Beati come bambini
Al catechismo, in questi giorni, le catechiste hanno fatto ai bambini una domanda: «quali sono le differenze tra gli adulti e i bambini?». Sono venute fuori tante risposte, anche piuttosto buffe, come: «gli adulti sono più alti», «i bambini giocano», «gli adulti vanno a letto tardi»…
La differenza che più mi ha colpito tra quelle che i bambini hanno scritto è questa: «i bambini sognano, mentre gli adulti sono più concreti».
Se ci pensiamo bene, noi adulti spesso invidiamo la condizione dell’essere bambini. Avendo un’esperienza molto limitata, nessuna responsabilità diretta e soprattutto dipendendo completamente dalla cura della loro famiglia, sognano ad occhi aperti molto più di noi grandi. Pensano che sia tutto possibile e credono che le favole, in fondo, possano essere vere. Anche noi adulti sogniamo e fantastichiamo, ma alla fine prevale la concretezza della realtà che sperimentiamo e, con quello che succede nel mondo, alle favole davvero non crediamo più.
Che cosa ha in mente Gesù quando pronuncia le parole del Vangelo che abbiamo ascoltato? L’evangelista Matteo ci descrive la situazione: il Maestro è attorniato dalla folla delle persone che lo seguono, conosce bene come va la vita ed è venuto a contatto con il dramma di tante storie di sofferenza, esclusione e violenza. Da lui vanno soprattutto i poveri e i diseredati, e tutti si aspettano la soluzione immediata dei loro problemi. Ecco allora che sale su un monte, in alto. Matteo non ci dice quale sia questo monte e questo ci fa pensare che sia più un simbolo che una vera e propria salita fisica. Dall’alto, in un unico colpo d’occhio, Gesù vede quell’umanità che lo segue e che gli chiede soluzioni e indicazioni concrete di vita.
Da quel monte Gesù sembra dare uno sguardo anche all’umanità di oggi, con le sue guerre, le tragedie, le profonde ingiustizie. Vede le nostre aspirazioni e le nostre domande, insieme alle nostre fatiche. Ma immagino che Gesù non veda solo il mondo degli adulti, di coloro che hanno in mano allora come oggi le sorti della storia, ma anche i bambini: vede i più piccoli con i loro grandi sogni, con la loro fiducia nelle favole che finiscono bene, vede chi ha il desiderio semplice di essere felice.
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Penso che sia proprio questo sguardo, che dal mondo degli adulti si posa sul cuore dei bambini, a spingere Gesù a pronunciare parole che, a un primo ascolto, sono meravigliosamente folli: le beatitudini.
Beati… beati… beati, ripete Gesù con un ritmo che sembra più una canzone che un discorso serio. Beati i poveri, gli afflitti, beati i miti, beati chi ha fame e sete di giustizia, chi cerca la pace, e beati persino i perseguitati. Sono parole che sembrano funzionare solo in una favola, non nella concretezza della vita vera. Servirebbero regole certe, punizioni e premi chiari per far andare avanti le cose. Ci sarebbe bisogno di indicazioni precise su ciò che è giusto fare o non fare, su chi è buono e chi è cattivo. Servirebbero parole come quelle dei Dieci comandamenti, che dicono in modo chiaro cosa fare e cosa non fare secondo Dio.
Ma i comandamenti già ci sono e possono essere seguiti. Gesù comprende che non bastano le regole: serve la capacità di sognare un mondo nuovo per iniziare a costruirlo. Per cambiare la storia e farla andare secondo la volontà di Dio bisogna sognare come Dio, avere il suo sogno dentro i nostri sogni.
Le Beatitudini sono davvero la spina dorsale della vita cristiana, sono il “perché” è bello essere alla scuola di Cristo e costruire una comunità di fratelli e sorelle. La Chiesa, infatti, ha senso se aiuta a crescere ritornando bambini nel cuore, con la fiducia che ciò che ha insegnato Gesù è davvero possibile, anche quando tutto sembra andare nella direzione opposta.
Oggi si celebra nella Chiesa italiana la Giornata per la vita e i vescovi hanno scelto come slogan «prima i bambini». Sento in queste parole non solo un invito a prenderci cura dei più piccoli, quando sono sfruttati, offesi o messi in pericolo, ma anche un invito a imparare dai loro sogni. Solo così potremo non solo capire il Vangelo, ma anche farlo diventare realtà per tutti. quotidiane e nelle relazioni più semplici, possono diventare parole di luce.
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Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)




