don Giovanni Berti (don Gioba) – Commento al Vangelo del 8 Febbraio 2026

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Sapore di Vangelo

Quando si prepara un buon piatto di pastasciutta, magari con del buon sugo o ragù, se la giusta cottura si può in parte intuire con gli occhi, una cosa non si può verificare se non mangiando: la salatura. Solo quando si porta il boccone di pasta in bocca si capisce se è poco o troppo salato. Il sale nei cibi non si vede, eppure la giusta quantità è determinante per dare il sapore.

Sapore di Vangelo

«Voi siete il sale della terra», dice Gesù ai suoi discepoli, e attraverso di loro lo dice anche a me, a noi oggi. Quella del sale che dà sapore è un’immagine potente ed efficace, perché richiama tutti gli utilizzi del sale, che non hanno perso la loro attualità. Il sale è importante per dare sapore ai cibi e, ieri come oggi, si usa anche per conservare gli alimenti. Nell’antichità era così prezioso che veniva usato anche per pagare, e proprio da questo uso è nata la parola “salario”.

Per ognuno di questi utilizzi si potrebbe ricavare un messaggio sulla nostra identità di discepoli, “sale della terra”, ma ciò che oggi mi colpisce è soprattutto il suo uso in cucina. Il sale non si vede nel cibo, ma si sente, e non può essere in quantità esagerata, altrimenti invece di esaltare il gusto della pietanza lo distrugge.

Il cristiano, discepolo di Gesù, è questa giusta quantità di sale che, dentro la pietanza della storia del mondo, dentro il piatto della nostra società ricchissima di ingredienti, è fondamentale per dare il sapore giusto: ed è il sapore del Vangelo.

Come con le Beatitudini che ha appena proclamato, anche qui Gesù non dà ordini o divieti, non offre ricette facili per guadagnare il paradiso e nemmeno per imporre la nostra religione. Gesù rivela la nostra identità e ci affida una missione.

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Noi siamo sale: siamo chiamati a stare dentro la storia, dentro le vicende del mondo, dentro la vita quotidiana, con la missione di far sentire la presenza di Gesù, il gusto buono della sua Parola, della sua visione della vita, della sua proposta di un mondo di fraternità. Come il sale, non saremo mai in quantità tale da imporci su tutti e, come persone normali, non ogni nostra azione sarà esplicitamente religiosa. Ma il gusto del Vangelo non può mancare: entra in ogni situazione, in ogni persona, in ogni relazione. Entra anche nelle situazioni difficili e nelle sofferenze che fanno parte della fragilità della vita umana. Il Vangelo è il sale, e noi, salati di Vangelo, diventiamo sale della terra, sale della storia.

Gesù dice anche una cosa impossibile dal punto di vista pratico: il sale che perde il suo sapore. Questo non accade con il sale vero, ma può accadere a noi come discepoli. Possiamo aver ricevuto il battesimo e dirci cristiani, ma alla prova del gusto, cioè della vita concreta, risultare insipidi, senza Vangelo nelle nostre parole, nei nostri gesti e persino negli atti religiosi.

Un cristiano senza Vangelo in ciò che dice e in ciò che fa è inutile come un pugno di non-sale buttato nell’acqua che bolle per la pastasciutta. Un cristiano che non ha il sapore di Gesù lascia il mondo senza l’ingrediente più invisibile ma più necessario: il Vangelo.

Gino Paoli, in una famosa canzone del 1963, canta: «Sapore di sale, sapore di mare, che hai sulla pelle, che hai sulle labbra… sapore di te».

Il discepolo di Gesù può cantare: «Sapore di sale, sapore di Vangelo, che ho nella mia vita, che ho nelle mie parole… sapore di te, Gesù».

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Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)