L’amore più grande.
Siamo arrivati finalmente al cuore del cristianesimo: La passione e morte…del Dio vivente!
Entriamo nella settimana santa, perché è il centro della vita di un cristiano.
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Faremo compagnia a Gesù, nelle sue ultime ore anche se la nostra vita continuerà a trascorrere regolarmente.
Staremo in sua compagnia, minuto dopo minuto.
In questa settimana, immergiamoci in quest’atmosfera fatta di silenzio, paura, dolore e tradimenti.
Saranno i giorni dell’angoscia di Gesù di Nazareth: gli uomini capiranno finalmente?
Oppure il figlio di Dio resterà tra i tanti crocifissi anonimi della storia?
Gesù sceglie di morire. Gioca la sua ultima carta. La morte di Dio!
Allora fermiamoci e ammiriamo lo spettacolo della croce come lo chiama Luca, lo spettacolo dell’amore.
In questa domenica è raccontata una contraddizione.
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La folla che accoglie Gesù in maniera trionfale, entusiasta, che grida “Osanna al figlio di Davide” impugnando dei ramoscelli d’ulivo è la stessa che qualche giorno dopo griderà “crocifiggilo”!
Perché oggi raccontiamo questa contraddizione?
Perché la Passione è animata da contraddizioni.
Racconteremo di Pietro che dice di essere disposto a dare la vita per il Signore, ma crollerà davanti alla domanda di una semplice serva.
E i discepoli?
Sono stati con lui notte e giorno per tre anni, ma nel momento più doloroso del maestro si addormentano o scappano.
Per non parlare di Giuda…uno dei dodici.
Amici, quando leggiamo i racconti della passione non ci sono buoni e cattivi.
Ci siamo noi, con le nostre luci e le nostre ombre.
Siamo noi i discepoli che scegliamo di stare dalla sua parte ma che a volte, sul più bello, scappiamo, tradiamo, e magari d’accordo con il Pilato di turno crocifiggiamo Gesù fuori da Gerusalemme, cioè lo mettiamo fuori dalla nostra esistenza.
Solo se abbracciamo questa contraddizione possiamo vivere bene la Pasqua, perché la celebrazione della settimana Santa è la celebrazione di un grande fallimento, diventata poi una grande vittoria.
Se accettiamo di essere contraddittori, falliti, allora possiamo dire da che parte vogliamo stare.
Questa è stata a storia dei discepoli, perché questa è la storia di ogni discepolo!
Matteo racconta la morte di Gesù a partire dal Vangelo di Marco, accentuando alcuni elementi particolari.
Come suo solito Matteo insiste sull’adempimento delle Scritture.
Il buio in pieno giorno è la realizzazione delle profezie di Amos sul giorno del Signore.
L’aceto riporta al salmo 69.
Tutta la vicenda presenta in filigrana il salmo 22.
La resurrezione dei giusti nel momento della morte di Gesù realizza la promessa di Ezechiele 37.
Attenzione: il compimento delle Scritture non va inteso nel senso di un espediente letterario o, peggio, di un destino ineluttabile voluto da Dio, al quale Gesù sarebbe stato costretto a piegarsi.
No, nella passione Gesù è più che mai signore degli eventi, domina tutto ciò che accade con una straordinaria libertà e consapevolezza.
Gesù capisce che il cerchio si sta stringendo intorno a lui, perché il suo modo di narrare Dio è insopportabile per il potere religioso e politico.
Matteo colloca al cuore di questa regalità rovesciata, l’intervento di Dio.
Il Vangelo racconta che il sole, la terra, le rocce, il tempio, i sepolcri, i morti e i vivi, tutto è scosso e messo in discussione.
Matteo sa che l’ora che sommuove le profondità della storia e del cosmo è questa.
All’ora nona è terminato un mondo e ne è nato un altro.
Questa è l’ora del buio in pieno giorno, com’era stato profetizzato da Amos: «In quel giorno farò tramontare il sole a mezzodì e oscurerò la terra in pieno giorno» (Am 8,9).
La morte di Gesù è l’evento escatologico per eccellenza, l’ora finale della storia.
Matteo lo sottolinea con termini apocalittici che gli sono propri, con una serie di sconvolgimenti dell’ordine naturale che sono elencati con delle semplici congiunzioni “e”.
Il velo del santuario segnava la distinzione tra la stanza più interna e più sacra del santuario (detta “santo dei santi”), dal resto del tempio.
Il fatto che si sia squarciato in due indica che è ormai caduta la separazione tra Dio e i pagani.
Il velo cade.
Dio non è più irraggiungibile o nascosto.
Dio non è più misterioso e invisibile, ma è visibile in quell’uomo crocefisso.
Matteo anticipa nell’evento della Croce la potenza della resurrezione.
Come Marco anche lui ricorda che i soldati pagani riconoscono che il crocefisso è il Figlio di Dio.
Dio è lì, appeso per amore alla Croce e in questa infinita distanza tra la sua rivelazione e la nostra attesa, avviene il riconoscimento.
Non i discepoli o la folla dei seguaci, nemmeno le donne, ma un centurione e quelli che con lui facevano la guardia alla Croce, riconoscono in Gesù Crocefisso il Figlio di Dio.
Per troppo tempo, forse, abbiamo frainteso la croce come il gusto macabro di amare la sofferenza.
La croce cristiana non l’amore per il dolore ma l’amore per l’amore stesso, portato fino alle estreme conseguenze.
La croce non serve a farci venire i sensi di colpa, ma a ricordarci quanto valiamo davanti al Signore.
La croce è il segno distintivo per noi cristiani perché è il segno di un amore senza condizioni, un amore folle, un amore disposto a dare la propria vita per chi si ama.
I giorni della passione sono un grande esercizio di discepolato.
Gesù di Nazareth ci ha mostrato il giusto modo di vivere ciò che noi sappiamo vivere solo con angoscia.
Gesù non ci ha dato la spiegazione del dolore, ci ha chiesto di afferrargli la mano.
Solo uniti in quella stretta sperimentiamo davvero il significato della Pasqua: “Passare da una situazione di morte a una situazione di vita”.
La bella notizia di questa domenica?
Dio sperimenta la morte perché là va ogni suo figlio.
Pende nudo e infamato per dirti fino a che punto ti ama.
Fonte: il blog di Paolo de Martino | CANALE YOUTUBE | PAGINA FACEBOOK
Vi segnalo che è appena uscito il nuovo libro di Paolo: “Tenerezza. Il lieve tocco di Dio” (Ed. Paoline)
