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Fraternità Gesù Risorto – Commento al Vangelo di domenica 20 settembre 2026

1ª lettura Is 55,6-9 dal Salmo 144 2ª lettura Fil 1,20-27 Vangelo Mt 20,1-16

Gesù vuole, o deve, rispondere a una domanda di Piettro. Dopo aver visto le spalle del giovane che, per le molte ricchezze, non si è sentito di seguire il Signore, Pietro è intervenuto per dire che essi, i discepoli hanno lasciato tutto per stare con lui. E si è preoccupato di chiedere: «Che cosa dunque ne avremo?». Ce lo chiediamo anche noi: quali sono le ricompense nel regno di Dio? Che cosa ottengono quelli che seguono il re che viene dal cielo? Avranno almeno un po’ di benessere su questa terra, qualche ricchezza in più, qualche premio visibile? Sono domande che si sentono spesso sulla bocca dei cristiani: ‘Ho pregato, sono andato a Messa, ho fatto lunghi pellegrinaggi, ed ecco come sono ridotto: povero, malato, costretto a portar croci inaspettate! È questa la ricompensa per le mie fatiche?’.

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La risposta di Gesù è una parabola, preannunciata già da Isaia profeta, che ha riferito questa verità da parte di Dio: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie». Se è così, abbiamo bisogno di imparare i pensieri di Dio, e quindi disporci a cambiare i nostri, del tutto sbagliati, che ingannano e ci fanno appartenere al mondo e non al regno dei cieli. Infatti il profeta continua: «Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto … i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri».

Cosa fare per ovviare a questo danno? Ascolteremo Gesù attentamente, per essere coerenti con la sua Parola, come ci raccomanda l’apostolo: «Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo». Egli ce ne offre un esempio, quando ci confida: «Ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, … ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo». I nostri desideri non saranno mondani, che cercano benessere su questa terra: San Paolo desidera morire per arrivare all’unione con Cristo Gesù! Ma anche questo desiderio può essere mosso da spirituale egoismo, e perciò si offre, per amare i fratelli, a rimanere ancora a soffrire su questa terra. Sì, perché per trasmettere il Vangelo egli ha sempre dovuto affrontare sofferenze di ogni genere. Nel regno dei cieli non si vive per se stessi!

Gesù parla appunto del regno dei cieli, cioè del nostro modo di vivere insieme con il re che viene dall’alto, con lui, mandato dal Padre. Egli inizia anche questa parabola come molte altre: «Il regno dei cieli è simile a…». Staremo attenti ad imparare. Un padrone di casa possiede una vigna: chi ascolta pensa ovviamente al popolo amato da Dio. La vigna produce uva per fare il vino, ma, per raccogliere l’uva e pigiarla, sono necessari molti operai. Ed ecco, questo padrone non fa altro che cercare lavoratori, e li cerca ad ogni ora del giorno. Vuole riempire la vigna di lavoratori. Tutti gli sfaccendati sono adatti: li chiama, senza chiedere loro il curriculum. Si preoccupa pure di dar loro una paga: con i primi contratta, e si accorda per un denaro al giorno. Agli altri parla della retribuzione, ma dice solo che ci sarà e che sarà giusta. Agli ultimi, quelli delle cinque del pomeriggio, non parla nemmeno della paga.

Tutti lavorano: ci sarà tutto il vino necessario per il padrone. Che ne farà? Gli serve per le nozze di Cana, per diffondere la gioia sulla terra grazie alle nozze di suo figlio! E gli servirà per l’ultima Cena, per il calice del sangue del Figlio, per donare il perdono agli uomini che lo accoglieranno in tutti i tempi.

Il padrone ha un fattore, incaricato di dare la paga. Deve cominciare dagli ultimi, quelli che hanno lavorato di meno. Ricevono un denaro ciascuno, e così tutti gli altri. Come mai? Questo padrone non si chiede che cosa uno merita in base a ciò che ha fatto, a quante ore ha lavorato?

No, questo padrone non guarda la quantità delle ore o del lavoro. Egli guarda in faccia ciascuno e vede che tutti, anche gli ultimi, gli hanno obbedito, lo hanno amato e servito, sono stati suoi servi, con fedeltà. Quindi a loro dona il suo amore. Questo non è divisibile, non può a uno darlo intero, e ad un altro metà. Il suo amore, nella sua concretezza, è il Figlio suo. E questi rimane intero per tutti, come per il ladrone sulla croce, benché arrivato all’ultimo minuto: all’ultimo minuto, pentendosi, è diventato suo, suo amico, membro del suo regno.

A uno dei primi, che ha manifestato invidia per quanto ricevono gli ultimi, deve dire: «Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio?». Per dare la paga infatti, egli non guarda al lavoro svolto da ciascuno, ma alla loro obbedienza e alla propria bontà, che è uguale per tutti, e vuole che tutti la vedano e ne godano. Nel regno dei cieli tutti impareranno da lui a guardare i propri fratelli con la luce dei suoi occhi, con la bontà, altrimenti non avranno gioia ad essere nel regno dei cieli. Davvero i suoi pensieri non somigliano ai nostri!

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