La morte ci fa belli
Marta, Maria e Lazzaro, insieme a Gesù, sono i protagonisti di questo lungo racconto dell’evangelista Giovanni. Come sempre nei Vangeli, e ancor più in quello di Giovanni, ciò che viene raccontato non è mai un semplice resoconto di cronaca, ma una storia carica di richiami simbolici, che parlano della vita dei discepoli al tempo dell’evangelista e anche al nostro tempo.
Nel forte legame familiare di queste due sorelle e del loro fratello, che affrontano il dramma della morte, possiamo vedere i fratelli e le sorelle delle prime comunità cristiane alle prese con la fragilità della vita, la malattia e il distacco dalle persone care.
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Le domande angosciate rivolte a Gesù (“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”) e le proteste di chi è presente (“Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”) sono la sintesi delle nostre difficoltà a credere alle promesse del Vangelo e alla stessa bontà di Dio, specialmente quando affrontiamo la morte.
Sentiamo che siamo fatti per vivere, per essere felici e per mantenere i legami con le persone che amiamo. Eppure intervengono la fragilità del corpo e la morte, che sembrano negare queste aspirazioni e fanno apparire Dio distante e indifferente.
Il racconto, proprio nel suo finale, lascia un po’ stupefatti e suggerisce un significato diverso da quello che ci aspetteremmo: Lazzaro è davvero tornato alla vita di prima? Gesù compie una semplice rianimazione?
Gesù grida a Lazzaro di uscire dal sepolcro e poi invita a lasciarlo andare. Non si parla di un ritorno alla vita di prima, ma di un andare oltre. Gesù è capace di dare la vita ai morti, come in altri Vangeli, ma qui sembra che Lazzaro sia chiamato a proseguire in una dimensione nuova, quella eterna, e che debba essere “lasciato andare”.
La vita che dona Gesù non è tanto quella biologica, ma quella spirituale: una vita che non si misura in battiti cardiaci, ma in amore e in eternità. Gesù grida “Lazzaro, vieni fuori” al cuore delle sorelle, che davanti al distacco fanno fatica a credere nella vita in Dio e a ritrovare un senso nuovo dell’esistenza.
Risorgere per mezzo di Cristo è credere che la sua parola, il suo esempio e la sua presenza sono fonte di una qualità di vita più grande della vita fisica.
Marta, Maria e Lazzaro mi hanno fatto venire in mente un film che amo molto, dei primi anni ’90, “La morte ti fa bella” di Robert Zemeckis. Anche qui troviamo un trio: due donne e un uomo che affrontano in modo diverso la morte.
Le due donne, Madeline e Helen (interpretate da Meryl Streep e Goldie Hawn), vivono in competizione continua e hanno come unico scopo rimanere belle e giovani. L’uomo, Ernest (interpretato da Bruce Willis), resta intrappolato in questa dinamica.
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Per restare giovani, Madeline e Helen bevono una pozione che dona una sorta di immortalità, ma le rende simili a zombie, incapaci di morire. Ernest, invece, pur potendo scegliere la stessa strada, rifiuta, perché comprende che la vera eternità non sta in un corpo perfetto, ma in ciò che si costruisce e nell’amore che si dona.
In fondo, Madeline e Helen scelgono una vita che è morte; Ernest sceglie una vita che genera vita.
Secondo il Vangelo, è proprio in questo vivere e donarsi, anche dentro un corpo fragile e nel poco tempo che abbiamo, che si trova la vita eterna.
“Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”. È una visione che mette eternità dentro la fragilità della nostra vita. Marta e Maria sono chiamate a comprenderlo, così come noi, per non cadere nell’errore di chi cerca di trattenere tutto per sé.
La bellezza sta nel dono di sé, nel lasciare spazio all’altro, nel non riempire la vita solo di noi stessi.
Parafrasando il titolo del film, la morte ci fa belli: ci rende vivi, ci fa risorgere già ora. Gesù sulla croce muore per amore, e proprio così vive per sempre.
Ci crediamo anche noi?di noi. E allora anche noi potremo dire, ogni giorno: «È bello essere discepoli di Gesù».
Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)




