«Io sono il buon pastore», proclama Gesù nel vangelo di Giovanni, e aggiunge: «Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10,11). Parlando di sé in questi termini Egli richiama quanto di più ricco può essere trovato in molte pagine dell’Antico Testamento e in particolare nel Libro del profeta Ezechiele dove leggiamo: «Perché dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura…Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo…Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata…le pascerò con giustizia» (Ez 34, 11.15-16). Inoltre: «Voi, mie pecore, siete il gregge del mio pascolo e io sono il vostro Dio» (Ez 34, 31). Anche Geremia utilizza un’immagine simile (cf. Ger 23,3), mentre Isaia scrive: «Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri» (Is 40,11). Jahvè è riconosciuto, pertanto, come il pastore del suo popolo: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla», scrive infatti il Salmista (Sal 23,1); e ancora: «Tu, pastore di Israele, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge» (Sal 80,2).

L’immagine del pastore, così cara al cuore del popolo dell’alleanza, serve a definire la missione di salvezza che il Padre ha affidato al suo Figlio il quale è venuto nel mondo per offrire la propria vita per le sue pecore. Egli si prende cura del suo gregge, lo difende dai lupi e dai nemici e lo conduce al pascolo. Gesù compie tutto ciò non per dovere o per forza, ma per amore, poiché egli offre la vita da sé e non per costrizione (cf. Gv 10,18), e soprattutto perché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). «L’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore (cf. Gv 10,3-5); un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, “sentendolo parlare così, seguirono Gesù” (Gv 1,37)» (Papa Francesco, Lumen fidei 30).

Per queste ragioni sin dall’antichità la Chiesa ha attribuito una grande importanza alla figura del Buon Pastore che porta sulle sue spalle la pecora ritrovata (cf. Lc 15,1-7), tanto da dipingerla o scolpirla nei luoghi di culto e di sepoltura dei cristiani. Lo sguardo rivolto al Buon Pastore per la Chiesa vuol dire non solo riconoscere in Gesù la piena realizzazione delle promesse e delle immagini dell’Antico Testamento, ma anche nutrire la speranza della salvezza definitiva nella Gerusalemme celeste dove tutti i redenti dal suo sangue, liberati dalla corruzione e dalla morte, saranno finalmente radunati per formare un solo gregge sotto la guida di un solo pastore (cf. Gv 10,16).

Significa, infine, che la Chiesa radica la sua missione ad gentes nella medesima missione di Cristo il quale dice: «Ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre» (Gv 10,16).

Il Mausoleo funebre di Galla Placidia costruito a Ravenna nel V sec. è tanto piccolo nelle dimensioni quanto prezioso nelle decorazioni musive. La lunetta di ingresso, in particolare, è occupata dalla raffigurazione del Buon Pastore, un giovane imberbe, elegante negli abiti e soprattutto nella posa, seduto su uno sperone di roccia. Con la mano sinistra sorregge la croce e con il braccio destro si protende verso una delle pecore che lo circondano accarezzandola delicatamente con la mano. Lo sguardo del pastore sembra fissare un luogo lontano che va al di là dell’orizzonte e sfugge alla vista dell’osservatore. Probabilmente è rivolto a quelle pecore che non sono di quell’ovile, ma che egli vuole condurre all’unico pascolo. La scena si svolge in una vegetazione ricca e verdeggiante che trasmette un forte senso di pace e di armonia. Le pecore sono tutte rivolte verso il loro pastore del quale riconoscono la voce.

La Chiesa, da parte sua, attenta alla parola di salvezza, invoca il Signore con la preghiera: «Buon Pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi» (Sequenza Lauda Sion Salvatorem).