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don Vincenzo Leonardo Manuli – Commento al Vangelo del 11 ottobre 2026

IL BANCHETTO DELLA GRAZIA

La terza parabola del rifiuto, quella degli invitati al banchetto di nozze, porta a compimento una dinamica che Matteo presenta in crescendo. Prima i due figli, poi i vignaioli omicidi e infine gli invitati alle nozze: tre parabole nelle quali ritorna, con intensità sempre maggiore, il tema del rifiuto.

Nella prima parabola possiamo riconoscere nella finale la figura di Giovanni il Battista, che non viene accolto dai capi del popolo. Nella seconda parabola, quella dei vignaioli omicidi, il rifiuto raggiunge il suo vertice drammatico: viene ucciso l’erede, il Figlio. È il rifiuto di Gesù, centro drammatico della storia della salvezza. Nella terza parabola, però, lo sguardo si allarga. Il rifiuto di Gesù non rimane soltanto una vicenda del passato: raggiunge anche i suoi discepoli e si proietta nella missione della Chiesa.

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Un re, un figlio, un banchetto. Matteo amplia il racconto: c’è un re che prepara un banchetto di nozze per suo figlio. È evidente il riferimento al Padre e alla missione di Gesù. Il linguaggio è messianico: il banchetto nuziale richiama la festa della salvezza, il compimento delle promesse, la comunione definitiva di Dio con il suo popolo. L’invito al banchetto è dunque l’offerta della salvezza. Ma i primi invitati rifiutano. Non soltanto non vengono: alcuni non prestano attenzione, altri se ne vanno ai propri affari, altri ancora reagiscono con violenza contro i servi inviati dal re. 

È una pagina che richiama la storia della missione della Chiesa. Gli apostoli sono mandati a portare la buona notizia delle nozze messianiche, ad annunciare che il Regno è vicino, che in Cristo Dio offre la salvezza. Eppure il messaggio viene rifiutato e, in molti casi, i messaggeri vengono perseguitati e uccisi. Matteo legge questa storia anche alla luce della distruzione di Gerusalemme: la città che ha rifiutato il Messia va incontro alla sua rovina. È una lettura teologica della storia, nella quale il rifiuto di Dio porta con sé conseguenze drammatiche.

L’invito è per tutti. Ma proprio quando i primi invitati si autoescludono, il re ordina ai servi di andare per le strade e invitare tutti quelli che incontrano. È qui che la parabola apre una prospettiva straordinaria: il banchetto è per tutti. La salvezza non è proprietà di qualcuno. Il Regno non è un privilegio riservato a pochi. L’invito raggiunge ogni uomo, ogni popolo, ogni periferia dell’esistenza. La sala delle nozze si riempie di «buoni e cattivi». Dentro la comunità c’è di tutto. E questo ci consola, ma nello stesso tempo ci responsabilizza.Perché Matteo non permette alla comunità cristiana di sentirsi arrivata semplicemente perché è dentro la sala.

L’abito nuziale. Ed ecco la seconda piccola parabola dentro la parabola: il re entra nella sala e trova un uomo senza l’abito nuziale. È una scena sorprendente. Se tutti sono stati raccolti dalle strade, perché chiedere proprio a quest’uomo conto della veste? L’abito nuziale richiama la grazia ricevuta, la vita nuova che Dio ci ha donato. Non basta essere stati invitati. Non basta essere entrati nella sala. Occorre accogliere il dono e lasciarsi trasformare dal dono. È il significato profondo del nostro Battesimo: abbiamo ricevuto una veste nuova, siamo stati rivestiti di Cristo, immersi nella sua morte e risurrezione. Ma quella veste non è un ornamento da conservare nell’armadio della fede: è una vita da indossare ogni giorno. La grazia ricevuta deve diventare esistenza, scelta, testimonianza.

Dentro la chiesa, ma con quale vita?. Questa è un appello particolarmente serio per la comunità cristiana. Matteo sembra rivolgersi a una Chiesa che rischia di diventare tiepida, insipida, di adattarsi alla società. Stare dentro la Chiesa non è automaticamente garanzia di salvezza. Possiamo essere nella sala del banchetto e non avere il vestito delle nozze. Possiamo essere vicini alle cose di Dio e, nello stesso tempo, vivere lontani da Dio.Il Vangelo ci chiede allora: abbiamo davvero indossato la grazia che abbiamo ricevuto? Il Battesimo non è soltanto un evento del passato. È una vocazione permanente: vivere da figli, lasciarsi trasformare da Cristo, camminare nella sua grazia fino all’incontro definitivo con il Vivente.

Un banchetto preparato da Dio. Alle spalle di questa parabola c’è la grande profezia di Isaia: Dio prepara per tutti i popoli un banchetto, un banchetto ricco e delizioso, nel quale saranno vinte le lacrime, la morte e ogni separazione. La storia della salvezza è, in fondo, la storia di un Dio che prepara una festa e continua a dire all’uomo: «Vieni». Noi siamo invitati. La salvezza è dono, non conquista. Ma il dono chiede di essere accolto. E forse l’abito nuziale è proprio questo: lasciare che la grazia ricevuta diventi la forma concreta della nostra vita. «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). Paolo non parla della forza dell’uomo che si basta da solo, ma della forza che nasce dalla presenza di Cristo. È la grazia che rende possibile ciò che da soli non potremmo compiere. Il banchetto è già preparato. La veste ci è stata donata. La domanda, allora, non è soltanto: “Sono stato invitato?” La domanda decisiva è: “Sto vivendo all’altezza della grazia che ho ricevuto?” Perché il Regno è festa, ma è anche trasformazione. È dono, ma è anche risposta. È grazia ricevuta, che diventa vita.

Per gentile concessione di don Vincenzo Leonardo Manuli
Link all’articolo del suo blog

Don Vincenzo è nato il 7 giugno 1973 a Taurianova. Dopo la laurea in Economia Bancaria Finanziaria ed Assicurativa nell’Università Statale di Messina conseguita nel 1999, ha frequentato il Collegio Capranica a Roma dal 2001 al 2006. Ha studiato filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma dal 2001 al 2006 retta dai padri gesuiti della Compagnia di Gesù. […]

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