Angelo Sabatino – Commento al Vangelo del 15 Marzo 2026

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Il messaggio centrale di questa quarta domenica di Quaresima è il passaggio dalla cecità alla luce.

Non si tratta solo della guarigione di un uomo nato cieco, ma della rivelazione di ciò che significa davvero vedere secondo Dio. Gesù incontra un uomo escluso, considerato peccatore fin dalla nascita. I discepoli ragionano secondo una logica religiosa molto diffusa: se qualcuno soffre, deve esserci una colpa. Ma Gesù rompe subito questo schema. Non cerca un colpevole, ma una possibilità di vita. In questo gesto si rivela già una verità essenziale del cristianesimo: Dio non guarda la persona attraverso la lente del giudizio ma attraverso quella della vita che può fiorire.

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Il fatto che la guarigione avvenga di sabato non è un dettaglio secondario. Il sabato rappresenta il sistema religioso delle regole, dei confini, dei precetti. I farisei difendono l’ordine religioso, Gesù difende la vita. Qui emerge un punto decisivo: la religione può diventare un luogo di ipocrisia quando la legge viene difesa più della persona. Il miracolo non scandalizza per il suo contenuto, ma per il giorno in cui accade. È come se la guarigione fosse meno importante della trasgressione della norma. Questo mostra la tragedia di una fede che ha perso il cuore.

Il cieco guarito invece compie un percorso di verità. All’inizio sa solo una cosa semplice: “ero cieco e ora ci vedo”. Non possiede ancora una teologia elaborata, ma possiede un’esperienza autentica. Ed è proprio questa autenticità che mette in crisi gli esperti della religione. L’uomo guarito non difende un sistema, difende la sua vita trasformata. In questo senso il racconto mostra che la verità cristiana non nasce prima di tutto da un discorso corretto su Dio, ma da una vita illuminata dall’incontro con Cristo.

L’ipocrisia dei farisei consiste nel fatto che sono convinti di vedere. Credono di possedere la verità, ma proprio questa sicurezza li rende incapaci di riconoscere ciò che accade davanti ai loro occhi. Il paradosso del vangelo è forte: il cieco arriva alla fede, mentre coloro che si considerano guide spirituali restano nella cecità. Gesù lo esprime chiaramente alla fine: chi pensa di vedere rimane nel peccato, mentre chi riconosce la propria cecità può ricevere la luce.

Qui il vangelo tocca un punto decisivo anche per la vita spirituale: la verità non nasce dall’apparenza religiosa ma dalla sincerità del cuore. Essere cristiani senza ipocrisia significa accettare di essere in cammino, di non possedere già tutto. Significa lasciare che Cristo illumini le zone cieche della nostra vita. L’uomo guarito non difende un’immagine di sé, non ha paura di dire ciò che gli è accaduto. È libero perché è vero.

In questo senso le parole e l’esperienza di Teresa di Lisieux aiutano a comprendere profondamente questo vangelo. Teresa insiste spesso sulla verità semplice davanti a Dio. Diceva che il Signore non cerca grandi opere ma cuori veri. Nella sua “piccola via” la santità non consiste nel mostrarsi perfetti, ma nel riconoscere con fiducia la propria povertà e lasciarsi amare. Questa prospettiva è sorprendentemente vicina alla dinamica del cieco nato: la luce nasce dall’accettare la propria fragilità e dall’incontro con la misericordia.

Teresa scrive che davanti a Dio bisogna stare “come un bambino che mostra tutto al padre senza nascondere nulla”. L’ipocrisia religiosa invece nasce proprio dal contrario: dal bisogno di apparire giusti. Quando la fede diventa un modo per proteggere l’immagine di sé, smette di essere luce. Il vangelo di oggi mostra che Dio non ha bisogno di persone perfette, ma di persone vere.

Questo testo però contiene anche un’altra provocazione molto forte del vangelo: Dio spesso si rivela prima nei poveri, negli esclusi e nei peccatori. Gesù lo aveva detto chiaramente in altre occasioni: i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno di Dio. Non perché il peccato sia un valore, ma perché chi è ferito o marginalizzato spesso è più disponibile ad accogliere la grazia. Chi sa di avere bisogno di luce è più pronto ad aprire gli occhi.

Il cieco nato rappresenta proprio questa umanità ferita e povera che non ha nulla da difendere. Non ha prestigio religioso, non ha autorità, non ha potere. E proprio per questo può accogliere la novità di Dio. I farisei invece sono troppo occupati a difendere il sistema religioso per accorgersi della vita che nasce davanti a loro. Il vangelo suggerisce così un rovesciamento molto forte: coloro che pensano di essere vicini a Dio rischiano di restarne lontani, mentre chi è considerato lontano può arrivare prima.

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Questo messaggio è anche un forte richiamo per la vita cristiana di oggi. Non possiamo passare la vita a ripeterci continuamente: “la regola dice…”. Le regole sono importanti, ma non sono il centro del vangelo. Il centro è la persona, è la relazione, è la vita che deve essere custodita. Quando la fede si riduce a un insieme di formule o di norme, rischia di diventare sterile. Si può anche essere molto osservanti e allo stesso tempo incapaci di vedere la sofferenza dell’altro.

Il vangelo invita invece a uscire da una religiosità ripiegata su se stessa. Guardare sempre a se stessi, alla propria perfezione, al proprio comportamento religioso, può diventare una forma sottile di egoismo spirituale. Gesù apre continuamente lo sguardo verso l’altro: verso chi soffre, verso chi è escluso, verso chi non rientra negli schemi. La vera luce del cristianesimo nasce proprio da questo movimento verso l’esterno.

Anche sul piano umano e psicologico questo è un passaggio fondamentale. Una persona cresce quando smette di vivere chiusa nella difesa della propria immagine e comincia ad aprirsi alla realtà degli altri. L’ipocrisia spesso nasce dalla paura: paura di essere giudicati, paura di perdere il controllo, paura di non apparire giusti. Ma questa paura rende rigidi e incapaci di empatia. L’incontro con Cristo invece libera da questa rigidità e rende capaci di uno sguardo più umano.

Il cieco guarito compie proprio questo percorso. Non difende se stesso, non cerca di salvare la propria reputazione davanti alle autorità religiose. Dice semplicemente la verità della sua esperienza. In questo modo diventa un uomo libero. La libertà spirituale nasce quando la verità diventa più importante dell’approvazione degli altri.

Alla fine del racconto Gesù ritrova quest’uomo che è stato espulso dalla sinagoga. È un gesto molto significativo: quando una persona sceglie la verità può anche essere rifiutata dalle strutture o dagli ambienti religiosi, ma proprio in quel momento Cristo si fa più vicino. Il cieco guarito non solo recupera la vista, ma arriva alla fede personale: riconosce il Figlio dell’uomo e si affida a lui.

Il cammino quaresimale diventa allora un invito a lasciarci guarire dalla cecità dell’apparenza religiosa. Non si tratta di abolire le regole, ma di ricordare che esse esistono per custodire la vita. Quando la norma diventa più importante della persona, il cuore del vangelo viene tradito. La verità cristiana non è l’osservanza fredda di un sistema, ma l’incontro con Cristo che restituisce dignità e luce.

Come ricordava Teresa di Lisieux, ciò che conta agli occhi di Dio non è la grandezza delle nostre azioni ma la verità dell’amore con cui viviamo. La luce del vangelo nasce proprio da qui: dal passaggio dall’apparenza alla verità, dalla rigidità alla misericordia, dalla paura di sbagliare alla libertà di lasciarsi trasformare. E forse proprio per questo i poveri, gli esclusi e i peccatori possono precederci nel regno di Dio: perché hanno meno difese da proteggere e più spazio nel cuore per accogliere la luce.

CHI E’ ANGELO SABATINO

Docente di religione
Educatore professionale socio-pedagogico.
Counselor e Coach 
Accompagnamento umano e spirituale
Membro dell’Associazione Laicale di promozione umana e cristiana “Seguimi” – Roma.

Sito: https://angelosab82.wixsite.com/website
Sito associazione: www.grupposeguimi.org

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