Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 1 marzo 2026.
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Eletti per servire
“Il Signore ti ha scelto – dice Mosè a Israele – perché tu fossi privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra” (Dt 14,2). “Il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro, ha scelto voi, loro discendenza, fra tutti i popoli” (Dt 10,15-16).
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Anche i cristiani sono “stirpe eletta” (1 Pt 2,9). “Noi ben sappiamo, fratelli amati da Dio – dichiara Paolo ai tessalonicesi – che siete stati eletti da lui” (1 Ts 1,4).
Se il Signore – come afferma Pietro – “non fa preferenze di persone” (At 10,34), che senso ha parlare di elezione?
Le scelte di Dio non seguono i criteri degli uomini: non presuppongono alcun merito, sono dettate da amore gratuito. Egli si è legato a Israele, non perché fosse il più numeroso dei popoli – era anzi il più piccolo – ma semplicemente per amore (Dt 7,5-8). Ai cristiani delle sue comunità Giacomo richiama il comportamento di Dio: “Egli non ha forse scelto i poveri nel mondo, per farli ricchi con la fede ed eredi del regno?” (Gc 2,5).
Quando chiama un uomo, quando sceglie un popolo, lo fa per affidare loro un compito, una missione, per farli portatori delle sue benedizioni destinate a tutti.
Così Abramo deve diventare “una benedizione per tutte le famiglie della terra”; Israele, il servo del Signore, è incaricato di “portare il diritto alle nazioni” (Is 42,1); Paolo è “uno strumento eletto per portare il nome di Cristo davanti ai popoli, ai re e ai figli d’Israele” (At 9,15).
Le vocazioni di Dio non conferiscono alcun privilegio, non offrono alcun motivo per sentirsi superiori o migliori degli altri, sono una richiesta di disponibilità al servizio, a divenire mediatori di salvezza.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Facci comprendere, Signore, quanto è grande e impegnativa la missione alla quale ci hai chiamato”
Vangelo (Mt 17,1-9)
1 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2 E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4 Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. 5 Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. 6 All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7 Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete”. 8 Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
9 E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.
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Questo brano è interpretato a volte come una breve anticipazione dell’esperienza del paradiso, concessa da Gesù ad un gruppo ristretto di amici, per prepararli a sopportare la dura prova della sua passione e morte.
Bisogna sempre essere molto circospetti quando ci si accosta a un testo evangelico perché quello che, a prima vista, può sembrare la cronaca di un fatto, ad un esame più attento si rivela spesso un testo di teologia, redatto secondo i canoni del linguaggio biblico. Il racconto della trasfigurazione di Gesù, riferito in modo quasi identico da Marco, Matteo e Luca, ne è un esempio.
Oggi ci viene proposta la versione di Matteo. Si apre con un’annotazione apparentemente irrilevante: “Sei giorni dopo”. Dopo che cosa? Non viene detto, ma il riferimento più probabile sembra essere al dibattito sull’identità di Gesù avvenuto nella regione di Cesarea di Filippo (Mt 16,13-20). Ci si chiede anche come mai Gesù prenda con sé solo tre discepoli e perché salga su un monte.
Cominciamo da quest’ultimo particolare. È curioso il fatto che, soprattutto nel vangelo di Matteo, Gesù, quando fa o dice qualcosa di importante, salga su un monte: l’ultima tentazione avviene sul monte (Mt 4,8); le beatitudini sono pronunciate sul monte (Mt 5,1); sul monte sono moltiplicati i pani (Mt 15,29) e, alla fine del vangelo, quando i discepoli incontrano il Risorto e sono inviati nel mondo intero, si trovano “sul monte che era stato loro indicato” (Mt 27,16).
Basta scorrere l’AT per scoprire la ragione di tanta insistenza. Il monte, nella Bibbia – come, del resto, presso tutti i popoli dell’antichità – era il luogo dell’incontro con Dio: fu sul Sinai che Mosè ebbe la manifestazione di Dio e ricevette quella rivelazione che poi trasmise al popolo, fu in cima all’Oreb che anche Elia incontrò il Signore.
C’è di più: se leggiamo Es 24 troviamo che anche di Mosè si dice che salì “dopo sei giorni” (Es 24,16), non vi andò solo, ma prese con sé Aronne, Nadab e Abiu (Es 24,1.9) e fu avvolto da una nube. Sul monte anche il suo volto venne trasfigurato dallo splendore della gloria divina (Es 34,30).
Alla luce di questi testi risulta chiaro l’obiettivo dell’evangelista: intende presentare Gesù come il nuovo Mosè, come colui che consegna al nuovo popolo, rappresentato dai tre discepoli, la nuova legge; Gesù è la rivelazione definitiva di Dio.
Il volto splendente e le vesti luminose (v. 2). Anche questi sono motivi che ricorrono spesso nella Bibbia. Il Signore è “rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto” – afferma il salmista (Sal 104,1-2). Sono immagini con cui viene affermata la presenza di Dio nella persona di Gesù.
Identico è il significato della nube luminosa che avvolge tutti con la sua ombra (v. 5). Nel libro dell’Esodo si parla di una nube luminosa che proteggeva il popolo d’Israele nel deserto (Es 13,21), segno della presenza di Dio che accompagnava il suo popolo lungo il cammino. Quando Mosè ricevette la legge, il monte fu avvolto da una nube (Es 24,15-16) e anch’egli discese con il volto splendente (Es 34,29-35). Nube e volto splendente sono dunque il riflesso della presenza di Dio.
Servendosi di queste immagini, Matteo afferma che Pietro, Giacomo e Giovanni, in un momento particolarmente significativo della loro vita, sono stati introdotti nel mondo di Dio e hanno goduto di un’illuminazione che ha fatto loro comprendere la vera identità del Maestro e la meta del suo cammino: non sarebbe stato il messia glorioso che si attendevano, ma un messia che, dopo un duro conflitto con il potere religioso, sarebbe stato osteggiato, perseguitato e ucciso. Si sono resi conto anche che il loro destino non sarebbe stato diverso da quello del Maestro.
La voce del cielo (v. 5) è un’espressione letteraria impiegata frequentemente dai rabbini quando, per concludere una lunga discussione su un tema, volevano presentare il pensiero di Dio.
L’argomento trattato nel capitolo precedente (Mt 16) riguardava l’identità di Gesù. Lo stesso Maestro aveva aperto il dibattito con la domanda: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” (Mt 16,13). Dopo aver esposto le varie opinioni, gli apostoli, per bocca di Pietro, avevano manifestato la loro convinzione: egli è l’atteso messia. La voce del cielo ora dichiara il parere di Dio: “Gesù è il prediletto”, il servo fedele del quale il Signore si compiace (Is 42,1).
Già al momento del battesimo è stata udita questa “voce” che ha pronunciato le stesse parole: “Questi è il Figlio mio prediletto” (Mt 3,17); ora viene aggiunta l’esortazione: “Ascoltatelo!”. Ascoltate lui, anche quando sembrerà proporre cammini troppo impegnativi, indicare strade anguste e impervie, scelte paradossali, umanamente assurde.
Nella Bibbia il verbo “ascoltare” non significa soltanto “udire”, ma equivale spesso a “obbedire” (Es 6,12; Mt 18,15-16). La raccomandazione che il Padre fa a Pietro, Giacomo e Giovanni e, attraverso loro, a tutti i discepoli, è di “porre in pratica” ciò che Gesù insegna. È l’invito a puntare la vita sulla sua proposta di beatitudine.
Chi sono Mosè ed Elia? Il primo è colui che ha dato la Legge al suo popolo, l’altro era considerato il primo dei profeti. Per gli israeliti questi due personaggi rappresentavano le sacre Scritture.
Tutti i libri santi d’Israele hanno lo scopo di condurre a dialogare con Gesù, orientano a lui. Senza di lui l’AT è incomprensibile; ma anche Gesù, senza l’AT, rimane un mistero. Nel giorno di Pasqua, per far capire ai discepoli il significato della sua morte e risurrezione, egli ricorrerà all’AT: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro ciò che, in tutte le Scritture, si riferiva a lui” (Lc 24,27).
Il significato dell’immagine delle tre tende non è facile da determinare. Certo hanno un riferimento al cammino dell’esodo e qui indicano, forse, il desiderio di Pietro di fermarsi, per perpetuare la gioia sperimentata in un momento di intimità spirituale con il Maestro. Chi costruisce una tenda vuole fissare la sua dimora in un posto e non muoversi, almeno per un certo tempo. Gesù invece è sempre in cammino: è diretto a una meta e i discepoli lo devono seguire.
La nostra stessa esperienza spirituale ci può aiutare a capire: dopo aver dialogato a lungo con Dio, non torniamo volentieri alla vita di ogni giorno; i problemi, i conflitti sociali e i dissensi familiari, i drammi con cui ci dobbiamo confrontare ci incutono paura, tuttavia sappiamo che l’ascolto della parola di Dio non è tutto. Non si può passare la vita in chiesa o nelle oasi dei ritiri spirituali: è necessario uscire per incontrare e servire i fratelli, per aiutare chi soffre, per essere vicini a chiunque abbia bisogno di amore.
Dopo aver scoperto nella preghiera il cammino da percorrere, è necessario mettersi al seguito di Gesù che sale a Gerusalemme per donare la vita.
Riassumiamo il significato della scena: tutto l’AT (Mosè ed Elia) riceve senso da Gesù, ma Pietro non capisce il significato di quanto sta accadendo. Benché a parole proclami Gesù “il Cristo” (Mt 16,16), rimane profondamente convinto che egli sia solo un grande personaggio, un uomo al livello di Mosè ed Elia, per questo suggerisce che vengano costruite tre tende uguali.
Interviene Dio per correggere la falsa interpretazione di Pietro: Gesù non è solo un grande legislatore o un semplice profeta, è il “Figlio prediletto” del Padre.
I tre personaggi non possono ormai più continuare insieme: Gesù si stacca nettamente dagli altri, è assolutamente superiore.
Israele aveva ascoltato la voce del Signore che gli era stata trasmessa da Mosè e dai profeti. Ora questa voce – dichiara il Padre – giunge agli uomini attraverso Cristo. È lui e solo lui che i discepoli devono ascoltare, per questo viene notato che, quando i tre alzano gli occhi, non vedono altri che Gesù. Mosè ed Elia sono scomparsi, hanno già compiuto la loro missione: hanno presentato al mondo il Messia, il nuovo profeta, il nuovo legislatore.
Si è realizzata, in modo sorprendente, la promessa fatta da Mosè al popolo prima di morire: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto” (Dt 18,15).
Nel sito Settimana News sono presenti anche i commenti alla prima e seconda lettura.
