I capitoli 2 e 3 di Genesi offrono una lettura della condizione umana, del peccato e del male. Il volto di Dio incontrato come liberatore e vicino nella vicenda dell’esodo è colui che vuole e dona il bene all’umanità.
Tuttavia si rende presente l’esperienza del male. Il racconto di Genesi esprime questa grande convinzione: Dio che ha chiamato Mosè ed il suo popolo non è Dio del male, ma Dio amante della vita. Il male è conseguenza di scelte derivanti dalla libertà dell’uomo, non è divino, non è una forza più grande di Dio. Dio non vuole il male. Da qui l’esigenza di far sì che ogni male sia tolto.
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La responsabilità del credente contro il male
L’atteggiamento richiesto al credente è la responsabilità per eliminare con impegno tutte le forme del male esistenti: non il terrore di fronte ad un Dio capriccioso e malvagio e nemmeno la passiva rassegnazione, ma la dedizione di tutto l’essere a compiere l’opera di Dio. Il capitolo 3 di Genesi presenta la situazione dell’uomo consapevole dell’impossibilità a salvarsi da solo: il peccato si connota nella sua radice come mancanza di affidamento a Dio.
Le conseguenze del peccato e la rottura delle relazioni
Il peccato porta con sé, in una lunga catena, una serie di rotture ed incapacità di comunicazione: dell’uomo con la donna, dell’umanità al suo interno, delle persone con la natura. Il racconto si sviluppa attorno al sospetto di Adamo ed Eva: essi pensano che Dio non abbia un progetto di compimento ma lo percepiscono come antagonista. È una raffigurazione della condizione dell’umanità. La grande tentazione è pensare a Dio come nemico, lontano, che vuole il nostro male: qualcuno da cui difendersi e non un volto da cercare e attendere.
La scoperta della grazia in Gesù Cristo
La seconda lettura dalla lettera ai Romani presenta la grande scoperta centrale nell’esperienza della prima comunità cristiana: in Gesù Cristo si attua un legame nuovo non solo con Dio ma anche all’interno dell’umanità. Paolo indica Cristo come nuovo Adamo per porre in risalto la novità che Gesù Cristo ha portato per la nostra vita: ora la nostra condizione è in una nuova solidarietà. La situazione di Adamo, segnata da miseria e peccato, è definitivamente vinta. Si può comprendere il peccato solamente perché si è scoperto la potenza della grazia di Cristo e la nuova situazione in cui egli ci ha posti.
Le tentazioni di Gesù e la fedeltà al progetto divino
La narrazione delle tentazioni di Gesù presenta un momento di prova. Nel racconto delle tentazioni le tre domande presentate da satana riguardano il modo in cui Gesù può intendere la sua missione: il suo essere ‘messia’, l’inviato mandato da Dio si presta ad essere compreso in modi diversi. Può corrispondere ad una religione del potere e del dominio; può essere inteso secondo modalità miracolistiche, dell’apparire, dell’affermarsi con successo; ancora può essere inteso come finalizzato al benessere immediato.
Gesù, nel deserto assume per Matteo i tratti di Mosè, che guida verso un esodo nuovo. I riferimenti sono alle prove di Israele nel deserto (Dt 8,3; 6,16; 6,13) e indicano i momenti in cui si manifestò l’infedeltà del popolo davanti a Dio, la sua ricerca di sicurezze senza affidamento. La scelta di Gesù si pone invece nella fedeltà al progetto di Dio. Sua unica preoccupazione è l’ascolto, l’affidarsi totalmente al Padre. Il suo modo di essere messia è distante dal ricercare successo umano, potere e dall’attuare violenza.
Per gentile concessione di p. Alessandro – dal suo blog.
p. Alessandro Cortesi op
Sono un frate domenicano. Docente di teologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘santa Caterina da Siena’ a Firenze. Direttore del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ a Pistoia.
Socio fondatore Fondazione La Pira – Firenze.

