mons. Angelo Sceppacerca – Commento al Vangelo di domenica 8 marzo 2026

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Gesù si sta dirigendo decisamente verso Gerusalemme per celebrarvi la Pasqua. Poco prima dell’incontro con la donna samaritana, Gesù aveva avuto un altro colloquio teologico con Nicodemo, un “capo dei Giudei” che era venuto a trovarlo in casa di notte.

Fu un colloquio sulla verità, sul Messia e sulla necessità della fede in Gesù – il Figlio di Dio – per la salvezza. Ora, sotto il sole cocente del mezzogiorno, mentre riposa vicino a un pozzo d’acqua, Gesù incontra una donna che vi si era recata per attingerne.
Chi è il bisognoso? Gesù o la donna? Gesù si presenta come colui che è più debole, perché ha sete, chiede. In realtà le cose stanno in altro modo.

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È l’acqua il simbolo di questa domenica; realtà per noi scontata, non per chi abita in paesi aridi come Israele. Lì l’acqua è il bene più prezioso: “Il popolo soffriva la sete per mancanza d’acqua”, dice la prima lettura.

La libertà dalla schiavitù egiziana è a rischio in un deserto inospitale. Massa e Meriba sono “prova” e “ribellione” a Dio che li ha resi liberi. Senz’acqua la vita è impossibile e il popolo si chiede: “Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?”. E Dio risponde col dono dell’acqua dalla roccia, in pieno deserto. Il Signore è presente.

Il vangelo si apre attorno a un pozzo, dov’è Gesù, che chiede da bere a una donna samaritana. Quanti altri episodi dell’Antico testamento attorno a un pozzo: il servo di Abramo che incontra Rebecca, che sarà moglie di Isacco; Giacobbe e Rachele; Mosè e Zippora. Tutte scene nuziali; non nel caso della samaritana che, però, confessa: “io non ho marito”.

La Samaritana nelle raffigurazioni antiche porta usualmente un contenitore che qualcuno ha spiegato essere un’urna funeraria con la quale attingeva al pozzo. Siccome erano morti tutti i suoi mariti, la donna era familiare alla morte, viveva così vicina alla morte da bere al suo pozzo. La donna viene con questa sua vita e questa sua urna al pozzo.

Cristo è provato, stanco, ha sete e si abbassa a chiedere, così che la donna possa a sua volta chiedere, quando riconosce con il cuore che lì c’è la fonte della vita. Allora la Samaritana chiede quest’acqua, per non avere più sete e non venire più ad attingere al pozzo. La donna riceve da Cristo l’acqua – prima era lui a chiederle da bere –, e allora le cade dalle mani l’urna funeraria, che ormai non è più la fonte a cui dissetarsi.

La donna è di un’altra religione e chiede a Gesù – riconosciuto come Giudeo – quale sia il vero luogo per adorare Dio, se il monte Garizim o Gerusalemme. Gesù le risponde che non c’è un luogo per adorare Dio, perché Dio non può essere chiuso entro i confini di un territorio. L’adorazione, la fede in Dio, è questione di spirito e di verità e l’uomo deve entrare in questa logica, deve diventare simile a Dio, rinunciando alla pretesa di rendere Dio simile a se stesso. E alla samaritana che dichiara di essere in attesa del profeta che indicherà quale sia il nuovo tempio dove adorare Dio “in spirito e verità”, Gesù risponde: “Sono io, che ti parlo”. Il tempio nuovo, la Chiesa dove Dio abita, non è un luogo, ma è Gesù di Nazareth, nella cui persona abita “la pienezza della divinità”.

Quante volte Gesù si è fatto pozzo: “Chi ha sete, venga a me e beva”! Un invito per chi ha sete, per chi è povero, per chi manca. Oggi è Gesù stesso ad aver sete, ad essere stanco per il viaggio, appoggiato al pozzo e, con umiltà, dichiara il suo bisogno ad una donna straniera, figlia di un popolo disprezzato come eretico. La donna glielo fa notare: “Tu chiedi da bere a me, una donna samaritana?”. L’umiltà permette a Dio di entrare nel cuore umano e convincerlo del suo bisogno. Allora sarà la donna a scoprirsi povera e bisognosa di bere al pozzo che è Gesù.

Gli ebrei odiavano i samaritani, considerandoli pagani, atei. Ed è proprio una samaritana che pone la questione di dove si debba adorare Dio. Gesù risponde che è questione di modo: è il come bisogna adorare, nello spirito e nella verità, cioè con tutto il cuore. Il tempio samaritano di Garizim era rivale a quello di Gerusalemme: entrambi saranno distrutti, di essi non resterà pietra su pietra. Gesù mostrerà la sua persona come il vero tempio di Dio. Su questo si abbatteranno le forze dell’odio, ma lui risorgerà il terzo giorno.
Il dialogo tra Gesù e la donna non è equivalente. Mentre la samaritana fa questione di luogo (questo monte…Gerusalemme), Gesù sposta l’attenzione sul tempo “giunto” per adorare il Padre in spirito e verità e per riconoscere in lui il Messia atteso e finalmente giunto tra noi. La rivelazione di Gesù non è generica, ma diretta e concreta: sono io che parlo a te, qui e oggi.

La donna di Samaria, che lascia la brocca e va a raccontare tutto ai suoi concittadini, anticipa quello che accadrà alla risurrezione, quando ancora una donna sarà la prima a dare la buona notizia agli uomini. A tutti, uomini e donne, il compito di credere che il nostro ospite è «il salvatore del mondo». E l’acqua, sia quella del pozzo con la samaritana, sia quella che Mosè fa scaturire dalla roccia, è un chiaro riferimento al Battesimo ed è immagine di Cristo, sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna.

La quaresima è un cammino, come quello che Gesù fa compiere alla Samaritana, prima di rivelarsi come Salvatore, aiutandola a prendere coscienza dei suoi fallimenti e della sua fragilità. È quello che invoca la preghiera che oggi, nella Messa, chiede a Dio: «guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria».

La pretesa assolutezza e universalità della fede cristiana in Gesù, Figlio di Dio e unico Salvatore del mondo, oggi si scontra con una diffusa mentalità relativista secondo la quale tutte le religioni sarebbero ugualmente inadeguate per cui la religione è ridotta a esperienza privata, soggettiva, emotiva, lasciando libero il campo al cosiddetto “supermarket delle religioni”. La proposta di verità, in campo etico e religioso, viene qualificata come presunzione, addirittura fondamentalismo, atteggiamento intollerante. L’impegno missionario è visto come imperialismo spirituale e culturale. Il vero scandalo, per questa mentalità relativista, è l’assolutezza di Gesù Cristo quale piena rivelazione di Dio e unico salvatore di tutti gli uomini.

Tutto il Vangelo – e quello di oggi ne è una pagina esemplare – ci dice che Dio ci è venuto incontro personalmente, con il nome e il volto di un uomo, Gesù di Nazareth. Dio si è fatto uomo e l’uomo è innalzato fino a Dio: nessun’altra religione ha una notizia simile, nessuna offre una speranza più audace. Da qui nasce la meraviglia, la gratitudine, la speranza, la spinta missionaria: quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi. Esattamente quello che fece la donna samaritana con i suoi paesani.

Commento a cura di Mons. Angelo Sceppacerca.

Fonte – Diocesi Triveneto