Leggendo il brano evangelico di questa domenica, riecheggia nel nostro cuore quella celebre espressione della Lettera ai Romani di san Paolo: “L’amore è la pienezza della legge” (Rm 13,10).
Quando Gesù afferma di essere venuto non per abolire, ma per dare pieno compimento alla Legge, sta dicendo esattamente questo. È l’amore vero, totalizzante, l’amore che si dona fino a rinunciare totalmente a se stesso – come il suo sulla Croce – a realizzare il vero spirito della Legge.
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Siamo nel prosieguo del discorso della montagna: dopo le Beatitudes, che possiamo definire la Costituzione del Regno, Gesù ha proposto le immagini del sale e della luce per sottolineare l’incidenza della testimonianza del discepolo nella storia. Con questo passaggio delle cosiddette antitesi, Gesù vuole condurre il discepolo al cuore della logica del Vangelo.
È davvero provvidenziale che la liturgia ci proponga questo brano proprio a pochi giorni dall’inizio della Quaresima. Potremmo dire che si tratta quasi di un “antipasto quaresimale”. Non a caso, il Vangelo del Mercoledì delle Ceneri sarà tratto dalla stessa sezione del Vangelo secondo Matteo.
La chiave di lettura del testo è offerta da un’affermazione decisiva di Gesù: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei cieli“. Gesù non è venuto ad abolire o a stravolgere la Legge, ma a rivelarne lo spirito interiore: questo è il vero significato del “compimento”.
Emergono così due atteggiamenti opposti: da una parte quello degli scribi e dei farisei, che ritengono di esaurire tutto nella semplice osservanza esteriore dei precetti; dall’altra quello dei discepoli, chiamati non solo a osservare la Legge, ma ad abbracciarne lo spirito, purificando soprattutto le intenzioni profonde del cuore.
Qual è, dunque, il nostro atteggiamento davanti alla fede e al Vangelo? Commentando le Beatitudini, dicevamo che esse nascono da una relazione nuova e profonda con Cristo, persona viva e vera, e solo in un secondo momento diventano un orientamento morale.
Cristo è la vera novità: quando lo incontriamo, nulla può rimanere come prima né ridursi a una sterile osservanza formale.
Nel prosieguo del brano, il Maestro ci offre quattro esempi concreti. Il primo riguarda il comandamento del non uccidere. Su questo siamo tutti d’accordo, credenti e non credenti: togliere la vita a un’altra persona è il male più grave.
Chi di noi ha mai commesso un omicidio? Speriamo nessuno. Potremmo allora essere tentati di sentirci a posto. Eppure Gesù ci invita ad andare oltre la logica puramente esteriore.
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Forse non abbiamo mai premuto un grilletto, ma possiamo dire di non aver mai provato aggressività, odio, rancore o risentimento? Di non aver mai offeso qualcuno, neppure con le parole o nel cuore? Di non aver mai parlato male di qualcuno alle sue spalle, distruggendone la reputazione con la calunnia o la diffamazione?
Quante volte si sente dire: “Per me quella persona è morta”. Non è forse questa una forma di omicidio? È l’incapacità di perdonare e di riconciliarsi.
Il secondo esempio è quello dell’adulterio. L’atto fisico, il peccato materiale, è spesso il punto di arrivo di un processo molto più profondo che nasce nel cuore: da uno sguardo sbagliato, da una relazione malsana, dal ridurre l’altro a oggetto di possesso.
A questo segue poi il tema del divorzio. La rottura dell’unione matrimoniale espone all’adulterio; e chi sposa una persona divorziata commette adulterio, perché il matrimonio rimane tale davanti a Dio: “L’uomo non osi separare ciò che Dio ha unito”.
Anche qui, lo spirito della Legge va oltre la semplice osservanza esteriore. La concessione del divorzio da parte di Mosè – come ricorda Gesù in un altro passo – fu dovuta alla durezza del cuore; ma il disegno originario di Dio sulla coppia umana presuppone fedeltà, indissolubilità e apertura alla perpetuità.
Infine, l’ultimo esempio riguarda il giuramento. Se si chiama Dio a testimone, bisogna essere fedeli. In realtà, secondo la logica di Cristo, non dovrebbe mai esserci bisogno di giurare, perché la nostra parola dovrebbe avere valore in sé, senza sovrastrutture, manipolazioni o giochi di ombra.
La semplicità viene da Dio; le complicazioni, invece, dal Maligno.
In conclusione, chiediamoci: alla luce della mia amicizia con Cristo, che è l’Amore e la pienezza della Legge, mi accontento di vivere la mia vita cristiana come semplice assenza di sbagli, oppure scelgo di viverla nella profondità del suo sguardo? La mia giustizia supera davvero quella degli scribi e dei farisei?
Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.
