Angelo Sabatino – Commento al Vangelo del 29 Marzo 2026

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Il Vangelo di questa domenica delle Palme si presenta come un’unica grande narrazione drammatica in cui Matteo intreccia eventi, Scritture e dinamiche interiori per condurre il lettore dentro il mistero della passione. Non è solo la cronaca di ciò che accade a Gesù, ma la rivelazione di ciò che accade nell’uomo quando Dio non corrisponde alle sue attese.

La decisione di Giuda di consegnare Gesù introduce immediatamente il tema della frattura tra attesa e realtà. Le trenta monete non sono soltanto un dettaglio economico, ma il segno di una relazione che si è svuotata di senso e si è ridotta a calcolo. In Giuda si può intravedere il dramma di chi ha seguito Gesù con una speranza precisa — quella di un Messia forte, capace di affermarsi — e si trova invece davanti a un maestro che parla di consegna, di morte, di perdita. La sua azione non nasce necessariamente da un rifiuto immediato, ma da una progressiva delusione: Gesù non è come lui lo aveva pensato. In termini psicologici, si potrebbe dire che Giuda non riesce a separare la persona reale dall’immagine costruita dentro di sé; quando l’immagine crolla, anche la relazione crolla. Il tradimento diventa allora un modo tragico di reagire alla disillusione, forse persino un tentativo estremo di costringere la realtà a coincidere con le proprie aspettative.

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Questo tema attraversa tutto il racconto. Anche gli altri discepoli si muovono dentro aspettative non esplicitate ma evidenti: promettono fedeltà, si dichiarano pronti a morire, ma non hanno realmente compreso la via di Gesù. Quando la situazione precipita, emergono paura e fuga. Pietro, che rappresenta la figura del discepolo generoso ma fragile, passa dalla dichiarazione assoluta al rinnegamento. Non è molto diverso da Giuda: entrambi si confrontano con un Gesù che non corrisponde all’immagine attesa. La differenza non sta nell’errore, ma nel modo in cui attraversano il fallimento.

Gesù, da parte sua, appare sorprendentemente coerente e libero rispetto alle aspettative altrui. Nell’ultima cena interpreta la propria morte come dono, nel Getsemani accetta fino in fondo una volontà che non coincide con il desiderio umano di evitare la sofferenza, e durante il processo rifiuta di difendersi secondo le logiche del potere. Matteo insiste sul compimento delle Scritture per mostrare che non si tratta di un fallimento, ma di una fedeltà a un disegno che supera ogni attesa umana. Tuttavia, proprio questa fedeltà rende Gesù incomprensibile: egli non salva sé stesso, non si impone, non risponde alla violenza con la violenza. È un Messia che delude, perché non si lascia ridurre a ciò che gli altri desiderano.

Il momento della morte, con il grido sulla croce, porta al culmine questa tensione. Anche qui si potrebbe leggere una dimensione profondamente umana: l’esperienza dell’abbandono, del non senso, del silenzio di Dio. Eppure, proprio in questo punto estremo, il racconto si apre a una rivelazione inattesa: il centurione riconosce ciò che i discepoli non hanno saputo vedere. È come se la verità di Gesù diventasse accessibile solo quando tutte le immagini precedenti sono crollate.

La figura di Giuda ritorna implicitamente come monito. Il suo rimorso mostra che egli riconosce l’errore, ma non riesce ad attraversarlo fino alla riconciliazione. Qui emerge un elemento decisivo anche sul piano psicologico: non basta accorgersi di aver sbagliato, occorre poter rielaborare la propria delusione senza esserne distrutti. Giuda resta chiuso nella propria immagine infranta; Pietro, invece, pur passando attraverso il pianto, rimane aperto a una possibilità.

In questa luce risuona in modo particolarmente significativo il pensiero di Dietrich Bonhoeffer, per il quale il discepolato autentico implica l’abbandono delle proprie immagini di Dio. L’incontro con Cristo non conferma le nostre aspettative, ma le mette in crisi. Bonhoeffer insiste sul fatto che il credente è chiamato a seguire un Cristo reale, non quello che ha costruito interiormente; e questo comporta sempre una forma di morte, cioè la rinuncia a proiettare su Dio i propri desideri di sicurezza, successo o controllo. In questo senso, la vicenda di Giuda può essere letta come il rifiuto di questa morte interiore, mentre la passione di Gesù diventa il luogo in cui Dio si lascia conoscere proprio là dove l’uomo non avrebbe voluto trovarlo.

Il testo, letto unitariamente, mette quindi in scena una verità radicale: l’uomo vive di aspettative che inevitabilmente proietta sugli altri e su Dio, ma l’incontro autentico passa attraverso la loro crisi. Quando l’altro — e Dio stesso — non corrisponde, si apre un bivio: chiudersi nella delusione, come Giuda, oppure attraversarla lasciandosi trasformare. La croce non è solo l’evento centrale della fede cristiana, ma anche il punto in cui ogni immagine costruita viene smascherata, e in cui può nascere una relazione finalmente libera, non più fondata su ciò che ci aspettiamo, ma su ciò che è realmente dato.

CHI E’ ANGELO SABATINO

Docente di religione
Educatore professionale socio-pedagogico.
Counselor e Coach 
Accompagnamento umano e spirituale
Membro dell’Associazione Laicale di promozione umana e cristiana “Seguimi” – Roma.

Sito: https://angelosab82.wixsite.com/website
Sito associazione: www.grupposeguimi.org

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