Card. Angelo Comastri – Commento al Vangelo del 7 giugno 2026

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L ‘Eucaristia è un’affermazione di povertà

Commento al Vangelo a cura del Card. Angelo Comastri – Vicario Emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano – Arciprete Emerito della Basilica Papale di San Pietro.

Link al video

In questo video, il Cardinale Angelo Comastri illustra il significato profondo dell’Eucaristia, definendola non come un semplice simbolo, ma come la presenza reale di Dio celata nell’umiltà del pane. Sottolinea che la fede nel sacramento si fonda sulla parola di Gesù e sulla fiducia incrollabile che ha guidato generazioni di santi e scienziati illustri nel corso della storia.

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Partecipare alla messa rappresenta un’affermazione di povertà spirituale, in cui l’essere umano riconosce che solo il nutrimento divino può colmare i propri bisogni interiori. Il testo esorta i fedeli a vivere la comunione come un atto di carità e un fuoco d’amore che richiede l’abbandono di ogni egoismo o risentimento. Infine, viene ricordata l’importanza della messa come sostegno per il pellegrinaggio terreno, invitando a riscoprire un dono immenso capace di trasformare radicalmente l’esistenza.

Trascrizione del video

Sia lodato Gesù Cristo. È la festa del Corpus Domini perché crediamo nell’Eucaristia. Alcuni dubitano dell’Eucaristia e ritengono assurda la fede che spinge ad adorare un umile pezzo di pane, ma noi non adoriamo il pane, bensì adoriamo una presenza misteriosa di Dio, di quel Dio che è libero e potente per nascondersi in ogni segno, anche il più umile. Quel che ci basta è sapere che Gesù ha voluto l’Eucaristia: sulla sua parola si gioca la nostra fiducia.

E allora apriamo il Vangelo: Giovanni, al capitolo 6 del suo Vangelo, riporta l’intervento di Gesù subito dopo la moltiplicazione dei pani. Dice Gesù: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato. Voi mi cercate non perché avete capito il messaggio; non l’avete capito, e la cosa importante invece è aver capito il messaggio». E conclude Gesù: «Preoccupatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà». Queste parole sono una promessa: «vi darà».

E nell’Ultima Cena, secondo il racconto unanime dei primi tre evangelisti, Gesù prese il pane e disse: «Prendete e mangiate: questo è il mio corpo», e poi un ordine: «Fate questo in memoria di me». Questo gesto è il compimento della promessa ed è una consegna fatta alla Chiesa. Allora noi crediamo nell’Eucaristia perché crediamo in Gesù e, come non ci vergogniamo di credere in Lui, così non ci vergogniamo di credere nella Santissima Eucaristia.

A chi dubita vorrei ricordare che generazioni sterminate di uomini e di donne hanno amato l’Eucaristia e hanno ciecamente creduto in essa. Penso alle prime comunità cristiane che, fresche di entusiasmo, celebravano la messa nelle case; penso ai martiri dei primi secoli che bruciavano per il desiderio di ricevere la Santa Comunione. Ma penso anche a Francesco d’Assisi che, tremante, si fermò sulla soglia del sacerdozio perché non si riteneva degno di diventare ministro dell’Eucaristia. Penso a Galileo Galilei, scienziato sommo, che cadeva in ginocchio davanti all’Eucaristia. Penso al geniale Pascal che a 39 anni ricevette il viatico, cioè la comunione, piangendo di gioia.

Penso al celebre studioso dei fenomeni elettrici André-Marie Ampère: un giorno un suo studente di nome Federico Ozanam, oggi beato, lo trovò in ginocchio nella chiesa di Saint-Roch a Parigi (il testo originale riporta “in dotted”, ma il riferimento storico è alla chiesa di Saint-Roch). Lo studente, meravigliato, si permise di dire: «Mi colpisce, professore, vedere in ginocchio una persona così grande come lei». Lo scienziato, indicando il tabernacolo, rispose: «L’unico grande è lui», e tacque ritornando a pregare con la devozione di sempre. Penso a Guglielmo Marconi che passava ore in adorazione davanti al tabernacolo, per nulla preoccupato di sottrarre tempo alle sue ricerche.

Costoro hanno creduto; vuol dire allora che il mistero dell’Eucaristia ha in Cristo la motivazione più che sufficiente per essere accolto e creduto dagli uomini di tutti i tempi. E se l’Eucaristia è un dono di Dio, che follia non tenerne conto! Che responsabilità tenersi lontani dall’Eucaristia! Ma chiediamoci ancora: che messaggio ci consegna l’Eucaristia? L’Eucaristia è una affermazione di povertà. Veniamo alla messa eucaristica perché sentiamo che dentro di noi c’è una grande povertà che solo Dio può sanare. Pubblicamente riconosciamo con la messa che solo Dio può sfamare l’uomo; solo Dio è proporzionato al bisogno dell’uomo.

La messa è presenza nascosta di Gesù per ricordarci che il Regno di Dio ancora non si è pienamente manifestato; ancora è tempo di cammino, è tempo di attesa del ritorno di Gesù. I dolori di quaggiù sono mali dell’esilio, sono fatiche del viaggio che ci sta conducendo alla meta, e l’Eucaristia è il pane dei pellegrini. Ad ogni messa dobbiamo venire ben consapevoli che è un dovere vivere aspettando e preparandoci alla grande festa di Dio.

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La messa, infine, è presenza di Cristo nel dono di se stesso. Le parole sono ben chiare: «Questo è il mio corpo dato per voi; questo è il mio sangue sparso, versato per voi». Non è legittimo celebrare la messa senza carità; non è legittimo celebrarla con il rancore, con il risentimento, con l’egoismo: sarebbe un tradimento, anzi, “il” tradimento, perché la messa non è altro che un fuoco di amore, un incendio di amore, l’amore stesso di Dio che ci si rende presente tra le mani.

Forse ora è più facile capire che basterebbe una messa — una vera messa, una messa sinceramente sentita — per cambiare la vita a chiunque. Padre Pio, un uomo che viveva la messa e la rendeva visibile, un giorno disse: «Se la gente capisse il valore di una messa, ci sarebbe la fila alle porte delle chiese per poter partecipare». E invece la fila è altrove. Che inganno! Come si vedono le conseguenze. Sia lodato Gesù Cristo.