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Missionari della Via – Commento alle letture di domenica 4 ottobre 2026

Il Vangelo di questa domenica ci mette davanti a una domanda decisiva: viviamo da figli grati per i doni ricevuti o da proprietari che pretendono di possedere tutto? Attraverso la parabola dei vignaioli, Gesù ci invita a riscoprire che la vita, la fede e la Chiesa sono un dono da custodire e far fruttificare, non un possesso da trattenere.

La parabola dei vignaioli omicidi rappresenta, in forma simbolica, l’intera storia della salvezza. Da una parte mostra la nostra infedeltà, dall’altra la costante fedeltà di Dio.

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Nel racconto emerge un duplice crescendo: il rifiuto dell’uomo, che arriva fino alla violenza e al desiderio di impadronirsi dell’eredità, e l’amore di Dio, che non smette di offrire quella medesima eredità.

Dio resta sempre fedele; come ci ha ricordato papa Francesco: «La fedeltà di Dio è una fedeltà paziente: ha pazienza con il suo popolo, lo ascolta, lo guida, gli spiega lentamente e gli riscalda il cuore».

Così, mentre l’uomo cerca di prendere con la forza ciò che non può conquistare, Dio offre con perseveranza e calore.

È interessante che nella Scrittura la parola “verità” è espressa con il termine ebraico emeth che deriva dal verbo ‘aman (da cui proviene anche la parola amen), che significa “essere solido, sicuro, fondato su una roccia“.

Nella Bibbia, applicato a Dio, emeth indica la Sua fedeltà incrollabile.

Potremmo dire che Dio è sempre fedele a sé stesso, perciò è verità.

Anche davanti ai vignaioli omicidi, anche quando noi perdiamo il senso del dono della vita, Dio rimane fedele.

Il padrone della parabola, infatti, si ostina nel mandare il figlio, crede fino alla fine nella possibilità di bene che può emergere.

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I vignaioli, invece, non sono fedeli, non accolgono il dono di Dio, il suo stile e il suo bagaglio, ma fanno un atto di espropriazione, negando «ogni sorta di debito simbolico […] una negazione del patto con l’Altro […] uccidere il figlio è come uccidere il padre; è rigettare la filiazione» (Massimo Recalcati).

Ereditare non significa semplicemente ricevere qualcosa ma è riconoscere una continuità, che la nostra vita è intrecciata a quella di altri, che ciò che siamo nasce da un dono precedente.

Pensare che non siamo legati a Dio, che ciò che riceviamo può essere espropriato dal donatore, dalla sua vita e dal suo stile è un grande abuso.

Perciò, alla fine, Dio non può permettere che vada sprecato questo legame con Lui: la vigna viene data ad altri.

I cristiani, sentendo ciò, potrebbero fare l’errore di pensare di essere “quegli altri” a cui è stato affidato tutto, sentendosi migliori.

È evidente che la comunità cristiana ci teneva a valorizzare il dono di Gesù come Messia e a rimproverare chi non l’aveva accolto, ma oggi questa parabola ci invita a guardare altrove: non agli errori degli altri bensì agli scarti che noi stessi produciamo quando interrompiamo la continuità con Dio.

Anche noi possiamo scartare Dio dalle nostre vicende!

Pensiamo alle divisioni nella Chiesa, alcune dolorosamente recenti, anche se con radici antiche; fratture che nascono quando ciò che è di Dio viene trattato come un oggetto da possedere, da controllare, da usare per affermare sé stessi.

Una tentazione è quella di interpretare la tradizione della Chiesa come lettera morta, non come un dono vivo che chiede continuità, che assume il modo di essere di Colui che l’ha generata.

È qui che la parabola dei vignaioli ci illumina: non basta rivendicare la vigna, non basta dire “questa è la vera eredità”.

Se non si accoglie lo stile del padrone si finisce per custodire una tradizione senza lo Spirito, per difendere il dono senza il Donatore, per pretendere continuità senza vivere la comunione.

Inoltre, possiamo pensare a tutte le volte che il cristianesimo non diventa vita e viene così espropriato dello stile di Dio.

Per vincere questa tentazione, ci può essere utile ricordarci che la fede nasce dall’ascolto (cf Rm 10, 17) e di conseguenza che: «per ascoltare occorre tacere. Non soltanto attenersi a un silenzio fisico […] ma a un silenzio interiore, ossia un atteggiamento tutto rivolto ad accogliere la parola altrui» (Eugenio Brogne).

I vignaioli omicidi non stavano in silenzio ad ascoltare la voce del dono ricevuto, usarono la violenza davanti a un dono di amore, non riuscirono ad accogliere la parola altrui:

  • presero i servi e uno lo bastonarono,
  • un altro lo uccisero,
  • un altro lo lapidarono.

Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo; persino la voce del Figlio non riuscì a connetterli con il dono del Padre.

Anche noi possiamo essere così, espropriatori delle cose di Dio, slegati dalla Parola.

A volte anche cristiani che si sentono fedeli, persino praticanti, presbiteri, religiosi e vescovi, persone percepite come unite a Dio, possono vivere come quei vignaioli della parabola: come dei malvagi.

Quando ci sganciamo da Colui che ci ha donato la vigna, perdiamo la continuità con Dio, una continuità di grazia, perciò finiamo per difendere e utilizzare la vigna come se fosse nostra; e diventiamo sordi alla sua Parola, anche annunciata dai profeti che abitano i nostri tempi.

Quando ci chiudiamo nelle nostre idee, nei nostri ruoli, nelle nostre sicurezze, quando assaporiamo potere e tornaconto e non la grazia, possiamo arrivare a sopprimere l’inviato.

Nelle nostre intenzioni e nelle opere può non esserci traccia del donatore, può essere persino nominato ma mai presentato.

Il Padre diventa padrone, Dio non è più accolto nella sua vigna; il proprietario diventa abusivo nella sua casa!

È il paradosso del cuore umano: chi è chiamato a custodire può diventare chi ferisce; chi è inviato può rifiutare egli stesso l’Inviato.

La parabola non è una semplice accusa ma una sveglia!

Ci ricorda non solo che la vigna e i suoi frutti non sono nostri, ma che ogni volta che ci separiamo effettivamente dal Padre, possiamo diventare anche noi omicidi.

Oggi vogliamo chiederci se Gesù è la pietra d’angolo della nostra vita oppure, come diceva il biblista Julian Carron, «anche se continuiamo a parlare di Cristo (come capita spesso), lo riduciamo di fatto a una delle tante varianti del senso religioso».

Il rischio è ridurci a parlare di Dio come uno che effettivamente aleggia sulle nostre opere ma al quale non siamo connessi affettivamente ed effettivamente.

Cristo può diventare un nome tra gli altri, un riferimento culturale, un simbolo identitario, un linguaggio che usiamo per sentirci “religiosi” possessori dei beni affidatici da Dio.

La fede può diventare accessoria, comunicare un’espropriazione indebita delle cose di Dio a nostro vantaggio.

I vignaioli fedeli, invece, non custodiscono una proprietà da sfruttare, non hanno un proprietario da nominare, vivono lo stile di Dio.

Perciò l’eredità che ricevono è una pietra angolare, una connessione con Dio che sostiene la loro esistenza e sprona a un’operosità creativa.gratuito,

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