Enzo Bianchi – I banchetti di Gesù

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E allora non è assolutamente inutile per introdurci nel nostro clima, quello dell’Eucaristia, non è assolutamente inutile motivare la mia presenza qui, che come ha detto Don Angelo, è una presenza dovuta essenzialmente all’amicizia. Molti pensano che io sia sovente in giro a predicare, ma, voi sapete, sono le  favole che, una volta che sono narrate, si continuano a ripetere. In realtà ultimamente mi muovo abbastanza poco, innanzitutto per l’età che non mi permette di fare tutte le sere come questa sera: e così andare a dormire all’una e poi fare una vita normale il giorno dopo. Un tempo potevo fare anche la notte più alta e stare bene il giorno dopo, ma adesso provo disagio e penso stasera sono qui, domani sera sarò a Torino e mi succederà la stessa cosa venerdì sera quando sarò di nuovo in zona a Seregno, e sabato mi succederà la stessa cosa perché sarò a Reggio, e domenica la stessa cosa perché sarò a Siena.

Ma voglio essere molto concreto, questa è la mia prima uscita per conferenze a partire dal mese di novembre, a dicembre non ho fatto conferenze, sono stato in comunità, a gennaio pure, a febbraio pure, adesso mi muovo proprio per fare, come gli antichi monaci che facevano, i quaresimali, ma poi rientro…Questo per dirvi che effettivamente sono qui per l’amicizia grande di Don Angelo, la evochiamo sempre perché quando si ha la nostra età l’amicizia resta nella nostra vita forse una delle cose più preziose. E per una persona come me, un monaco che non ha conosciuto l’amore che invece conoscete tutti voi che siete sposati, l’amore di chi ha scelto per la vita, l’amore dei figli, per noi l’amicizia è anche l’esperienza di amore più bella che possiamo fare e quando resta fedele nel tempo è come un miracolo. Io ricordo sempre quando Don Angelo è arrivato nella mia comunità nel ’69, pensate quanti anni sono passati, ormai sono trentacinque anni, trentasei, lui giovane prete, io che iniziavo questa vita monastica. Allora gli preparavo, lui li ha ricordati, i tomini.

Sapete cosa sono? Sono dei formaggi piemontesi di capra che vengono messi sott’olio con un misto di prezzemolo, di aglio, di peperoncino, un goccino di aceto per far sì che si conservino, messi sott’olio, vengono tirati fuori per gli amici. Turoldo, che era un amico, anche dei tomini, ogni tanto passando in Piemonte mi telefonava: “Enzo, hai i tomini?”… “Sì”… “Vengo su” e non gli bastava normalmente un boccale da dodici, Don Angelo no, li gustava ma era morigerato… Ecco, ancora io resto sempre legato a questa esperienza: l’affetto, l’amicizia, lo si celebra soprattutto a tavola… Vedete l’amore si celebra anche in altri luoghi, voi lo sapete, gli sposati lo sanno, ed è una santa liturgia dei corpi. L’amicizia l’unica liturgia che ha è quella del pasto, del trovarsi insieme a tavola, del poter preparare il cibo. E io vi devo dire che è la cosa di cui mi vanto di più, visto che non ho tenti meriti spirituali di santità, ma ne ho uno, sono un buon cuoco, forse è la cosa che mi riesce meglio nella vita: far da mangiare per gli amici. Lo sapete, lo dico sempre, è la più grande soddisfazione che vivo perché ho imparato da una grande cuoca, che era mia nonna, che la maniera più semplice per dire a una persona “Ti voglio bene” è fargli da mangiare, e quando si vuol dire a una persona “Io voglio che tu viva bene”, non solo che tu viva, gli si fa da mangiare bene.

È in questo contesto che si inserisce anche la mia meditazione questa sera sull’Eucaristia. È stato Don Angelo a proporla, non io, e io spero che sia davvero un avvio alla comprensione di quello che è il Sacramento dei sacramenti, la cosa più straordinaria che il Signore Gesù ci ha lasciato. Io credo che nella nostra vita di cristiani l’Eucaristia è davvero tutto, è davvero tutto. È come dicevano i Padri, la sintesi di tutta la fede, di tutta la nostra speranza e di tutta la nostra capacità di amore. La sintesi che è stata vissuta fino all’estremo da Gesù, l’Eucaristia è questo. Ma proprio per questo necessita di molte comprensioni, e guai a perdere un’ ulteriore comprensione dell’Eucaristia pensando che la comprensione ultima, magari quella che riteniamo più spirituale, è sufficiente. No, l’Eucaristia va presa in tutta la sua ampiezza.

Io spero proprio che questa sera, pur facendo con voi un tragitto estremamente umano, dandovi l’antropologia del Sacramento Eucaristico, voi possiate capire come l’Eucaristia davvero abbia la capacità di essere la sintesi di tutta la nostra vita cristiana, di quello che noi attendiamo e di quello che riusciamo ad essere in virtù dell’aiuto della grazia, dello Spirito Santo, nella nostra vita.

Don Angelo non me l’aveva detto, ma con molta simpatia e intelligenza, nell’individuare il titolo dell’incontro si è ricordato di un mio libro, ormai di vent’anni fa, scritto per la Prima Comunione dei bambini, “Un Rabbi che amava i banchetti” lo intitolai- Ed ebbi la fortuna,che un vero designer, allora non ero assolutamente conosciuto, ora invece è conosciutissimo come uno dei migliori, non solo designer ma un vero artista in rappresentazioni di racconti, Emanuele Luzzati, abbia voluto accompagnare il mio libro con i suoi disegni. Il “Rabbi che amava i banchetti” era nato da una esperienza straordinaria che ho fatto dal ’78 fino al ’98 per venti anni: Ogni anno un movimento (se vi dico il nome del movimento, qualcuno sorriderà perché lo conosce come un movimento devoto, il movimento dell’Apostolato della preghiera) sotto la sigla chiamata “Ragazzi nuovi”, faceva normalmente ad Assisi un incontro di tutti questi “ragazzi nuovi” d’Italia, legati al movimento, un movimento retto essenzialmente dai Gesuiti e ogni anno mi facevano incontrare circa settecento, ottocento, mille bambini insieme, tra i sei e gli otto anni. E ogni anno dovevo spiegare loro l’Eucaristia, e credete è difficile spiegare l’Eucaristia a settecento, ottocento, novecento bambini nello stadio di Assisi.  Ed è lì che pensai che la maniera migliore per spiegare l’Eucaristia fosse raccontare i banchetti che ha fatto Gesù. Da quella esperienza dunque il titolo dell’incontro di questa sera, da qui la premessa.

Poi però ci inoltriamo in riflessioni oserei dire più precise, adeguate anche alla nostra qualità di adulti. Cominciando da un dato: non so se avete mai provato qualche volta a leggere i Vangeli con uno sguardo dall’inizio fino alla fine, senza preoccuparvi molto subito di trovarvi un messaggio spirituale o addirittura qualcosa che riguarda la fede, ma leggere i Vangeli come un racconto. Se voi fate questa operazione voi vi accorgete di alcune cose, alcuni dati che normalmente le persone pie, devote invece non trovano, leggendo i Vangeli. La prima è il grande numero di banchetti. Ma insomma Gesù è un Rabbi, è uno che insegna la legge di Dio, è uno che fa un bell’annuncio del Vangelo, noi ci attenderemmo che tutte queste cose portino Gesù a frequentare soprattutto il Tempio, le sinagoghe e gli uomini religiosi del tempo, cioè sacerdoti, scribi, farisei (e non prendete il termine fariseo in modo negativo, i farisei erano come quei movimenti che oggi nella Chiesa sono così amati dappertutto, erano molto zelanti, molto pii, pensate ai nostri movimenti, non erano differenti da loro)o a frequentare eventualmente i monaci di Qumran…

E invece no, mai una volta che si nomini che Gesù sia andato dai monaci, o dagli Esseni. E quando ha incontrato i sacerdoti li ha solo coperti di invettive. Non c’è una volta che abbia trovato un sacerdote e abbia avuto per lui una espressione deferente, mai. Li ha attaccati in tutte le maniere, leggetevi Matteo 24 e ne avete abbastanza. Gli scribi e i farisei li ha attaccati ancora di più, al Tempio. Dai sinottici sembra addirittura che abbia fatto l’ultimo viaggio a Gerusalemme e che a causa dei suoi interventi nel Tempio sia stato poi arrestato e ucciso. Nelle sinagoghe si narra che è stato una sola volta, dicono i sinottici. E invece noi ci imbattiamo sovente in un Gesù che è presente a dei banchetti e che fa tutta una serie di incontri a tavola. Se voi state ai sinottici, subito Gesù si mostra scandaloso, e questo ci dice l’urto causato da Gesù.

Gesù dopo il Battesimo di Giovanni e le tentazioni nel deserto, predica che il regno dei cieli è vicino, chiama due coppie di fratelli, subito dopo chiama un altro, Levi, e la prima cosa che Gesù fa è partecipare a una grande festa, una grande tavolata che questo peccatore ha organizzato per dare l’addio ai suoi amici peccatori, passando ormai nella comunità di Gesù. Matteo, Marco, Luca ci parlano di questo banchetto, fatto insieme ai pubblicani, cioè ai peccatori pubblicamente ritenuti tali. Non so se avete mai pensato che questo è il primo atto pubblico che Gesù fa, una volta formata la sua comunità: un grande pasto, partecipare a un banchetto che scandalizza tutti, dicono: “mangia coi peccatori!”. Cosa inaudita per un Rabbi e per un uomo spirituale come Gesù. Pensateci bene: ma, via, andare a mangiare con i peccatori! Da quel momento, ci dice l’evangelista Luca, Gesù fu chiamato “beone e mangione, amico dei pubblicani e delle prostitute”. Ce lo dice il Vangelo di Luca. E Gesù deve scusarsi, cerca di scusarsi dicendo: “Ma io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori; non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”, parole durissime.

Leggiamole bene perché sono parole durissime. Gesù dichiara nei confronti di quelli che si sentono sani: “Non hanno bisogno di me quelli che si sentono giusti; io non voglio incontrarli perché mio Padre Dio mi ha mandato da quelli che non si sentono giusti”, quasi a dire “Io chiudo ogni possibilità di rivelazione con quelli che si sentono giusti e sani”. L’incontro che Gesù fa è un banchetto a casa di Levi, lui chiamato pubblico peccatore, persona ritenuta impura, lui che per dare l’addio ai suoi amici prima di seguire Gesù, ci dice il vangelo di Matteo (che poi è il Vangelo di Levi stesso, voi lo sapete Levi chiamato Matteo, siamo nel vangelo scritto da lui) dà questo grande pasto. E da quel momento voi vedete tutta una serie di pasti di Gesù. Ad esempio quando viene chiamato da Simone il Lebbroso e incontra quella donna peccatrice che rannicchiata a lui vicino con le lacrime gli bagna i piedi, quasi glieli lava e poi gli profuma il capo, e Simone il fariseo che dice: “Ma ho invitato a casa mia per un pasto un Rabbi, un maestro spirituale, e lui si lascia toccare dalla prostituta”. E tutto avviene nel contesto di un pasto.

E poi avete presente gli altri banchetti, tra cui certamente, al cuore del Vangelo, quel banchetto che Gesù volle nel deserto, la moltiplicazione dei pani. E gli evangelisti si compiacciono a dire che era un banchetto, che Gesù li fece sedere ad aiuola, a gruppi di dodici. Non ha fatto una moltiplicazione di pani e pesce tipo un selfservice. No, fece disporre la gente ad aiuola, a gruppi di dodici: commensali, non semplicemente consumatori di un cibo, moltiplicato per sfamarli. Il gruppo di dodici, al di là del significato teologico per Israele, è il gruppo della tavolata, un gruppo in cui è possibile il dialogo, l’amicizia; quando superate i dodici difficilmente voi avete una tavola con comunicazione, una tavola in cui si è commensali, perché si finisce a parlare per gruppetti, due qui e due là e la tavola diventa un disordine. Poi, se continuate nella lettura, incontrate i pasti dai suoi amici, da Marta e Maria, da cui Gesù va spesso:ogni volta che viene a Gerusalemme passa da questi amici a Betania, accolto da loro. E poi voi incontrate quello che fu l’ultimo pasto prima della sua passione, sempre a Betania, dove Maria lo unge in vista della sepoltura. Ma, sigillo di tutto, l’ultima cena, pasto pasquale per i sinottici, pasto di addio e di amicizia non pasquale per il Vangelo di Giovanni. Vedete, tutto è iniziato con un banchetto cui sono ammessi i peccatori, Gesù va in mezzo a loro, tutto termina con un pasto con i suoi, in cui, come vedremo, Gesù dà il grande dono dell’Eucaristia che è proprio a favore dei peccatori: “Questo è il sangue sparso per voi e per le moltitudini”; “per i molti”nella traduzione attuale della nostra Messa, credo anche ambrosiana, dove il “per molti” è diventato giustamente “per tutti”, giustamente, perché è vero che nel testo originale non c’è tutti, ma c’è ” i molti”, ma “i molti” è da intendersi come era in ebraico, “le moltitudini degli uomini”, le moltitudini.

Ecco, questo è un primo itinerario. Giovanni nel quarto Evangelo che è il Vangelo altro e non è come i sinottici, sente però il bisogno anche lui di raccontare qual è il primo gesto che Gesù fa pubblicamente: è andare a un pasto, a un matrimonio a Cana. . Permettetemi di dire che questo episodio del vangelo lo fanno leggere nei matrimoni. Abbiate pietà di quando lo fanno, perché non sanno quello che fanno. Se voi leggete bene questo Vangelo, lo sposo e la sposa non ci stanno, non ci stanno, chissà dov’erano; si parla addirittura del capotavola, si parla dei servi. A un matrimonio, ci sarà uno sposo e una sposa! Non se ne parla. Si parla invece della madre di Gesù, si dice che sua madre era già là, perché nel linguaggio di Giovanni il matrimonio è tra Gesù e i suoi discepoli, Lui è lo sposo e la sposa è la comunità dei discepoli, per i quali Lui dà il vino nuovo, il vino della nuova alleanza, il vino buonissimo. È lui lo sposo e la sposa è la comunità, tanto è vero che il brano conclude: “Questo fu il primo segno”, Giovanni non dice “miracolo”, dice “segno” per dire “Qui c’è un segnale, cercate di capire, questo è il primo segno fatto da Gesù a Cana di Galilea”. Gesù fece questo segno, “e i discepoli credettero in lui”.

Ecco il vero matrimonio di Cana, la comunità e il suo sposo. Ma il tutto celebrato in un banchetto, in un festino nuziale, in cui addirittura c’è il vino buono che è servito con abbondanza a tutti. E poi Giovanni racconterà l’altro banchetto a Betania con l’unzione da parte di Maria, la sorella di Marta e di Lazzaro, e infine racconterà il pasto dell’ultima cena, in cui Giovanni ricorda che Gesù ha lavato i piedi dei discepoli. Non ricorda l’istituzione eucaristica, lui non la ricorda perché vuole dire ai cristiani: guardate che se avete capito bene cosa è l’Eucaristia, è lavarvi i piedi e diventare i servi gli uni degli altri. Meglio diventare servi gli uni degli altri che fare un rito, il rito eucaristico senza arrivare a lavarvi i piedi. E allora in modo scandaloso il quarto Vangelo non ci parla della istituzione della Eucaristia. Cosa scandalosa ancora per noi: come è possibile, come è possibile? È possibile perché Giovanni ormai scrive il Vangelo dopo gli anni novanta, e vede che nella Chiesa l’Eucaristia è diventata un rito, sì , si spezza il Pane, si accede al Calice, ma non c’è più servizio l’un dell’altro nella comunità cristiana.

E allora Giovanni sostituisce l’istituzione del banchetto eucaristico con l’istituzione della lavanda dei piedi. E si ricalcano le parole di Gesù. Gesù nella Eucaristia aveva detto: “Fate questo in memoria di me” e in Giovanni le parole sono: “Avete capito tutto quello che io vi ho fatto? Se io ho lavato i piedi a voi, io ve ne ho dato l’esempio, voi lavatevi i piedi gli uni gli altri”, che è lo stesso comando dei sinottici di fare l’Eucaristia. Ecco, vedete, l’Eucaristia avviene in un contesto di banchetto, ma questo banchetto è stato preparato dai banchetti di Gesù prima, dal banchetto con i peccatori, dal banchetto con la comunità, banchetto nuziale secondo il quarto Vangelo, dai banchetti delle moltiplicazioni dei pani che sono figura eucaristica, fino al banchetto dell’ultima cena. Questo è un primo movimento.
Il secondo movimento, per andare sempre più in profondità nel nostro tema. Gesù certamente l’ultima settimana della sua vita ha voluto celebrare la pasqua. Le differenze che ci sono di data, voi lo sapete, tra il quarto Vangelo e i sinottici, in realtà non sono delle differenze che ci impediscono la comprensione, ma anzi, ci aumentano ancora di più la comprensione eucaristica.

Secondo i sinottici Gesù mangia la pasqua, e questo deve essere avvenuto con ogni probabilità quasi certamente non la vigilia della sua passione. Lui con ogni probabilità ha mangiato la pasqua secondo il calendario non degli Ebrei, non del tempio, ma secondo il calendario degli Esseni e dei Qumramiti, il suo movimento era vicino a questi altri movimenti .Per semplificare le cose non ha mangiato la pasqua il giovedì santo ma quasi certamente il martedì santo, quando gli ebrei non mangiavano ancora la pasqua, ma la mangiavano queste comunità con un altro calendario. Questo anche storicamente spiegherebbe meglio come sia stato possibile che Gesù sia stato catturato la sera, che ci sia stato un processo radunando il Sinedrio, almeno in parte. E sia stato possibile poi mandarlo a Pilato, Pilato mandarlo a Erode, Erode rimandarlo a Pilato e la condanna alle nove del mattino!. Non è possibile, questi eventi in una notte non sono possibili. Quindi con ogni probabilità Gesù ha fatto questa pasqua il martedì sera, il martedì sera è stato arrestato, il mercoledì e il giovedì sono stati i giorni di questi processi e di questi incontri con il potere politico e con il sinedrio .Poi coincide la data per tutti: Gesù è morto venerdì 7 aprile alle tre del pomeriggio.

Secondo i sinottici comunque Gesù mangia la pasqua sapendo che ormai la sua situazione critica era giunta al punto dell’arresto, al punto di quella che sarebbe stata una fine violenta: Gesù per capire questo non aveva bisogno di una sapienza sovrumana. L’aveva detto: tutti i profeti erano finiti così, anche Giovanni Battista era finito così, Lui che ne era discepolo e prosecutore non poteva avere un’altra fine: Vedete, Gesù si trova di fronte a quella morte imminente, comprendendo la situazione e vuole dire ai suoi discepoli due cose.

La prima è che Lui non andava alla morte perché un destino pendeva su di lui. Attenzione questo è l’errore di tutti quelli che intendono il destino come presenza alienante sulla loro vita, qualche volta invece del destino dicono Dio, ma è sempre l’alienazione. Gesù voleva che i dodici capissero bene che non c’era nessun destino che incombeva su di lui, che lui, se voleva, scappava e sfuggiva a quella morte, quindi non c’era nessuna necessità, voluta da Dio, della sua morte.

La seconda cosa che voleva che capissero è che lui andava alla morte liberamente e per amore degli altri. Questo, guardate, è l’essenza dell’Eucaristia, non dimenticatelo mai. Quando voi volete capire l’Eucaristia ricordatevi queste due parole: “liberamente” o se volete nella libertà e “per amore”. Se non fosse andato liberamente, ci avrebbe sfiorato il pensiero che tante altre persone finiscono male come Gesù, e se non fosse andato per amore, avremmo pensato a tante persone cui tocca la fine di Gesù e più dolorosa ancora. Quel che rende la morte di Gesù unica è che lui vi è andato incontro liberamente e per amore. Liberamente significa che non glielo chiedeva né Dio né c’era un destino su di lui. Per amore significa che lui fino in fondo voleva non difendersi, non passare alla violenza, non passare a un atteggiamento uguale a quello dei suoi nemici o persecutori. Ecco perché quando siete a Messa, al momento del racconto della istituzione, sentite dire: “La vigilia della sua passione, liberamente stese le braccia, per amore nostro andò verso la passione”. Guardate, chi ha capito queste due cose ha capito l’Eucaristia, chi non capisce queste due cose, non capisce l’Eucaristia in senso cristiano. Ripeto: liberamente, nella libertà e per amore.

E allora, perché fosse chiaro, Gesù ha detto: “Bene, di quello che succederà, io stasera vi do un segno, ve lo anticipo con un gesto, ve lo anticipo con un rito, perché voi sappiate che io so quello che mi succede e che io non faccio nulla perché non mi succeda”. Ecco perché Gesù, come si compiacciono di dire i Vangeli, a un certo punto di quella cena pasquale, il seder che facevano gli ebrei e che anche lui ha fatto, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli dicendo: “Questo è il mio corpo dato per voi, consegnato per voi”. Torno qui perché qui è il cuore e lo riprenderete nei prossimi incontri. Vi ho ricordato quattro verbi: Gesù “prese” il pane, “disse” la benedizione, lo “spezzò”, lo “diede”. Questa è l’Eucaristia, questi sono i gesti eucaristici, questo è il contenuto del segno, “prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò, lo diede”.

Se voi leggete attentamente i Vangeli, troverete una sola differenza; in Matteo e Marco c’è “prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede”, nel Vangelo di Luca e in Paolo I Corinzi, c’è “prese il pane, rese grazie”, c’è solo questa differenza. Questo perché il Vangelo di Marco e il Vangelo di Matteo ricordano l’Eucaristia avvenuta a Gerusalemme soprattutto in un contesto ebraico, in cui ci si esprimeva così: “dire la benedizione”; Luca e Paolo ricordano piuttosto l’Eucaristia come ormai era celebrata ad Antiochia, dove si preferiva il termine in greco, eucaristesas,”rese grazie”, da cui Eucaristia. È la stessa cosa “dire la benedizione” o “rendere grazie”, una è una maniera giudaica di dire una cosa, l’altra è la maniera greca, dei cristiani provenienti dal paganesimo, però i verbi sono quattro “prese il pane, disse la benedizione o rese grazie, lo spezzò, lo diede”.

E vi faccio percepire soltanto degli echi: prese il pane, “rese grazie”, eucaristesas, da cui il nome Eucaristia. Noi la chiamiamo Eucaristia che significa azione di grazie”, rendimento di grazie. Ma è da quel verbo; nella variante ebraica “disse la benedizione” che per molto tempo l’Eucaristia è anche stata chiamata Benedizione. Ma è anche detto: “lo spezzò”, e per molto tempo l’Eucaristia è stata chiamata “frazione del pane”, spezzamento del pane, come la chiamano gli Atti degli Apostoli, Riuniti insieme per spezzare il pane. Vedete, in questi quattro verbi ci sono i nomi che noi abbiamo dato all’Eucaristia. L’unico che non c’è è Messa, che è un termine latino che venne tardi e che non sappiamo neanche cosa significasse. Questa è la verità, non sappiamo cosa volesse dire Messa. Ci sono molte interpretazione ma nessuna convincente. Non a caso dunque noi oggi quando parliamo dell’Eucaristia, parliamo di eucaristia, parliamo soprattutto di frazione del pane, parliamo anche eventualmente di Cena del Signore, pasto del Signore.

Ed è come se Gesù avesse voluto dire: “Io con questo gesto voglio anticiparvi quello che succederà domani. Domani la mia vita sarà violentemente tolta, il mio corpo sarà spezzato, troverà la morte, ecco, io ve lo narro con un gesto, piglio il pane e lo spezzo, un gesto che significa una vita spezzata, ve lo do da mangiare e vi dico “Questo è il mio corpo dato per voi”. Poi prese il calice e disse: “Questo è il calice del sangue della nuova alleanza, versato per voi e per le moltitudini in remissione dei peccati”. Cioè Gesù si ricorda che Mosè al momento di stipulare l’alleanza, fece una cosa straordinaria, il ricordo è nel capitolo 24 dell’Esodo, fece costruire un altare, poi fece un grande sacrificio di animali e il sangue di questi animali lo fece mettere in bacinelle davanti all’altare. A quel punto prese una frasca di issopo, la intinse nel sangue, spruzzò il sangue sull’altare e poi sulla gente. Che cosa significa un gesto simile? A noi sembrerebbe addirittura orrido, un gesto di una crudeltà per noi terribile. Eppure Mosè dicendo: “Io vi do il sangue, vi aspergo col sangue”,si rifaceva alla convinzione che il sangue per gli ebrei è la vita. Ebbene, se io metto il sangue sull’altare dove sta Dio e lo metto su di voi che cosa dico? Dico che c’è un’unica vita tra Dio e voi, ecco l’alleanza , ecco l’alleanza. Questa era l’alleanza. E Mosè disse: “Questo è il sangue dell’alleanza che il Signore oggi fa con voi”. Gesù usa le stesse parole, prende un calice di vino: “Questo è il calice, aggiunge, della nuova alleanza, cioè l’alleanza ultima e definitiva, sangue che è sparso per le moltitudini. Ecco il gesto. E poi dice: “Fate questo in memoria di me”. Ogni volta che voi volete ricordarmi, che voi volete partecipare a questo evento che accadrà domani, che accadrà sul calvario, voi nelle vostre chiese, nelle vostre assemblee, fate il gesto che io stasera ho scelto come segno di qualcosa che avverrà concretamente. Certo è un segno, non c’è un corpo ma c’è del pane; non c’è del sangue ma c’è del vino, ma attraverso quei segni si vuol indicare un fatto preciso avvenuto una volta per sempre, il 7 aprile dell’anno trenta quando Gesù è stato ucciso, condannato, lui il giusto in un mondo ingiusto.

Gesù sceglie del pane e del vino. Guardate che già questa può essere una grande stranezza. Gesù prende del pane, il pane azzimo che gli ebrei mangiavano in quella settimana di pasqua, e prende un calice, una coppa di vino, due ingredienti della cena pasquale. Gli ebrei per mangiare la cena, facevano pane azzimo e c’era una coppa di vino la quale veniva bevuta dai commensali. Immaginatevi per un momento di non essere dei credenti abituati all’Eucaristia, fate uno sforzo, vi fa bene pensare che non siete dei cristiani e che entrate semplicemente in una assemblea, soprattutto se questo avvenisse in una maniera, come potrei dire, molto umana, e il meno possibile da pontificale, ma nella semplicità di una Eucaristia celebrata con serietà. Immaginatevi, voi vedete innanzitutto del pane.

Non so se ci avete mai pensato, ma il pane è qualcosa che viene dalla terra: nella Bibbia si dice che Dio fa venir fuori dalla terra il pane, e quindi il pane è il frutto della terra. Frutto della terra è piuttosto il grano, ma il pane, come giustamente dice la preghiera che oggi si fa per la presentazione dei doni nella nostra Eucaristia, è frutto della terra e del lavoro. Il pane significa natura e cultura. Anche in una società come la nostra che cosa evoca il pane, soprattutto in questo bacino del Mediterraneo?. Il pane indica il nostro cibo tirato fuori dalla terra, è la creazione che ci dà il grano, ma una creazione che ha bisogno di tutto il lavoro dell’uomo, perché il pane significa arare la terra, significa seminare il grano. significa certamente la natura con la pioggia, ma significa poi aspettare, aspettare, mieterlo, batterlo nell’aria come facevano gli ebrei allora con il ventilabro, poi macinarlo e farlo diventare farina, e poi la farina viene impastata per fare il pane. Ma immaginate un momento questa straordinaria creatività di Gesù nel pensare che l’atto estremo della sua vita potesse essere rappresentato dal pane.

Il pane anche nel nostro linguaggio, è la necessità. Quando uno ha fame noi diciamo: non ha pane; e quando si vuol dire un tempo di carestia, diciamo: un tempo in cui non c’era pane. È la necessità, senza pane non viviamo. E Gesù per l’Eucaristia ha voluto questo. Guardate che è qualcosa di straordinario, di straordinario, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, natura e cultura, qualcosa in cui è presente la creazione ma in cui è presente tutta l’opera dell’uomo.

Seconda cosa, ha preso il vino. E il vino, al contrario del pane, non è necessario. Il pane è la necessità, senza pane si muore, senza vino si sta benissimo, ma il vino rappresenta la gratuità. E all’interno della nostra cultura il vino rappresenta, pensateci bene, ciò che rende lieto un momento, è l’ebbrezza, è l’eccesso. Non si ha bisogno del vino per vivere, ma due dita di vino permettetemi! L’astemio di per sé confessa che non vuole la gratuità, vuole stare solo nel regime della necessità, mangio perché devo mangiare, mangio per nutrirmi. Ma questo lo fanno anche le bestie; le bestie non bevono il vino. Non ci avete mai pensato? Il pane lo mangiano come noi, perché senza pane muoiono. Il vino rappresenta la gratuità, è uscire dal regime del bisogno. Succede anche nel rapporto di amore tra un uomo e una donna. Non avete mai pensato come la vostra vita da sposati sarebbe desolata se fosse una vita in cui semplicemente voi vivete di ciò che è dovuto dall’uno all’altro, i diritti degli uni verso gli altri. Ma proprio la vostra vicenda, dal giorno in cui vi siete innamorati, è stata un’esperienza di gratuità, d’innamoramento. Pensate al giorno in cui vostro marito vi ha detto “Mia regina” e magari eravate una povera contadinotta della Brianza, e voi gli avete detto:”Mio principe”! La gratuità del sogno che avviene tra gli innamorati. Il vino rappresenta questo, rappresenta la gioia, l’ebbrezza nuziale. Pensate a tutta la serie di poemi di amore che noi abbiamo in Egitto, in Mesopotamia o in culture minori, sempre si paragona l’amore al vino. Pensatei nella bibbia al Cantico dei cantici “Le tue carezze” si dice ” sono migliori del vino”.

È scandaloso, ma c’è un messaggio nel pane e nel vino. Certo diventano Corpo e Sangue di Gesù, ma quando noi andiamo a ricevere il Corpo e il Sangue dobbiamo anche renderci conto che quel che ci chiede l’Eucaristia è di offrire noi il nostro corpo e il nostro sangue. E quando io dico “corpo di un uomo” dico qualcosa che viene dalla natura ma qualcosa anche che si è costruito con la cultura. L’uomo non esiste più a livello solo di natura, forse non è mai esistito, tantè che gli antropologi dicono che il vero uomo è venuto il giorno in cui è uscito dal regime semplicemente animale, e per mangiare ha fatto di una pietra una tavola, perché la cultura nasce con la tavola.

Nell’Eucaristia “rendiamo grazie” -è il nome tipico dell’Eucaristia- rendiamo grazie per la creazione, per il lavoro dell’uomo, per ciò che è necessario “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” il pane di cui abbiamo bisogno. Ma abbiamo bisogno anche della gratuità di cui è segno, simbolo il vino. E allora voi capite perché all’interno dell’Eucaristia avviene la presentazione delle offerte::”Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo, dalle tue mani noi abbiamo ricevuto questo frutto della terra e del lavoro, lo presentiamo a te, perché diventi cibo di salvezza”- “Benedetto sei tu, Signore, per il frutto della vite”. La prima preghiera eucaristica, la più antica che abbiamo nella Didaché (60/70 d.C.).si esprime così: “sii benedetto per il vino, per la vigna di Davide tuo servo”. E voi capite perché Gesù, passando il calice ha detto sì “bevete, questo è il mio sangue”, ma ha detto anche : “io non berrò più del frutto della vite fino a che non lo berrò con voi, nuovo, nel Regno di Dio”. Di nuovo il linguaggio simbolico: pensate che davvero di là berremo il vino?. “Lo berrò con voi nel Regno” dice Gesù. Perché la gioia del Regno è rappresentata dal vino.

Secondo elemento: tavola e comunità. Gesù ha preso il pane, ha preso il vino, ma stando a tavola. Noi dobbiamo renderci conto che pane e vino sono legati come cibo alla tavola, a tal punto che nel Nuovo Testamento Paolo parla della tavola del Kyrios, la tavola del Signore, perché la tavola esprime la commensalità, l’unione, la comunione, la comunicazione… Gli antropologi ci dicono che se c’è un luogo in cui il linguaggio si è elaborato è la tavola. Pensate al giorno in cui degli uomini, anziché correr dietro ai cavalli, farli cadere da un dirupo, assalirli con pietre e coltello e poi ognuno mangiarne nel proprio angolo una coscia, hanno pensato “Mettiamo una pietra in mezzo, aspettiamoci a mangiare, mettiamoci sopra tre mele, facciamo bruciare un po’ di carne da cavallo e mangiamolo insieme”. È la tavola che insegna ciò che è buono e ciò che è cattivo. Lo sanno soprattutto le madri. Voi dite al abmbino.”Questo è buono e questo è cattivo”. Ma chi ve l’ha insegnato? Se un bambino a sei anni dice “Quello è buono e quello è cattivo”, usa questi due aggettivi, buono e cattivo, è perché li ha imparati dalla madre a partire dal cibo. I concetti morali vengono elaborati da quello che noi usiamo con la lingua e con la bocca nel mangiare. Buono e cattivo dipendono da come noi abbiamo imparato a mangiare e a dire che una cosa è buona o cattiva. La tavola è il luogo dell’elaborazione del linguaggio umano. Pensate poi al momento del cotto e del crudo…Qualcuno di voi avrà letto questo libro straordinario “Cotto e crudo” di Levi Strass. Pensate al giorno in cui gli uomini hanno deciso che, invece di mangiar crudo un animale, lo potevano cuocere. Il pane è una cosa cotta.. Voi trovate nell’Eucaristia tutti e tutto attorno alla tavola. La cultura si è sviluppata a tavola, la tavola è il mobile sociale, comunitario per eccellenza.

Ma la tavola dell’Eucaristia è la tavola del Signore, è Lui che ci invita, non è una nostra tavola, è il Signore che ci invita alla tavola, ed è la tavola della “koinonia”. Vedete, come dobbiamo ringraziare il Concilio e la riforma liturgica che, senza negare l’aspetto del sacrificio pure evocato dall’altare, hanno ridato all’altare l’immagine di una tavola a cui siamo commensali. Chi di voi è anziano si ricorda che il vecchio altare non aveva nulla della tavola, il prete stava girato verso un Dio in alto, voltandoci le spalle. L’altare non era una tavola, era solo un’ara su cui avveniva il sacrificio, l’offerta. Gesù non ha istituito su un’ara l’Eucaristia, m a tavola coi suoi. Questo, lo ripeto, senza dimenticare che a quella tavola si evoca il sacrificio avvenuto sulla croce, avvenuto sul Calvario. Non va persa quella dimensione. Ma è il Nuovo Testamento, è Paolo in 1 Corinti che parla della tavola del Signore, della cena del Signore, la tavola presieduta da Lui. E noi a tavola diventiamo davvero commensali di Dio. L’Eucaristia ci dice anche questo.

Poi pensate ad altri elementi. Quel pane e quel vino diventano nostro cibo, e qui c’è tutto il discorso scandaloso di Gesù: “La mia carne è vero cibo, il mio sangue è vera bevanda” Giovanni parla di mangiare: si mangia qualcosa di solido e lo dobbiamo mangiare coi denti. Capite perché la riforma liturgica ha indicato che dovevano scomparire le ostie? Perché le ostie non danno il senso del mangiare. Ricordo che quando ero piccolo, addirittura ci facevano fare gli esercizi per non toccare coi denti l’ostia, vi ricordate? Gesù dice:”chi mangia la mia carne” e il verbo che usa Gesù è “masticare”, un’esperienza che nell’Eucaristia dobbiamo fare. Ecco perché il Concilio ci chiede che non siano ostie ma che sia veramente pane e che si senta il pane in bocca. Capisco che le ostie sono comode. La Chiesa Cattolica chiede che sia pane azzimo, com’era quello che Gesù ha mangiato, e vi assicuro, ne sappiamo qualcosa nella nostra comunità, che il pane diventa subito duro e quindi il giorno stesso in cui facciamo l’Eucaristia uno di noi deve impastare, fare il pane, senza lievito, farlo cuocere, calcolare il numero di persone…

Capisco che non è una cosa facile. Perlomeno oggi fanno delle ostie che sono più spesse, perché deve esserci l’esperienza del mangiare, nell’Eucaristia si deve mangiare, non si deve ricevere la particola e sentire qualcosa di evanescente. Sono le parole di Gesù che ce lo chiedono: “Chi mangia la mia carne…il mio corpo è vero cibo…” Voi sapete che alla fine di quel discorso, “molti se ne andarono e non andavano più con Gesù”, tanto era scandaloso. E Gesù disse: “Volete andarvene anche voi?” A quelli che restavano. Mangiare e bere, solido e liquido, notate la valenza antropologica importante che noi sperimentiamo ogni giorno, mangiando e bevendo. Il realismo del pane e del vino è importante. Gesù d’altronde ha detto: “Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo”, non ha detto “Prendete e deglutite con attenzione”, no:”prendete e mangiate”… Questo non per mancanza di rispetto,ma per la consapevolezza che c’è un pane che noi dobbiamo mangiare, che c’è un vino che noi dobbiamo bere.

La fase successiva è la digestione, non ci avete mai pensato? Vedete, la nutrizione è una operazione volontaria; per noi uomini. È involontaria finché noi siamo degli infanti, andiamo direttamente al seno della madre e succhiamo, e non c’è una volontà, c’è un istinto, ma, diventati adulti, siamo noi che decidiamo di aprire la bocca e di mangiare, aprire la bocca e bere, anche nella Eucaristia. Ma poi nell’Eucaristia e nel mangiare avviene una operazione che non dipende dalla nostra volontà, la digestione, quella non dipende da noi.. Pane e vino eucaristici seguono il cammino di ogni cibo e, nel digerire, il pane e il vino sono trasformati e nella Eucaristia, vedete, contemporaneamente a questo movimento in cui pane e vino sono trasformati perché sono digeriti, avviene il processo inverso, noi siamo trasformati in Corpo di Cristo. I Padri della Chiesa, Giovanni Crisostomo per esempio, parlano di metabolismo eucaristico. Il metabolismo eucaristico consiste in questo: una volta che io ho mangiato il pane, corpo di Cristo e ho bevuto il vino, sangue di Cristo, io sono trasformato nel Corpo e nel Sangue di Cristo a tal punto che “non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me”. Sant’Agostino dice: “Cristiani, se volete vedere l’Eucaristia e capirla, guardate quel che c’è sull’altare, sull’altare ci siete voi; sull’altare c’è il Corpo di Cristo, voi diventate Corpo e Sangue di Cristo nell’Eucaristia”.

Ma, ancora, l’Eucaristia ha un suo ritmo. La Chiesa primitiva, voi sapete, la celebrava la domenica, il giorno del Signore e basta. Non c’era l’Eucaristia quotidiana. L’Eucaristia quotidiana avviene in occidente e avviene nel secondo millennio, l’oriente cristiano ortodosso conosce solo l’Eucaristia domenicale. Comunque che l’Eucaristia sia domenicale, una volta la settimana o che sia quotidiana, una volta al giorno, c’è un ritmo continuo in cui si alternano un digiuno eucaristico e un’ assunzione dell’Eucaristia. Vedete la sapienza della Chiesa Cattolica, adesso purtroppo ce n’è meno, diceva che se uno fa la Comunione la fa una sola volta al giorno e non di più. L’Eucaristia è una cosa seriissima, non si piglia come il cappuccino in ogni momento. E c’è un ritmo molto importante, che è il ritmo educativo che ci chiede di stare attenti a bulimia e ad anoressia. Quante volte nella mia vita ho visto persone bulimiche eucaristiche, persone che vorrebbero sempre fare l’Eucaristia e non si accorgono che la loro è una patologia, è una bulimia eucaristica… E altri che arrivano a non volerla fare mai, l’anoressia eucaristica.

L’Eucaristia invece ha questo ritmo che combatte l’anoressia e combatte la bulimia, perché Eucaristia è render grazie per ciò che Dio ci dà, ma si rende grazie in una sinfonia di tempo. Quelli che conoscono un po’ la musica sanno che la musica è fatta di silenzi e di note, e che i silenzi sono necessari perché altrimenti la musica sarebbe rumore. L’Eucaristia nella nostra vita deve essere l’antidoto all’anoressia e alla bulimia e guardate, ve lo dico per esperienza, le persone che hanno problemi di anoressia nella vita sovente finiscono per avere problemi anche verso l’Eucaristia. Ho seguito molte persone, ve lo dico, con patologie molto gravi di anoressia e che pretendevano di risolvere l’anoressia con la bulimia eucaristica, volendo tenere l’Eucaristia presso di loro in casa, comunicarsi più volte e oscillare ai limiti della morte. E attenzione, a volte la bulimia diventa anche rifiuto dell’Eucaristia, perché l’Eucaristia educa a mangiare e a bere, l’Eucaristia è l’antidoto all’aggressione al cibo, a mangiare consumando, a mangiare con la bulimia, un malattia da cui nessuno di noi è esente. Voi sapete che dal giorno dello svezzamento sintomi di bulimia o di anoressia ci accompagnano tutta la vita.

L’Eucaristia è un antidoto, l’Eucaristia è una educazione a mangiare ringraziando Dio, senza consumare il cibo con voracità e senza disdegnarlo nell’anoressia. Guardate, un credente, un cristiano, una cristiana che siano eucaristici sono persone che hanno un grande rapporto di pazienza con il cibo e sanno sempre condividere il cibo; una persona che mangia per sé e ha un atteggiamento bulimico non impara nulla dall’Eucaristia, perché l’Eucaristia è tavola, ma una tavola di comunione… E non dimenticate Paolo in I Corinzi, il primo rimprovero sulla patologia eucaristica. Avete presente? “Molti di voi vengono qui, ma questa non è più una cena del Signore, perché alcuni tornano a casa che hanno fame ed altri tornano a casa sazi, non vi aspettate gli uni gli altri neanche per mangiare”. Paolo con la sua lettera propone la dottrina eucaristica che la chiesa ci ripropone ogni giovedì santo nella seconda lettura della messa.

E poi accenno a un’ ultima dimensione: la condivisione ci porta alla festa. Il vero pasto è un banchetto, è una festa, e l’Eucaristia è festa. A questo proposito dovremmo iniziare un altro cammino antropologico, spero che ve lo faccia qualcuno nei prossimi incontri. Quando voi fate una festa, perché voi la fate? Pensateci bene, cominciando dalle feste più vostre. È la nascita di vostro figlio? È il matrimonio ? È l’anniversario del matrimonio? Sono le nozze d’argento? È il compleanno del figlio? Ebbene, fate un pasto attorno alla tavola e sentite il bisogno di evocare. C’è la tavola, c’è il cibo della necessità, c’è la bevanda della gratuità, c’è l’abbondanza della festa e c’è la parola di qualcuno che evoca: “Ah, tu sapessi quando sei nato… Eh, adesso hai vent’anni, ma che fatica allevarti… Eh, come mi sei costato…” oppure “Oh, guarda ti ho fatto con una semplicità incredibile; come l’acqua della cascata sei venuto fuori …”. Evochiamo. Anche nel pasto eucaristico evochiamo e ricordiamo. Come dice Paolo: “voi ricorderete la morte e la risurrezione del Figlio di Dio”. E non è un caso che dopo l’istituzione diciamo:”Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, attendiamo il tuo ritorno”. E tutta la liturgia della Parola è una evocazione. Se voi fate attenzione al cosiddetto Canone, l’Anafora, la Preghiera Eucaristica, notate che si dice: “Dio, fonte di ogni santità, tu hai creato il mondo, tu hai mandato tuo Figlio, il quale passò facendo il bene, ha dato la libertà, ha guarito. Prima di passare da questo mondo a Te, liberamente, per amore nostro si è offerto alla croce. La sera della sua passione …”. Una grande evocazione, come dicono gli ebrei a Pasqua è un’ aggadà, una narrazione pasquale. In cui noi ricordiamo la Pasqua di Cristo.

E mi fermo. Dell’Eucaristia io vi ho parlato a livello antropologico, ma io spero che voi abbiate capito che queste valenze antropologiche sono quelle che fanno il segno dell’Eucaristia. Se noi non le capiamo diventa un segno noioso l’Eucaristia. A volte ci lamentiamo: “Ma i nostri figli non vengono più in chiesa e si annoiano alla Messa”,. Chiediamoci: “abbiamo fatto loro capire queste cose? Lo sanno che l’Eucaristia è questo? Lo sanno? Facciamo di tutto perché l’Eucaristia trasmetta questi messaggi? Perché se non li trasmette, uno che entri vede un calice, vede un piattino, dei gesti e pensa: “Come si fanno magie altrove, se ne fanno anche qui”. Vi ricordate il film “Il pranzo di Babette”? Quello è il primo film da vedere per capire bene l’Eucaristia. Forse i più vecchi di voi ricorderanno. Un film straordinario, un film francese, che narra di un gruppo di amici che un giorno va a fare una passeggiata su un massiccio francese, e si dicono, questi amici: “ognuno porti qualcosa”. Un film bellissimo! Poi aprono la tovaglia , si mettono sull’erba, ognuno tira fuori le sue cose, e c’è uno che conduce questi amici con particolare intelligenza, vede un amico estrarre una scatola di tonno e lui comincia a narrare: “Questo tonno pescato nel Mediterraneo, poi cotto, poi tagliato, messo con olio di oliva e poi messo in scatola…”.

C’è chi tira fuori la scatoletta di ananas: “Ah, l’Africa, l’ananas preso, tagliato, messo… ” … Io poi le altre cose non le ricordo più bene, ma immagino sempre che ci sia qualcuno che ha portato un ragù, perché per me il ragù è la quintessenza di natura e cultura; fare un ragù è l’esperienza spirituale più alta, io credo, che uno possa avere, no, non ve lo narro perché l’ho narrato altre volte, ma chi sa fare bene il ragù conosce che cosa occorre dal battuto di cipolla agli aromi, messi uno dopo l’altro … Ecco, se noi pensiamo a tutte queste cose antropologicamente, come in quel film, ci rendiamo conto di che cos’è quel che mangiamo. Nell’Eucaristia noi portiamo questo, noi portiamo quel che siamo, quel che mangiamo, quel che noi facciamo, il nostro lavoro, i nostri sentimenti, le nostre fatiche, le nostre attese, le nostre speranze, le gioie come ebbrezza che abbiamo ogni tanto come vino, le necessità quotidiane di una vita che a volte è pesante di cui il pane ci ricorda l’amarezza e la fatica. L’Eucaristia è questa, trasfigurata da Gesù, in suo Corpo e in suo Sangue. Allora il cammino fatto stasera ci fa capire perché gli evangelisti hanno messo in evidenza i banchetti di Gesù, perché in quelle poche pagine del Vangelo si sono compiaciuti di dirci che Gesù sedeva alla tavola dei peccatori. La piccola Teresina, voi lo sapete, la piccola Teresina, questa grande teologa che io amo tra tutti i santi recenti, scrive nel suo diario- pensate lei, carmelitana, che sta morendo di tisi – scrive: “la cosa più straordinaria di Gesù è che lui sedeva a tavola, e che sedeva a tavola coi peccatori”. Guardate che stare a tavola è un’operazione di grande amicizia.

Adesso purtroppo siamo in una società dove si mangia al self-service, nessuno sa chi gli mangia vicino, ognuno col suo vassoio… ma questa è la barbarie… I pasti si consumano, ma non è più vita umana. Uno che viva così, capisco, va compatito anche se è barbaro e se non è più capace di sentimenti umani… Come può?… Al contrario invece se uno vive con la consapevolezza delle cose che, come dice la preghiera del cosiddetto offertorio, vengono dalla terra e dalla cultura e noi le diamo a Dio perché siano trasfigurate per noi in quello che sarà il Regno, cieli nuovi e terra nuova. Di questa natura trasfigurata noi sappiamo che l’Eucaristia è la primizia e la profezia. Io spero in un giorno in cui, anziché ricorrere a tanti concetti filosofici, transustanziazione, transignificazione, si piglierà quel termine straordinario che usa il Nuovo Testamento: trasfigurazione. Il pane e il vino trasfigurati in Corpo e Sangue di Cristo, tutta la terra trasfigurata nel Regno di Dio. L’Eucaristia porta questo messaggio e questa primizia.

Concludo. Io sono di quelli che l’Eucaristia non si sente di viverla tutti i giorni, è una cosa che mi dà le vertigini. Ve lo confesso. Perché quando si celebra l’Eucaristia, io penso che nell’Eucaristia c’è tutta la vita del Figlio, la vita del Figlio presso il Padre, la vita del Figlio che viene in questo mondo, la sua nascita, la sua vita umana, la sua morte, la sua resurrezione, la sua ascensione al cielo, la sua intercessione presso il Padre, la sua venuta gloriosa, tutto è nell’Eucaristia… E poi penso che nell’Eucaristia devo fare entrare la mia vita, ciò che amo, i miei amori così maldestri e a volte così sbagliati, devo fare entrare quello che faccio tutti i giorni con fatica, devo fare entrare anche quello che mi dà gioia e che è ebbrezza, devo fare entrare l’amicizia, e devo fare entrare la solidarietà con gli uomini, e devo fare entrare il mio spezzare il pane coi poveri, perché l’Eucaristia mi ricorda che i beni della terra sono per tutti, non solo per alcuni privilegiati, e che l’Eucaristia, sacramento di Cristo, mi chiama al sacramento del povero… C’è da tremare, ma c’è anche da adorare e da stupire per un dono così grande. In quel pane e in quel vino, trasfigurati in Corpo e Sangue di Cristo, in una sintesi di tutta la vita del Figlio, io devo mettere la mia povera vita e la vita dei miei fratelli e delle mie sorelle. Questa è l’Eucaristia. E voi capite perché, dicevo all’inizio, che è davvero la sintesi di tutta la nostra fede, di tutta la nostra speranza, di tutta la nostra carità. Ma per dire questo, ci sono volute realtà umane: il pane, il vino, una tavola, il mangiare insieme, qualcuno che narra e ricorda, il canto, la festa… L’Eucaristia è festa.

Milano, 23 febbraio 2005, Parrocchia di S. Giovanni in Laterano

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