Figli, non servi. Dio ha due figli, più buoni e meno buoni. Attraverso la parabola della vigna, che nuovamente riascoltiamo questa domenica e anche la prossima, Gesù non parla più di servi, ma di figli.
La vigna è il Regno di Dio, il mondo nuovo, un’umanità nuova che i discepoli sono chiamati a costruire. La parola figli ci colloca a un livello molto più alto: siamo i figli del padrone, quindi siamo di famiglia. La vigna è un bene di famiglia e, proprio per questo, siamo chiamati a sentirci maggiormente coinvolti e interessati a impegnarci. La figliolanza divina non la si ottiene per merito, ma è un dono.
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L’invito del padre ad andare a lavorare nella vigna è un invito a prendere coscienza della nostra responsabilità: siamo chiamati a produrre gioia, amore, fraternità, a rendere più bello il mondo nel quale viviamo.
Il no che diventa sì. La risposta del primo figlio è immediata: «Non ne ho voglia». Aveva in mente altri progetti e dice di no. È il rifiuto istintivo, quasi la reazione della nostra natura, quando una proposta ci appare impegnativa. E forse proprio per questo il suo no è più sincero. Poi, però, si pente e va. Come mai? Perché ha cambiato semplicemente idea? Forse ha cominciato a comprendere che quella proposta era bella, che colui che gliela faceva era suo padre e che la sua richiesta non era un peso, ma un invito a dare un senso alla propria vita. Quando comprendiamo che chi ci chiede qualcosa ci ama, allora possiamo anche accogliere una proposta impegnativa. E ci buttiamo con fiducia dentro un progetto che non sentiamo più come un’imposizione, ma come una possibilità di bene. Quel no iniziale, allora, non è l’ultima parola. Può diventare un sì concreto, un sì che si traduce in vita.
Il sì che non diventa vita. Con il secondo figlio, il padre si accosta e gli chiede di andare nella vigna. La risposta è immediata: «Sì, signore». Ma poi non ci va. Come mai risponde così decisamente e poi non mantiene la parola? Forse perché ha detto sì senza aver veramente compreso ciò che il padre gli chiedeva. Ed è qui che la parabola diventa una storia che ci riguarda. Il secondo figlio rappresenta una parte del popolo d’Israele che non ha accolto la volontà di Dio, ma rappresenta anche tutti noi. Quante volte abbiamo detto sì a Dio, ma poi abbiamo costruito pratiche religiose, abitudini e sicurezze per tranquillizzare la nostra coscienza, senza lasciarci veramente coinvolgere da ciò che il Signore ci chiede? Abbiamo detto no tante volte, ma abbiamo anche detto sì. Siamo un po’ come i due figli. La domanda, allora, non è soltanto: «Che cosa abbiamo detto?», ma: «Che cosa abbiamo fatto del nostro sì?»
La conversione è il vero sì. Gesù arriva a dire parole sorprendenti: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Non è un elogio del peccato, ma un severo avvertimento. Coloro che erano considerati lontani, peccatori, persone da evitare, si sono lasciati raggiungere dalla parola di Gesù e si sono lasciati convertire. Non si sentivano a posto. Non avevano sicurezze dietro cui nascondersi. Non avevano bisogno di difendere un’immagine religiosa di sé. Proprio per questo hanno potuto riconoscere il proprio bisogno di cambiamento. Gli anziani, gli scribi e i farisei, invece, rischiano di perdere l’opportunità della conversione perché si sentono già a posto, già giusti, già arrivati. E qui la parabola ci mette davanti a uno specchio.
Noi che ci sentiamo a posto, potremmo essere il secondo figlio? Il nostro sì a Dio ci porta realmente a lavorare nella sua vigna? Quanto bene produciamo nella vigna? C’è un terzo Figlio, Gesù di Nazareth: il Figlio che dice sì al Padre e trasforma quel sì in tutta la sua vita. In lui vediamo che il vero sì non è una parola pronunciata con le labbra, ma una vita consegnata all’amore. La vigna è davanti a noi. Il Signore continua a chiamarci. Non ci chiede soltanto di dire sì, ma di andare, di lavorare, di sporcarci le mani, di costruire fraternità, di generare speranza. Alla fine, dunque, la domanda non è quanto spesso abbiamo detto sì a Dio, ma:
Quanto amore abbiamo prodotto nella sua vigna? Quanta gioia abbiamo donato? Quanta fraternità abbiamo costruito? Quanto il nostro sì è diventato vita? Perché davanti a Dio non contano soltanto le parole che abbiamo pronunciato, ma i passi che abbiamo compiuto.
Per gentile concessione di don Vincenzo Leonardo Manuli
Link all’articolo del suo blog
Don Vincenzo è nato il 7 giugno 1973 a Taurianova. Dopo la laurea in Economia Bancaria Finanziaria ed Assicurativa nell’Università Statale di Messina conseguita nel 1999, ha frequentato il Collegio Capranica a Roma dal 2001 al 2006. Ha studiato filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma dal 2001 al 2006 retta dai padri gesuiti della Compagnia di Gesù. […]
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