La parabola dei due figli di oggi – scusa Gesù – è di una semplicità al limite del banale. Quasi non Ti riconosciamo.
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Il motivo è che forse non è proprio una parabola o perlomeno Tu non dici da nessuna parte che lo sia. Sei entrato in Gerusalemme osannato dalla folla, la città è agitata come lo sarà nel momento della Tua morte.
Hai scacciato dal tempio che dovrebbe essere rinomato come “casa di preghiera” coloro che l’hanno fatto diventare un “covo di ladri”. Lì poi hai guarito storpi e zoppi provocando, di fronte all’entusiasmo dei fanciulli, lo sdegno dei capi dei sacerdoti e degli scribi.
Hai compiuto un gesto apparentemente incomprensibile, hai maledetto un fico che ha solo foglie e non frutti – capiamo che è simbolo del popolo eletto – e quello si è seccato all’istante. Poi hai chiarito che la preghiera fatta con fede può ridare vita ad ogni cosa.
A questo punto i capi e gli anziani nel tempio Ti chiedono di giustificare, di provare la Tua autorità. Tu non rispondi perché la loro domanda non è sincera, non nasce da persone che cercano la verità, infatti si rifiutano di riconoscere il fatto di non aver accolto il battesimo di Giovanni come voluto da Dio.
A questo punto parte il racconto dei due figli. Crediamo che tutti risponderemmo al volo che preferiamo uno che dice di non avere voglia di realizzare il compito che gli affidiamo ma poi lo fa, piuttosto di un altro che dice di sì e poi neppure ci prova.
Come spesso capita ci sono alcuni particolari che si perdono nella traduzione, come la risposta del secondo figlio che non dice: “sì, signore” ma: “io! Signore”. Frase spericolata ed egocentrica.
Anche la vigna, come il fico, nella narrazione della Bibbia è un’immagine del popolo amato da Dio. Con un riferimento più rivolto al popolo, a coloro dei quali i capi sono chiamati a prendersi cura.
C’è però qui una piccola o grande sorpresa che può sfuggire ad una lettura frettolosa. Nessun capo, nessun anziano d’Israele avrebbe accettato l’idea di essere descritto nei panni del secondo fratello. Loro erano i figli dell’Alleanza, i primogeniti davanti al Signore.
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Invece qui il primo figlio è quello che non ha paura di dire di no, le parole esatte sono “non voglio”, quasi con il capriccio di un bambino. Quel primo figlio verrà poi equiparato a pubblicani e prostitute, ebrei di serie B.
Certo, non basta essere tra quelli che hanno detto di no per essere tra gli ultimi che diventeranno i primi. Di mezzo c’è il pentimento, che non è un senso di colpa, perché quest’ultimo paralizza e invece qui parliamo di un rimpianto che porta al comportamento giusto. Che non è tanto “fare” qualcosa di specifico quanto “credere in Te”.
Nel Vangelo di Matteo infatti la via della giustizia proclamata dal Battista è quella che porta a ad incontrare Te. Un ultima nota. Non viene specificato quale sia il lavoro che è richiesto ai due fratelli nella vigna. È chiaro che la “volontà del Padre” è quella che si lavori lì.
Noi a volte crediamo che Tu voglia da noi qualcosa di specifico, che la volontà del Padre sia un solco tracciato che forse avremo la fortuna di scoprire e di seguire. Se non lo imbrocchiamo, se non ci piace e lo rifiutiamo, peggio per noi. Non è così.
La Sua volontà è che ogni uomo sia salvato. Tu sei venuto per realizzarla. Noi in parte siamo quella vigna, il terminale del Tuo amore e delle Tue attenzioni.
Se lo scopriamo diventiamo anche quei figli mandati a lavorare, a prenderci cura del Tuo popolo. In questo caso il Vangelo di oggi ci avvisa: non contano tanto ciò che diciamo, i bei discorsi e le professioni di fede. Ciò che Tu vuoi da noi è che ci prendiamo cura della Tua vigna, sapendo che questa è la Tua volontà.
don Claudio Bolognesi
