal peccato e dalla morte. La grande tradizione spirituale della Chiesa viene condensata nelle proposizioni del Concilio di Trento, là dove la remissione dei peccati non è disgiunta dal cammino di santità a cui è chiamata tutta quanta la Chiesa:

La giustificazione non è soltanto la remissione dei peccati, ma anche la santificazione e il rinnovamento dell’uomo interiore per mezzo dell’acco­glimento libero della grazia e dei doni, per cui l’uomo da ingiusto che era diventa giusto, da nemico di Dio diventa amico.[19]

Il rinnovamento interiore del credente è fondamentale, perché si possa­no superare le difficoltà che papa Francesco ha evidenziato. La santità è af­fare di tutti, perché la Chiesa riceve dallo Spirito doni e ministeri secondo la disposizione e la cooperazione del singolo credente. In questo modo lo Spirito corrisponde alle esigenze e alle necessità che la Chiesa ogni giorno eleva a Dio per favorire la crescita comune.[20]

  1. La mistica del quotidiano, ovvero la vita santa

I mali presentati diventano sfide che spingono i credenti a riprendere il largo per gettare le reti fidandosi della parola del Salvatore. C’è bisogno oggi di riscoprire la mistica del quotidiano, quella indicata come via mae­stra dai Padri della Chiesa: l’unità fra il credere, lo sperare e il vivere. Fare esperienza del mistero adorato comporta

scoprire e trasmettere la «mistica» di vivere insieme, di mescolarci, di in­contrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di frater­nità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio (EG 87).

L’esperienza viva della presenza di Cristo nel cuore del credente non può non diventare solidarietà, fraternità, condivisione con chi è ai margini della società. In una bella riflessione, che don Luigi Sturzo consegnò nel pieno della sua maturità a un giornale americano, possiamo scorgere il frutto del vangelo vissuto nella continua comprensione del progetto di Dio. Lo statista afferma che l’ottimismo, la tolleranza e l’esperienza di Dio sono le fondamenta del suo pensare politico, cioè del suo impegno per rinnovare con la grazia di Dio le relazioni fra le persone:

Ottimismo, cioè fiducia nell’umanità; tolleranza, cioè rispetto delle personalità degli altri uomini; misticismo, cioè unione di sentimenti spirituali con il Verbo eterno – Dio – mi sono stati confermati, sembra strano, da un avita fatta di fervore di lotte nel campo più aspro e più agitato, quello della politica.[21]

Proprio nei campi più difficili del pensare e dell’agire umano l’azione dello Spirito muove il credente a testimoniare con la vita la presenza di

Cristo. L’essere cristiano offre uno sguardo nuovo sulle vicende del mondo; è un angolo visuale che consente di vivere in profondità la propria umanità.

La quotidianità è il vero banco di prova, dove si sperimenta la gioia di vivere nella comunione trinitaria. Karl Rahner indicava tale gioia come vita mistica, perché il credente si apre al mistero di Dio nella concretezza della sua esperienza individuale e comunitaria.[22] Nella mischia brilla la presenza consolante dello Spirito che conduce ogni credente all’incontro con Dio. San Paolo utilizza due espressioni centrali, perché si possa parlare di unione fra ciò che si crede, si spera e si ama e le vicende del mondo: vivere in forza dello Spirito e camminare seguendo lo Spirito (cf. Gal 5,25). Entrambe indicano di­namismo interiore ed esteriore, personale e comunitario. La lotta si concretizza grazie all’azione del frutto dello Spirito che si oppone alle opere della carne. Quest’ultime allontanano il credente dalla sua vera realizzazione. Sempre san Paolo indica che l’effervescenza dello Spirito produce un rinnovamento dell’umanità; la trasforma, perché possa ritrovare la sua vera essenza. La realiz­zazione del credente non sta nel prendersi spazi individuali a scapito degli altri, bensì nell’armonizzare tutte le forze in campo per crescere in vista del regno eterno. Si potrebbe affermare che la realizzazione personale è vera quando gli altri si sono realizzati nel portare a compimento il progetto di Dio per la loro vita. In questo modo la vita spirituale è profondamente generosità, perché il credente si lascia guidare dallo Spirito a essere totalmente degli altri. Si diventa così responsabili del genere umano, perché collaboratori della grazia di Dio che opera nel cuore del credente. La collaborazione è coscienza piena della responsabilità a cui tutti i credenti sono chiamati nel corrispondere all’azione di Dio nella storia. In questo modo percepirà chiaramente che il suo lavoro è un seguire ciò che Dio desidera per il bene della comunità.

Nell’ottica della collaborazione risulta chiara la chiamata alla santità di vita. Il modello di tale santità è Cristo, che insegna con la sua vita come ritor­nare ad abbracciare il Padre celeste (cf. LG 40). Il suo sacrificio vespertino ha aperto nuovamente le porte del regno all’umanità decaduta dal peccato grazie al dono dello Spirito che guida l’umanità alla verità tutta intera (cf. Gv 16,13). In Gesù il maestro e il modello coincidono; anzi egli stesso ha coscienza che la sua vita e il suo insegnamento sono un’unica realtà a cui i discepoli devono far riferimento costante: «Portate su di voi il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Il ristoro delle loro anime consisterà nel aver realizzato il suo insegnamento vitale. Non è, quindi, una dottrina da imparare a memoria quanto piuttosto uno stile di vita in cui Dio guida e protegge i passi di coloro che si affidano a lui. Certo non è riducibile a pura prassi, in quanto il suo insegnamento riporta il discepolo a considerare tutta la storia della salvezza realizzando così la legge dell’amore per Dio e per il prossimo. Nel brano di Matteo Gesù propone l’idea dell’imi­tazione che non assume i tratti di un rinnegamento della personalità di chi imita quanto piuttosto l’assimilazione nell’amore delle persone in questione.

L’imitazione è il gioco dell’amato e dell’amante che reciprocamente si comprendono e si aprono nell’accogliersi a vicenda. Il fulcro della vita mi­stica non sarà altro che la perfetta configurazione a Cristo che sant’Alfonso de’ Liguori traduceva con l’espressione forte di «uniformità alla volontà di Cristo».[23] L’assimilazione alla volontà di Cristo avviene, perché Gesù è l’origine dell’amore, di ogni perfezione che conduce la creatura a ricono­scersi sua parte integrante di Gesù. L’imitazione dei sentimenti è l’essere in unione santa; sperimentare così che la santità di Gesù è propria del credente che si trova immerso nei suoi sentimenti più reconditi dove Gesù percepisce la sua figliolanza nei riguardi del Padre (Fil 2,1-11).

Quali sono questi sentimenti che costituiscono l’oggetto da imitare? Se la perfezione dei discepoli deve essere quella del Padre celeste, la realizza­zione è quella del cuore misericordioso di Cristo, amore offerto del Padre per ciascuno di noi. Il volto del Padre è Gesù stesso; il cuore del Padre pulsa nel sangue offerto del Figlio che ama dello stesso amore oblativo di suo Padre. L’imitazione, dunque, è una via per giungere nelle profondità della divinità di Gesù; per mezzo di essa si tocca con mano l’amore infinito del Padre che riunisce tutta la creazione nella persona del Figlio, che si è donato per rigenerare l’universo in vista della ricapitolazione finale. Nei secoli la sequela di Gesù è stata vissuta come un approfondire sempre più il legame del discepolo con il suo Maestro. L’imitazione viene recepita come piano educativo per entrare in comunione con tutta la Santissima Trinità. Tale esperienza si esprime con un atteggiamento di uniformità alla sua di­vina volontà, per tutto il vissuto dell’uomo è orientato incondizionatamente a piacere a Dio. Queste espressioni hanno segnato la vita di tantissimi di­scepoli che hanno sperimentato l’unione a Dio per mezzo della santissima umanità di Gesù. L’uniformità si esprime particolarmente nel far proprio la ricchezza di sentimenti che mossero la vita di Cristo. Ad esempio, la mitezza, la generosità, il dominio di sé sono il frutto dello Spirito (Gal 5,22). I sentimenti di Gesù maturano tutta la persona del credente fino a condurlo a scoprire che la sua immagine somigliante è quella del Figlio di Dio impressa nel suo cuore e indebolita dall’attrazione della carne. La lotta fra la carne e lo spirito spinge il credente a migliorare nella sua umanità tendendo sempre più all’incontro trasformante con Cristo. Il frutto dello Spirito in lui sarà il ritrovare un sano equilibrio tipico dell’alunno che segue il suo maestro.

L’unità profonda che vi è fra le parole di Gesù e il suo modo di vivere

  • rende speciale agli occhi di tutti: insegna come un rabbino, ma vive come un profeta. Il cammino del suo discepolato è esigente non solo per l’idea di imitazione, ma soprattutto per la radicalità delle sue scelte. Gesù è un mae­stro esigente nelle sue scelte. Propone ai suoi una vita senza compromessi con
  • peccato e con la pigrizia spirituale. Il suo cammino è per i coraggiosi che si lasciano interrogare dal senso profondo della vita. La radicalità costituisce così la nota caratteristica della sua sequela in cui il discepolo è posto in un continuo atteggiamento di scelta. Infatti nei vangeli ogni personaggio ha sem­pre un rapporto forte e a volte contrastante con Gesù di Nazaret. Quando tale rapporto è autentico, lo stesso Messia invita l’ascoltatore a diventare discepolo aprendo il cuore e la mente alla voce del Padre e ad accogliere la forza trasformante dello Spirito di Dio. Il Maestro chiede, quindi, ai suoi discepoli una radicalità di vita che è frutto dell’azione libera e liberante di Dio. Mettere il Padre al primo posto significa orientare diversamente le scel­te vitali, gli interessi e le proprie aspirazioni. Il primato di Dio nella vita del credente è essenziale, perché possa compiersi una vera conversione del cuore. Dio viene prima di ogni scelta del discepolo, perché si possa realizzare la per­fetta comunione con lui. Il programma di questa radicalità è rappresentato dalle beatitudini (cf. Mt 5). La felicità consiste nell’andare contro corrente, nel sovvertire il ragionamento umano per far emergere le esigenze di Dio. Il discorso di Gesù racchiude il valore della povertà dell’Antico Testamento con un’apertura universale sulla perfetta sequela che ogni uomo e ogni donna può compiere quando incontra Dio nella sua vita. Chi vuole realizzare la perfezione deve percorrere la via di Dio; una piccola via che ai più sembra stretta, quando non si lascia a Dio l’opera di salvezza. Coloro che sono miti, giusti, misericordiosi hanno come padre Dio, perché come bambini si sono affidati alla sua opera educativa che li ha guidati per sentirei imperscrutabili al ragionare umano. La qualità della vita sta nell’amare Dio e il prossimo con tutta la forza della mente, del cuore e della volontà (cf. Mc 12,30). L’origine di tutto il programma educativo risiede nell’amore che trasforma, converte i cuori più induriti e le società più chiuse.

Tutti sono chiamati a essere discepoli di Gesù ognuno a secondo del grado dell’amore che lo muove a vivere gli insegnamenti del Maestro. La santità si realizza grazie all’amore e al desiderio di piacere sempre più a Dio (cf LG 41).

La carità rende il credente santo: non vi è solo lo sforzo morale, ma lo slancio dell’amore che attira e spinge nel cammino della vita. L’aspetto ontologico dell’essere originati da Dio non è, però, separabile dall’aspet­to morale, da come un credente vive quotidianamente. La carità vissuta nell’imitazione di Cristo ha un risvolto etico, ecclesiale e sociale che è ben visibile nella storia dei santi. Ogni credente è chiamato da Dio a vivere la sua santità nel concreto dell’esistenza sperimentando il limite umano e la sovrabbondanza ricchezza della sua grazia (cf LG 41).

La cooperazione avviene nell’accogliere la grazia e facendola lavorare nell’intimità del credente. La santità è un continuo lavorio di Dio nell’inti­mità del credente in cui Dio si fa presente come origine e fine di ogni sua azione e di ogni suo pensiero. In questo modo Dio sarà presente in ogni cir­costanza della vita del credente. In ogni avversità del credente la Santissima Trinità è all’opera confortando, sanando ed elevandolo nel suo amore.

  1. Conclusioni

La vita mistica apre il nostro sguardo all’orizzonte ultimo, la comunio­ne con la Santissima Trinità che è la fonte della nostra vita e del nostro gau­dio. Nell’esperienza storica del credente si incunea la presenza trasformante dello Spirito Santo che conduce tutta la comunità alla sua piena realizzazio­ne. Le difficoltà del momento non bloccano le aspirazioni dei cristiani, anzi nel turbinio del mondo è svelato il mistero della compassione di un Dio che ha scelto di accompagnare ogni uomo alla sua piena realizzazione. La gioia è il sentimento che contraddistingue i salvati.

A cura di Francesco Asti

[1] Cf. Francesco, Esortazione apostolica Evangeli gaudium (24 novembre 2013), Figlie di San Paolo, Milano 2013 (EG).

[2] Cf. Veronica Giuliani, Un tesoro nascosto, vol. II, Edizioni S.T.E, Città di Castello 1969-1987,413.

[3] E. Stein, Le vie della conoscenza di Dio, in Id., Sui sentieri della verità, San Paolo, Cini- sello Balsamo (MI) 1991, 213.

[4]  Ivi.

[5] Giovanni Climaco, La scala, Edizioni Qiqajon, Magnano (BI) 2005, 92.

[6] Liturgia delle Ore, Lunedì della seconda settimana, Vespri, antifona 3.

[7] Cf. J.-B. Chautard, Lanima di ogni apostolato, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 20076.

[8]  Cf. Francesco de sales, Filotea. Introduzione alla vita devota, Paoline, Milano 1984, 27.

[9] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium (21 novembre 1964) (LG), nn. 39-42.

[10] Evagrio Pontico, Per conoscere lui, Edizioni Qiqajon, Magnano (BI) 1996, 195.

[11]  Giovanni Climaco, La scala, 237.

[12] Cassiodoro, Le istituzioni, Città Nuova, Roma 2001, 122.

[13] Cassiano il Romano, Al vescovo Castore. Gli otto pensieri viziosi, in Nicodimo Aghio- rita – Macario di Corinto (edd.), Filocalia, vol. 1, Gribaudi Editore, Milano 1982, 146.

[14] Massimo il Confessore, Sulla carità, III Centuria, 91, in Nicodimo Aghiorita – Ma­cario di Corinto (edd.), Filocalia, vol. 2, Gribaudi Editore, Milano 1983, 95-96.

[15] Agostino, Le confessioni, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 19973, 10, 36.

[16] Giovanni Climaco, La scala, 304-305.

[17] Giovanni della Croce, Salita del monte Carmelo, in Id., Opere, Postulazione genera­le dei Carmelitani Scalzi, Roma 1985, III, 43, 2.

[18] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, 2 voll., Vivere in, Roma 1986: Sermone X, II, 3; Sermone XXIII, I, 2; Sermone XXIX, III, 6; Sermone XLI, IV, 6.

[19] H. Denzinger – A. Schonmetzer, Enchiridion Symbolorum, definitionum e declaratio- num de rebus fidei et morum, Herder, Romae 197636, 1528.

[20] Ibtd, 1529.

[21] L. Sturzo, Quel che mi ha insegnato la vita, in «The Weekly Mail» del 25 settembre 1926. Il testo si può trovare anche in L. Sturzo, La vera vita. Sociologia del soprannaturale, Vivere in, Roma 20062, 206-207.

[22] Cf. K. Rahner, The Mystical Way in Everyday Life: Sermons, Prayers and Essays, Orbis Books, Maryknoll 2010; H.D. Egan, Karl Rahner: Mystic of Everyday Life, Crossroad Pub- lishing, New York 1998.

[23] Alfonso M. De Liguori, Modo di conversare continuamente ed alla familiare con Dio, Bettinelli Editore, Verona 19923.

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