don Vincenzo Leonardo Manuli – Commento al Vangelo del 14 giugno 2026

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La compassione del Pastore: lo sguardo di Dio sulle nostre fragilità

Donaci o Signore uno “sguardo che sa vedere ciò che spesso non vediamo nemmeno in noi stessi: una profonda spossatezza esistenziale, che non nasce solo dalla fatica del lavoro o dai ritmi della quotidianità, ma da un sistema di vita costruito sull’efficienza, la competizione, l’illusione di dover essere sempre all’altezza” (RP). Dio passa attraverso gli occhi inteneriti della carne umana di Gesù, È il volto autentico di Dio, che si lascia ferire dal bisogno dell’uomo, entra nella storia in punta di piedi, non forza, bussa, non invade, è presente, il regno di Dio è vicino … cuore a cuore per ritrovare il battito del nostro cuore, accende la fede, quella autentica, “la fede vera è chiudere gli occhi e procedere al buio” (san Giovanni della Croce).

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  • Chiamati per compassione: l’urgenza di un mondo sfinito

C’è una elezione, una preferenza di Dio: “nell’Esodo, l’elezione di un popolo da custodire «come proprietà particolare» (Es 19,5); nel Vangelo, la chiamata dei Dodici, ai quali diede «potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità» (Mt 10,1). In entrambi i casi, non si tratta di favoritismi, ma di una necessaria risposta all’urgenza di un mondo che appare sfinito e sfiduciato. L’alleanza con Israele e la missione degli apostoli nascono dalla compassione di Dio per un’umanità confusa, senza pastore, senza riposo” (RP). Noi siamo l’opera del Signore, e ci invia a proseguire la sua opera. Nel cap. 10 del vangelo di Matteo, il discorso missionario di Gesù in cui manda i suoi apostoli a prepara il terreno a continuare la sua opera, a predicare il regno, la persona di Gesù. Il momento inziale di questa missione coincide con la commozione di Gesù: prova compassione, espressione che piace agli evangelisti, cioè, affetto materno, viscere materne che Gesù sente muovere guardando la folla di persona, che lo seguono pecore senza pastore. Gesù è il pastore. Il messaggio Gesù è incarnazione del Pastore, Dio che si prende cura del suo popolo e organizza la missione, mandati a curare l’umanità.

  • Uno stile di gratuità: sulle ali dell’aquila

Gesù, vedendo il nostro affanno, non consegna nuove e impossibili leggi da osservare, ma chiama dodici uomini fragili a stare con lui per imparare un nuovo modo di vivere. Non li sceglie perché sono i migliori, ma perché li ha visti da vicino. Pietro, che lo rinnegherà; Giacomo e Giovanni, impazienti di salire al potere; Giuda, che lo tradirà. Gesù non cerca strumenti perfetti, ma cuori disposti a lasciarsi guarire. Con loro costruirà un annuncio, non fondato sul successo ma sulla verità dell’umano, sostenuto dalla forza mite del Vangelo” (RP). Gesù organizza la chiesa con tutti i ministeri che si attuano per offrire alle persone un’autentica cura che riguarda il corpo e l’anima, la totalità del persona umana, ci insegna uno stile di missione, “gratuitamente” un avverbio che significa “gratis”: “abbiamo ricevuto gratis e siamo chiamati a dare gratis”. Abbiamo ricevuto la rivelazione, la salvezza, la cura che Dio ha per noi. Dio ci ama gratis in forza del suo amore effonde su di noi la sua salvezza e ci coinvolge in un impegno. Gesù riassume quello che aveva fatto il condottiero Mosè. L’arrivo di Israele liberato dall’editto al Sinai, Il Signore riassume quello che ha già fatto nel testo tardivo di alta teologia sacerdotale, il senso profondo della rivelazione concessa da Dio al suo popolo: “Voi avete visto” , un intervento affettivo di cura, che si realizza nella preghiera del salmo, “su ali d’aquila”, l’immagine che il salmo ci offre, , è quella dell’aquila che solleva i suoi piccoli sulle ali. 

Marie Noëlle Thabut spiega il particolare modo con cui le aquile insegnano l’arte del volo ai loro piccoli. Non li lanciano semplicemente nel vuoto come gli altri uccelli ma li fanno abituare al vuoto portandoli sulle loro grandi ali: quando se la sentono, gli aquilotti si lanciano spontaneamente. Ma persino allora le aquile rimangono vicine ai loro piccoli perché – se vogliono o ne hanno semplicemente voglia – possono riposarsi, nel duplice senso posarsi di nuovo per un riposino sulle loro ali magnifiche e sicure. E se è normale che l’aquila si prenda a cuore il volo dei suoi piccoli, è naturale che un pastore si prenda a cuore che il suo gregge venga condotto in sicurezza e tranquillità verso pascoli abbondanti. Le pecore, pecus, peculiare, appartengono al Signore è il suo popolo, “perché mia è tutta la terra”, voi sarete …. Dio non esclude altri popoli ma attraverso Israele include tutti i popoli, vuole raggiungere tutte le persone attraverso la mediazione di salvezza del popolo sacerdotale, il compito di Israele è esteso alla chiesa. 

  • Diventare collaboratori della messe: la Chiesa come casa vicina

Per raggiungere tutti sceglie qualcuno. La messa è molta, c’è bisogno di operai, invito a pregare il Signore della messe, “noi siamo suo popolo” gregge condotto da Dio e coinvolti dal pastore a diventare pastori dei nostri fratelli, chiamati ad essere collaboratori del Pastore. “Questa è la Chiesa che siamo chiamati a essere: non una vetta irraggiungibile, ma una compagnia che ci sostiene nel cammino. Non un’istituzione che alza l’asticella, ma una casa dove si condivide il cammino. Un luogo in cui nessuno è troppo in alto, ma tutti possono essere molto vicini. È questa la buona notizia che ci è stata affidata: Dio è vicino. Il Regno è qui. Non dove dovremmo essere, ma dove siamo. E ogni volta che qualcuno, accettando la propria fragilità, si fa prossimo a quella degli altri, il Vangelo è annunciato nella sua verità” (RP). Gesù vede le folle, non si scandalizza della loro distanza da Dio, le osserva con uno sguardo sensibile a riconoscere e accompagnare la loro fatica: «erano stanche e sfinite» (Mt 9,36), è il frutto di uno stile che abbiamo abbracciato da quando, nel giardino dell’Eden, abbiamo pensato che separarsi da Dio e dalla sua Legge ci potesse garantire una migliore esistenza. È il frutto amaro di una libertà che pretende di fare a meno del dialogo con il Creatore, e si carica da sola di pesi e obiettivi che non salvano. Pensiamo di dover essere sempre vincenti, performanti, irreprensibili. Ma questo non è il giogo di Cristo. È quello che ci imponiamo da soli.

  • Il cuore della missione: condividere una presenza

Siamo chiamati non perché migliori, ma solo e semplicemente nella speranza che impariamo da lui a fare come lui. Il cuore della missione cristiana non è una prestazione da garantire, ma una presenza da condividere, quella di Cristo, amico e compagno dell’uomo. Il Regno si diffonde così: non per conquista, ma per ospitalità. Per questo la Chiesa non è una scuola per superuomini, ma una comunità di uomini e donne che hanno imparato a riconciliarsi con la propria debolezza, e perciò capaci di ospitare anche quella degli altri. 

Per gentile concessione di don Vincenzo Leonardo Manuli
Link all’articolo del suo blog

Don Vincenzo è nato il 7 giugno 1973 a Taurianova. Dopo la laurea in Economia Bancaria Finanziaria ed Assicurativa nell’Università Statale di Messina conseguita nel 1999, ha frequentato il Collegio Capranica a Roma dal 2001 al 2006. Ha studiato filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma dal 2001 al 2006 retta dai padri gesuiti della Compagnia di Gesù. []