C’è una contraddizione nella nostra vita che Gesù oggi mette a nudo senza mezzi termini: siamo diventati bravissimi a interpretare ciò che accade intorno a noi, ma spesso siamo incapaci di discernere ciò che Dio sta facendo dentro di noi e nella nostra storia.
Guardiamo il cielo e capiamo se pioverà. Sentiamo lo scirocco e prevediamo il caldo. Osserviamo i fatti, analizziamo le situazioni, calcoliamo i vantaggi e gli svantaggi. Sappiamo leggere persino i cambiamenti più impercettibili nelle persone, soprattutto quando riguardano i nostri interessi.
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Ma quando Dio ci parla attraverso un evento, un incontro, una crisi, una parola che ci scuote, una porta che si chiude o una situazione che ci costringe a cambiare, spesso diventiamo ciechi.
Perché?
Perché discernere Dio è molto più scomodo che prevedere il tempo. Il meteo ci informa, ma Dio ci interpella. Il meteo ci permette di organizzarci, mentre la Parola di Dio può obbligarci a riorganizzare la vita. E noi preferiamo sapere che cosa accadrà, piuttosto che lasciarci trasformare da ciò che sta accadendo.
Ecco perché Gesù ci chiama «ipocriti»: non perché siamo incapaci di capire, ma perché rischiamo di usare la nostra intelligenza soltanto per ciò che ci conviene, evitando di applicarla alla verità della nostra esistenza.
Ma sappiamo davvero leggere i segni di Dio?
Il discernimento non è indovinare il futuro, né attribuire automaticamente a Dio tutto ciò che ci succede. È imparare a leggere la realtà alla luce del Vangelo, domandandoci che cosa una situazione rivela di noi, che cosa ci chiede di cambiare e verso quale libertà il Signore ci sta chiamando.
Forse Dio ci sta parlando proprio attraverso quella persona che non riusciamo a perdonare. Forse ci sta mettendo in discussione attraverso un fallimento che non accettiamo. Forse ci sta chiedendo di uscire da una sicurezza diventata una prigione, oppure di smettere di chiamare prudenza la nostra paura.
Ma noi rischiamo di cercare segni straordinari, mentre ignoriamo quelli ordinari. Aspettiamo che Dio intervenga dall’alto e non ci accorgiamo che ci sta già parlando attraverso la vita.
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Il problema non è che Dio sia assente. Il problema è che potremmo essere così concentrati sulle nostre attese da non riconoscere la sua presenza.
E poi c’è un debito che non vogliamo riconoscere.
Gesù conclude con l’immagine dell’avversario e del giudice. Ci invita a cercare un accordo mentre siamo ancora lungo la strada, prima che sia troppo tardi.
Questa immagine ci ricorda che la vita è un tempo di responsabilità, non un’attesa indefinita. C’è una giustizia da riconoscere, una verità da accogliere, una relazione da ricomporre prima che le conseguenze delle nostre scelte diventino inevitabili.
Siamo debitori di Dio. Non perché dobbiamo pagargli la sua misericordia, come se il suo amore fosse una fattura da saldare, ma perché abbiamo ricevuto una vita, una Parola, un amore e infinite possibilità di conversione, e dobbiamo rispondere di ciò che ne abbiamo fatto.
Siamo debitori dell’amore ricevuto e non donato, del perdono accolto e negato agli altri, della verità conosciuta e continuamente aggirata, del bene che avremmo potuto compiere e che abbiamo rimandato.
E qui la provocazione diventa seria: non possiamo pretendere che Dio ci abbia parlato poco se siamo stati noi a non voler ascoltare. Non possiamo dire di non aver capito se abbiamo trascorso la vita a evitare le domande che avrebbero potuto cambiarci.
Il giudizio di Dio non sarà un esame sulla nostra capacità di prevedere gli eventi, ma sulla verità con cui avremo vissuto davanti a lui. Avremo riconosciuto il suo passaggio? Avremo lasciato che la sua Parola correggesse le nostre scelte? Avremo risposto all’amore con l’amore?
Non sappiamo quando arriverà l’ultima ora. Ma sappiamo che oggi siamo ancora lungo la strada. Oggi possiamo riconoscere un errore, chiedere perdono, ricominciare, ristabilire una relazione, fare finalmente quel bene che continuiamo a rimandare.
Il discernimento è anche questo: capire che non abbiamo tempo da perdere quando si tratta di convertirci.
La domanda che Gesù ci pone oggi non è se sappiamo leggere il cielo, ma se sappiamo leggere la nostra vita alla luce di Dio.
E allora chiediamoci, senza giustificarci:
Quale segno Dio mi sta mettendo davanti agli occhi che io continuo a non voler vedere?
Quale conversione sto rimandando, fingendo di non aver ancora capito che cosa il Signore mi chiede?
Perché il rischio più grande non è sbagliare previsione sul tempo.
È arrivare alla fine della strada e scoprire di aver riconosciuto tutti i segni del mondo, ma di aver mancato proprio quelli di Dio.
A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade
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