«Io sono la porta» (Gv 10,1-10) I primi versetti del decimo capitolo del Quarto Vangelo, proclamati nella Messa di questa domenica, costituiscono l’inizio del discorso di Gesù sul “buon pastore” (cfr. Gv 10,1-18), che si trova esclusivamente nel testo giovanneo, sebbene questo tema applicato all’agire di Dio – presente già nei Salmi e nei Profeti dell’Antico Testamento – trovi un parziale riscontro nella parabola di duplice attestazione sinottica della “pecora smarrita” (cfr. Mt 18,12-14; Lc 15,4-7).
Dio aveva avocato a sé la qualificazione di “pastore” per il popolo d’Israele, definendo quest’ultimo, di riflesso, «mio gregge» e «mie pecore» (cfr. Ez 34,8-31), e pronunciando persino una variante poetica della cosiddetta “formula dell’alleanza” classica, molto diffusa soprattutto nella letteratura biblica profetica: «Voi, mie pecore, siete il gregge del mio pascolo e io sono il vostro Dio» (Ez 34,31).
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Oltre al celebre Salmo 22/23 – scelto in forma responsoriale per la Liturgia della Parola di oggi – ve ne sono altri che rimodulano la medesima formula: si pensi ad alcuni salmi invitatori che dicono «È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce» (Sal 94/95,7), oppure: «Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo» (Sal 99/100,3).
Gesù, scegliendo il linguaggio metaforico e profondamente simbolico di questa immagine, conferisce al suo discorso un’autorevolezza divina ben riconoscibile, e proprio per questa ragione le sue parole suscitano la confusione e la perplessità dei rappresentanti del giudaismo ortodosso, che mostrano di esserne scandalizzati.
Nella prima parte del discorso, cioè in quella che viene proclamata nella Messa dell’anno A di questa domenica (le altre due saranno distribuite nei due anni successivi del lezionario festivo), Gesù introduce il tema affiancando all’immagine del «pastore delle pecore» (Gv 10,2b) un’altra analogia con la quale descrivere la propria identità, e afferma: «io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7b).
Non si tratta soltanto di un generico richiamo a un qualsiasi varco di accesso in un ovile, ma a un toponimo per uno degli ingressi del tempio di Gerusalemme anche nell’epoca di Gesù.
Come ci informa il testo giovanneo (cfr. Gv 10,22), il contesto cronologico nel quale è ambientato il racconto di questo discorso è proprio una festa celebrata in quel tempio, cioè la commemorazione della ri-dedicazione dell’altare e del tempio gerosolimitano celebrata annualmente nel periodo invernale (ancora oggi nota come hanukka o “festa delle Luci”).
Evidentemente, quando Gesù pronuncia tale discorso, sta osservando i pellegrini che entrano nel tempio attraverso quella porta, e, trasponendo a se stesso il nome col quale era conosciuta, è come se voglia indicare che Lui è ormai il “nuovo tempio”, per mezzo del quale gli uomini possono accostarsi a Dio, come finora hanno ritenuto di dover fare, entrando in un edificio sacro.
Gesù promette molto più di ciò che la pia pratica di un pellegrinaggio al tempio potesse far sperare, cioè nientemeno che la salvezza: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato» (Gv 10,9).
Cristo si rivela come Colui che «chiama le sue pecore, ciascuna per nome» (Gv 10,3b) e davvero «le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce» (Gv 10,4b).
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Questa pericope evangelica ispira e guida in modo più che calzante la speciale intenzione universalmente indicata dalla Chiesa per questa domenica, cioè la preghiera per le vocazioni sacerdotali, affinché tanti si sentano chiamati per nome personalmente dal Divino Pastore e scelgano di seguirlo ascoltando la sua voce, imitandolo per divenire a loro volta “pastori secondo il suo cuore” (cfr. Ger 3,15).
Commento al Vangelo tratto dal sussidio CEI al periodo di Quaresima/Pasqua 2026, scarica il file PDF completo.
