Se il deserto «abita» le domande radicali
Il deserto non è solo un luogo fisico arso, brullo che si estende sconfinato ai nostri occhi; deserto non è solo spazio, ma anche un tempo: quello delle domande che arrivano improvvise, delle certezze che crollano miseramente, dei dubbi assillanti.
Il deserto è fatto da tutti quei momenti più o meno lunghi che attraversiamo nell’arco della vita in cui ci sentiamo deboli e nudi: momenti sacri. È il tempo delle domande radicali, di quelle che bruciano dentro, che sottilmente scavano, che come uno scalpello ci modellano, dandoci una forma impensata.
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È il tempo in cui si sta davanti alla vita, la nostra. Gesù è affamato e la fame è cosa concreta, fisica, reale, così come sono reali e concreti i nostri bisogni: quelli per cui corriamo, ci affatichiamo, consumiamo, sperando che tutto questo basti a darci la felicità, a farci sentire sazi e appagati, a riempire i nostri vuoti.
Eppure Gesù oggi ci fa capire che c’è una fame più profonda, più esistenziale alla quale non basta trasformare le pietre in pane: abbiamo bisogno non solo di pane, ma di senso e di futuro e di capire a cosa davvero tendiamo. Una freccia, mi sembra questa prima tentazione, una freccia scagliata oltre i tutti i nostri desideri immediati, tutto ciò che ci appare come imprescindibile: non basta, ci dice Gesù, vai oltre. […] Continua a leggere su Avvenire.
