L’amore che non converte è un amore incompleto
E se il problema della nostra vita non fosse che non sappiamo amare, ma che abbiamo imparato ad amare a metà?
Gesù, nel Vangelo di oggi, ci consegna il cuore della fede: amare Dio con tutto noi stessi e amare il prossimo come noi stessi. Due comandamenti che, in realtà, sono un unico movimento dell’amore.
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Ma qui nasce una provocazione: possiamo dire di amare Dio se non sappiamo amare noi stessi? E possiamo dire di amare il prossimo se non siamo capaci di prenderci cura della nostra umanità?
L’amore autentico ha tre dimensioni inseparabili: Dio, noi stessi e gli altri. Non sono tre amori in concorrenza, ma tre direzioni di un unico movimento che nasce da Dio, perché è Lui la sorgente di ogni amore.
Amare Dio significa riconoscere che la nostra vita è un dono, che non ci siamo fatti da soli e che tutto proviene da Lui. Il nostro amore, dunque, è anzitutto una risposta: amiamo perché siamo stati amati per primi.
Ma questo amore deve raggiungere anche noi stessi. E attenzione: amare se stessi non significa mettersi al centro del mondo, giustificare ogni nostro comportamento o soddisfare tutti i nostri desideri. Significa riconoscere la propria dignità, accogliere i propri limiti, avere il coraggio di guardarsi dentro senza disprezzarsi e senza raccontarsi bugie.
Ci sono persone che si spendono per tutti, ma non sanno rispettare se stesse. Altre che si rifugiano nel servizio agli altri per non affrontare le proprie ferite. E ci sono persone che parlano continuamente di Dio, ma non riescono a vivere relazioni libere, sincere e rispettose.
Possiamo chiamare tutto questo amore?
L’amore per il prossimo, poi, non può essere separato dagli altri due. Non basta fare qualcosa per gli altri, se lo facciamo per sentirci indispensabili, per ricevere approvazione o per esercitare potere. Non basta dire di amare Dio, se poi diventiamo indifferenti alle persone che incontriamo.
L’amore evangelico ci mette continuamente in discussione perché non ci permette di nasconderci dietro le parole religiose, le buone intenzioni o le opere compiute.
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E soprattutto, l’amore non è un’ideologia: è concretezza.
Non si ama proclamando grandi principi, ma imparando ad ascoltare. Non si ama dicendo «ti voglio bene», se poi non c’è tempo per l’altro. Non si ama parlando di fraternità, se non siamo capaci di accogliere chi ci contraddice. Non si ama predicando la misericordia, se continuiamo a condannare chi ha sbagliato.
L’amore si misura nella vita quotidiana: nel rispetto, nella fedeltà, nella capacità di chiedere perdono, nella verità detta senza ferire, nella presenza che non abbandona quando l’altro diventa scomodo.
Ecco perché Gesù dice che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti. Non perché tutto il resto sia inutile, ma perché tutto il resto trova nell’amore il suo criterio di verità.
Possiamo pregare molto, conoscere la Scrittura, partecipare alle celebrazioni e svolgere tanti servizi. Ma se tutto questo non ci rende più capaci di amare, dobbiamo avere il coraggio di chiederci che cosa non sta funzionando nella nostra relazione con Dio.
L’amore, infatti, non è mai un possesso raggiunto una volta per tutte. È un cammino di conversione. Ogni volta che escludiamo una delle sue tre dimensioni, il nostro amore diventa incompleto e ha bisogno di essere guarito.
La domanda decisiva, allora, non è: «Quanto amo?», ma: «Il mio modo di amare sta diventando sempre più simile a quello di Dio?»
Perché amare come Dio ama significa uscire dall’egoismo senza annullarsi, donarsi senza possedere, accogliere senza manipolare, perdonare senza fingere che il male non esista.
Significa lasciare che Dio trasformi il nostro cuore, fino a renderci capaci di amare anche quando non riceviamo nulla in cambio.
La provocazione di oggi è questa: non basta dire che l’amore è il comandamento più grande. Bisogna verificare se è davvero diventato il criterio delle nostre scelte.
Perché alla fine non saremo giudicati dalla quantità di parole che abbiamo pronunciato sull’amore, ma dalla verità dell’amore che avremo saputo incarnare.
E tu, oggi, in quale delle tre dimensioni il tuo amore ha più bisogno di conversione: nel rapporto con Dio, nel rapporto con te stesso o nel rapporto con gli altri?
A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade
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