- Pubblicità -

mons. Giuseppe Mani – Commento al Vangelo di domenica 18 ottobre 2026


Di chi è questa immagine?

“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Non si tratta di una lezione civica. Un invito a pagare le tasse. Sant’Agostino ci apre la prospettiva: “Come Cesare cerca la sua immagine sulla moneta, Dio cerca la sua nella tua anima”. Liberati dalla contemplazione di una moneta, eccoci completamente liberi e disponibili a cercare in noi i tratti di Colui che ci ha creati a sua immagine e somiglianza.

È raro soffermarci a contemplare nel nostro corpo e nel nostro spirito, nelle nostre attività e nelle nostre relazioni con gli altri questa immagine e somiglianza che il Creatore ha messo in noi come ci precisa il libro della Genesi. Prima di rivelarsi nella sua Parola, in molti modi Dio si è lasciato vedere nel suo capolavoro che è l’uomo. L’uomo nella sua ricchezza e complessità, nella sua bellezza e nel suo genio, nella sua intelligenza e nella sua immaginazione. Non si dubita che l’uomo è immagine di Dio, ma si deve pensare che l’uomo tutto intero nella sua diversità e varietà del tempo, delle culture, dei talenti deve dare una immagine di Dio infinito.

Così la vocazione dell’uomo non è vivere nella solitudine. È ai suoi parenti che deve il venire al mondo, normalmente troverà una compagna, trasmetterà la vita a dei figli e la sua attività gli darà un posto nella società. Così è immagine di Dio nella sua condizione familiare, sociale, più semplicemente nella sua condizione relazionale. Siamo tentati di dire che anche la società è immagine di Dio, di un Dio che non abita nella solitudine, ma in una maniera o nell’altra entra in relazione con l’uomo. Lui che è nell’incomprensibile mistero che chiamiamo Trinità e della sua relazione con gli uomini e con gli angeli. A chiunque dona di esistere come le stelle del cielo e i fiori del campo che circonda della sua conoscenza e del suo amore.

Ritorniamo al Vangelo, dove la finale è “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Il verbo “rendere” non ha il senso migliore quando di tratta di Cesare o di Dio. Si rende a Cesare ciò che il fisco esige: una legge o un regolamento fissa l’imposta, che in fin dei conti è un contributo necessario al buon funzionamento della società.

Applicata a Dio la parola “rendere” non ha lo stesso significato: non si tratta di restituire al padrone il talento che ti aveva affidato riprendendolo dal cassetto dove era stato messo. Nel vangelo e nella liturgia la parola “rendere” è usata per dire la nostra ammirazione e la nostra riconoscenza dinanzi a Dio. “Noi ti rendiamo grazie” è l’ultima parola alla fine della celebrazione eucaristica: “Deo gratias”.

Rendere a Dio ciò che è di Dio, dopo che abbiamo meditato sulla sua immagine che è in noi, non significa che noi dobbiamo restituire una immagine intatta e integra. Questa somiglianza di cui Dio ci ha gratificato in partenza, di cui ha gratificato l’umanità tutta intera dall’inizio della storia umana e ci appartiene, si tratta di farla fruttificare secondo l’invito fatto ai primi uomini: “Crescete e moltiplicatevi, siate fecondi, riempite la terra e sottomettetela”. Noi non dobbiamo restare inerti o semplicemente quello che altri hanno fatto prima di noi, ma impegnarsi come degli dèi, perché siamo ad immagine di Dio, le risorse infinite più o meno immense che questa somiglianza ha messo in noi.

In conclusione, ringraziamo i farisei prima e Sant’Agostino poi che con la loro domanda e la loro riflessione ci hanno offerto l’occasione di riconoscere in questo vangelo l’ambizione di Dio per l’uomo e la sua fiducia in lui.

Fonte