Al centro del capitolo 10 di Giovanni è presentata l’immagine del pastore: è una figura di relazione perché la vita del pastore è totalmente in rapporto al gregge. Proprio del pastore è condividere la vita degli animali ed assumere uno stile di vita di vicinanza e condivisione. Gesù conosceva bene la vita dei pastori nomadi, che vivevano in contatto con le pecore da custodire, seguendo i ritmi della natura e gli spostamenti alla ricerca di pascoli e acqua. Per Israele poi il nomadismo era ricordo delle origini così come la pastorizia: la pasqua stessa, centro della spiritualità di Israele, è festa che segnava l’inizio dello spostamento di pastori e greggi all’inizio della primavera verso nuovi pascoli.
La figura del pastore nei Salmi è poi evocata con rinvio alla presenza di Dio unico autentico pastore del suo popolo: ‘Il Signore è il mio pastore… mi rinfranca mi guida per il giusto cammino’ (Sal 23,1.3). I profeti descrivono la cura di Dio come pastore, accostandovi un duro rimprovero alle guide del popolo che pretendono di essere pastori ma di fatto si interessano solo al proprio tornaconto. Il gregge anziché essere curato è divenuto una preda sfruttata e violata: “Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse …” (Ez 34,11-13). L’unico autentico pastore di Israele è Dio stesso: sarà lui a ricercare la pecora perduta e ricondurrà all’ovile quella smarrita, fascerà quella ferita e curerà quella malata (cfr. Ez 34,16). Sarà Lui stesso a suscitare una guida capace di condurre al pascolo in una atmosfera di ‘alleanza di pace’ (Ez 34,25).
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Gesù nel IV vangelo presenta la figura del ‘bel pastore’ e richiama la contrapposizione tra chi si prende cura del gregge e i mercenari che sfruttano che sono ladri e briganti. Il vero pastore è riconosciuto per la sua voce, per una quotidianità e familiarità che lega. I pastori al tempo di Gesù erano spesso dipendenti di padroni di grandi greggi, tuttavia ognuno poteva tenere per sé una piccola parte di gregge, quale proprietà particolare (segullah) e da essa attingeva latte, lana e il necessario per vivere. Tale idea di proprietà esclusiva è ripresa nella Bibbia per parlare di un rapporto particolare del Dio pastore con il popolo di cui ha ascoltato il grido: “Voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra” (Es 19,5). Gesù, richiamandosi a questo indica il rapporto tra le pecore e il pastore custode: non è un mercenario, non svolge solo mansioni dovute, ma vive una appartenenza profonda. La relazione del pastore con il proprio gregge è unica e coinvolgente. Così Gesù chiama i suoi ‘piccolo gregge’ (Mt 25,31-32) e il suo sguardo si apre oltre, ad altri ovili.
Un altro simbolo si affaccia nella pagina giovannea, quello della porta. Gesù presenta se stesso come porta delle pecore. La porta è luogo di passaggio, spazio di ingresso e uscita e di separazione tra dentro e fuori. Entrare ed uscire è rinvio alla totalità dell’esperienza della vita, in cui si entra con la nascita e si esce con la morte. Gesù dice “Io sono la porta delle pecore: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo”. L’incontro con lui può divenire luogo di passaggio per la vita. C’era una porta del tempio di Gerusalemme, detta ‘porta delle pecore’, attraverso cui si accedeva al Tempio per pregare. Forse il IV vangelo rinvia a quella porta.
Gesù così presenta se stesso come il luogo di passaggio, per un incontro con Dio che si attua nella sua persona, nel suo corpo. Nel IV vangelo di Giovanni infatti è rilevante il tema del corpo di Gesù come nuovo tempio, luogo dell’incontro con il Padre: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere… egli parlava del tempio del suo corpo (Gv 2,19-22). E’ Gesù il nuovo tempio non fatto da mani d’uomo (cfr. Mc 14,58). Nell’espressione ‘Io sono la porta delle pecore’ è anche racchiusa un’allusione al ‘nome di Dio’ presentato in Es 3,14: “Dirai agli israeliti: ‘Io sono’ mi ha mandato a voi”. Si tratta quindi di una pagina che rinvia a considerare la presenza di Gesù quale pastore che si prende cura; è il ‘bel pastore’ che dà la vita per… e la sua preoccupazione va sempre oltre: “E ho altre pecore che non sono di quest’ovile…” (Gv 10,16). E l’incontro con lui si attua nella vicinanza e nella solidarietà con i corpi dei crocifissi della storia con cui egli stesso si identifica.
Per gentile concessione di p. Alessandro – dal suo blog.
p. Alessandro Cortesi op
Sono un frate domenicano. Docente di teologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘santa Caterina da Siena’ a Firenze. Direttore del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ a Pistoia.
Socio fondatore Fondazione La Pira – Firenze.

