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p. Alessandro Cortesi op – Commento al Vangelo di domenica 4 ottobre 2026

La pagina di Isaia è una bellissima poesia, uno dei capolavori letterari del Primo Testamento, tessuto attorno all’immagine della vigna.

Il poema inizia con una descrizione serena della vigna e del lavoro che il ‘diletto’ vi svolge. E’ un canto situato nell’atmosfera di coltivazione che canta la vigna come una donna, come nel Cantico dei cantici dove l’amata è indicata come ‘vigna in fiore’.

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Ma la vigna è anche il simbolo del popolo d’Israele. Si tratta di una descrizione accurata che si potrebbe aprire ad un esito di pace.

Invece, nonostante le cure e la coltivazione, la vigna produce uva selvatica. L’esito di questa vicenda è delusione e fallimento: l’atmosfera si fa cupa e drammatica.

L’autore del poema gioca con le parole per descrivere il capovolgimento delle attese:

  • anziché attuazione del diritto (mishpat) vi è spargimento di sangue innocente (mispah)
  • al posto della giustizia (sedaqah) c’è il grido degli oppressi (se’aqah)

Isaia è un grande poeta: descrive la drammatica vicenda della non corrispondenza del popolo d’Israele al dono di Dio. L’attesa paziente di Dio che ha cura del popolo viene delusa.

Il tema della vigna in rapporto al popolo ritorna nei profeti, in Osea (10,1) e Geremia (Ger 2,21). Geremia presenta la denuncia da parte di Dio dell’infedeltà di Israele.

Ma anche presenta ancora il desiderio di Dio di racimolare un resto che sia in grado di ascoltarlo: “Racimolate, racimolate come una vigna il resto di Israele” (Ger 6,9) La vigna-popolo di Israele è chiamata ad ascoltare la parola di Dio e la cura di Dio mira a poter essere accolta.

Tale vigna è stata devastata da cattivi pastori che hanno reso il campo prediletto un deserto isolato (Ger 12,10).

Anche Ezechiele usa questa immagine in un poema in cui il legno della vite viene messo a bruciare sul fuoco, simbolo dell’inutilità dei comportamenti degli abitanti di Gerusalemme infedeli al Signore (Ez 15,1-8).L’allegoria della vigna è ancora utilizzata per parlare della storia di Israele: come una vigna rigogliosa sradicata e trapiantata nel deserto nell’esperienza dell’esilio (Ez 17,1-10; 19,10-14) e il profeta richiama alla fedeltà a Jahwè.

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Egli è signore di tutti gli alberi: “Io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso; faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò” (Ez 17,24).

Da parte sua Isaia presenta una prospettiva nuova nel rapporto tra la vigna e il suo guardiano: “Io il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che venga danneggiata, io ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, io muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme. O, meglio, si stringa alla mia protezione, faccia la pace con me, con me faccia la pace!” (Is 27,2-5).

La prospettiva finale è di pace, di riconciliazione e di speranza: un ritorno in cui sarà il Signore a raccogliere tutti i suoi figli dispersi e questi ‘si prostreranno al Signore, sul monte santo, in Gerusalemme’ (Is 27,13).

L’immagine della vigna è ripresa da Gesù nella parabola dei vignaioli omicidi: c’è una storia di rifiuto. Su di essa prevale tuttavia una storia di fedeltà: è la fedeltà del servo e del figlio.

Il rifiuto dei capi del popolo può ripetersi nella storia come infedeltà a Dio e all’alleanza. Viene delineato il mistero del rifiuto dei capi politici e religiosi di Israele. E’ anche esito di ogni pretesa che non riconosce Dio come signore della vigna.

La parabola presenta una polemica verso le scelte di violenza degli zeloti, ma anche verso i capi del popolo d’Israele che pretendono di essere padroni della vigna e rifiutano gli inviati.

“i capi dei sacerdoti e gli scribi capirono che parlava di loro – i vignaioli omicidi della parabola erano loro – e cercavano di catturarlo. Ma ebbero paura della folla perché lo consideravano un profeta”. Ma la vigna sarà data ai poveri.

La vigna sarà data ad altri vignaioli, eppure essa rimarrà sempre quella vigna di Israele, la vigna delle promesse senza pentimento da parte di Dio.

Il centro della parabola sta nella riaffermazione della fedeltà di amore di Dio: nonostante il rifiuto ripropone il suo dono, la salvesta che è per tutti.

C’è un contrasto tra l’agire di quel padrone che “piantò una vigna, la circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre” e l’agire di chi cerca di impadronirsi.

Gesù è pietra scartata dai costruttori, che vive una logica diversa dall’impadronirsi, per questo apre ad una nuova costruzione. Indica la via del non possesso, della libertà per assomigliare a Dio, alla sua cura, alla sua custodia.

E’ Gesù, dirà il quarto vangelo, la vite fedele che porta frutti: ‘Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla’ (Gv 15,5).

Per gentile concessione di p. Alessandro – dal suo blog.

p. Alessandro Cortesi op

Sono un frate domenicano. Docente di teologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘santa Caterina da Siena’ a Firenze. Direttore del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ a Pistoia.
Socio fondatore Fondazione La Pira – Firenze.