Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 1 Febbraio 2026

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Matteo organizza il suo Vangelo attorno a cinque grandi discorsi, come i cinque libri della Torah. Gesù viene presentato come il nuovo Mosè, non come colui che aggiunge qualcosa alla Legge antica, ma come colui che la porta a compimento. Il primo di questi discorsi è il Discorso della montagna.

Gesù sale sul monte, si siede e parla. Proprio come Mosè sul Sinai, ma con una differenza decisiva: Gesù non riceve la Parola da Dio, egli parla con l’autorità di Dio. Non consegna semplicemente delle norme, ma dona se stesso.

Ed è significativo che la prima parola che esce dalla sua bocca non sia un comando, né una minaccia, ma una promessa di felicità: “Beati…”. La nuova Torah non parte dal peccato dell’uomo, ma dal suo desiderio più profondo: il desiderio di felicità. Le Beatitudini non sono un codice morale, né una lista di virtù da conquistare con sforzo. Come ricorda Benedetto XVI, esse sono anzitutto il ritratto di Gesù stesso, la sua autobiografia spirituale. Guardando le Beatitudini, scopriamo chi è Gesù e quale volto di Dio ci rivela.

La vera beatitudine si realizza in chi vive come Lui e con Lui. É Lui a rendere capaci di questa vita luminosa. Le Beatitudini capovolgono la logica del mondo. Il mondo proclama beati i forti, i vincenti, i ricchi, gli autosufficienti. Gesù indica come beati coloro che non fanno della forza, del possesso o del successo il loro fondamento.

La porta di tutte le Beatitudini è la prima: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.” Questa povertà non è miseria, né disprezzo dei beni materiali. È una povertà del cuore. Nella Scrittura, i “poveri del Signore” sono coloro che non si appoggiano su se stessi, che non confidano nelle proprie sicurezze, ma vivono affidandosi totalmente a Dio, perché hanno compreso di non bastare a se stessi.

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Il povero in spirito è colui che non confonde ciò che ha con ciò che è. È chi vive con le mani aperte, senza trasformare il possesso, il ruolo o il potere in un idolo. È chi sa di aver bisogno, e proprio per questo può davvero pregare, amare, fidarsi e affidarsi. Questa povertà è anzitutto la povertà di Gesù stesso. Tutta la sua vita è un ricevere dal Padre: la parola, la missione, l’amore.

Gesù non trattiene nulla, non possiede nulla, si consegna totalmente, fino alla croce. Spogliato di tutto, resta il Figlio che si affida: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Da questa povertà nascono tutte le altre Beatitudini. Gesù è mite, perché non ha bisogno di imporsi. Conosce il pianto, perché non fugge il dolore. Ha fame e sete di giustizia, perché non accetta il compromesso con il male.

È misericordioso, perché sa che l’uomo non è mai il suo errore. È puro di cuore, perché guarda l’altro con l’occhio del Padre, senza la deviazione del voler possedere. È operatore di pace, costruendola in prima persona, con il dono della vita. Ed è perseguitato, perché l’amore autentico e la verità disturbano sempre.

Le Beatitudini non sono un ideale irraggiungibile, ma una forma di vita possibile, perché è la vita stessa di Cristo. Non si realizzano con lo sforzo volontaristico, ma nella relazione con Lui, sono la Costituzione del Regno. Non diventiamo poveri in spirito “facendo”, ma stando con Gesù, lasciandoci guardare e trasformare.

La promessa finale è sorprendente: “Di essi è il regno dei cieli.” Non sarà, ma è. Il Regno comincia ogni volta che qualcuno rinuncia all’autosufficienza e sceglie di vivere nella fiducia. Essere poveri in spirito significa vivere con il cuore libero. E solo un cuore libero può davvero accogliere Dio.

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Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.

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