Quando, a metà del 1500, si iniziò a stampare la Bibbia numerando i versetti dei capitoli in cui erano stati divisi i vari libri, chi lo fece, di fronte a questo brano, vacillò. Il versetto numerato come .35 del capitolo 11 è costituito da tre parole sole: “Pianse il Gesù”.
Nessun evidenziatore al mondo potrebbe farle risaltare con più forza. Tra l’altro il Vangelo di Giovanni impiega un verbo per descrivere il Tuo pianto, Gesù, che significa letteralmente “versare lacrime in silenzio”. È usato solo qui in tutta la Bibbia. Ci racconta di un pianto tra Te e Te, intimo. Qualcosa di potenzialmente sconvolgente.
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Quelle lacrime le conosciamo, fanno parte del bagaglio delle nostre esperienze. In noi ci stanno, indicano che qualcosa ci si è rotto dentro e c’è bisogno di rincollare i pezzi della nostra anima. Ma Tu sei il Dio che è “resurrezione e vita”. Tu non hai avuto fretta nel correre al capezzale dell’amico malato, perché non hai paura della morte. Che hai spiegato che quella morte sarebbe stata in vista della Tua gloria – che è la croce -. Tu, dicci: “perché piangi”?
Il Vangelo racconta che Ti eri già lasciato coinvolgere emotivamente vedendo la cara amica Maria buttata ai Tuoi piedi in lacrime e attorno a lei il pianto sincero degli amici. Le lacrime Ti colgono nel momento in cui Ti dicono “vieni e vedi”. Le stesse identiche parole con cui Filippo si era rivolto a Natanaele – l’uomo in cui non era falsità – all’inizio del Vangelo. Quando lo aveva invitato a diventare Tuo discepolo. “Vieni e vedi” Gesù. Fatti discepolo di noi che siamo discepoli della morte.
Noi, in balia del dolore che ci coglie al suo cospetto. Sopraffatti da quella profonda esperienza di solitudine che se ci si radica dentro inaridisce la nostra vita, ci allontana da chi ci ama. Vediamo sposi non riconoscersi più dopo la morte dei propri genitori. Sacerdoti non vedere più il senso del proprio ministero…
Si insiste molto, all’inizio di questo Vangelo, sul termine “ammalato”. In greco la parola usata indica una persona debole, impotente, esaurita. Ritornano poi con molta frequenza “sorella”, “fratello”, “discepolo”. Ma soprattutto si parla di “morte, morire” e, direttamente o indirettamente, di “risorgere”.
Abbiamo visto che i Vangeli di queste domeniche possono essere letti come le indicazioni di viaggio per il Tuo cammino, Gesù, e quindi per il nostro. Oggi ci scontriamo con l’ostacolo più grande, ciò che c’impedisce radicalmente di giungere alla meta: la morte. Tu non ne hai paura, sai che il Tuo percorso punta diritto proprio lì. Ma non saresti veramente uomo se non conoscessi le nostre lacrime. Non saresti Dio di misericordia se non prendessi su di Te il loro peso.
A Marta hai rivelato che sei “Io-Sono” – è il nome impronunciabile di Dio donato a Mosè davanti al roveto -, la resurrezione e la vita. Chi crede in Te anche se muore vivrà. Chi vive e crede non morirà. Ma per poter essere vita devi incarnarTi fino in fondo nella nostra vita. In quelle lacrime c’è l’incontro tra il Verbo che si è fatto carne e il Figlio dell’Uomo che dona lo Spirito dalla croce. Che ci dona la resurrezione e la vita.
don Claudio Bolognesi
