Matteo presenta Gesù sul monte che indirizza ai suoi un insegnamento fondamentale, sintesi del suo messaggio. Il monte rinvia Sinai: Gesù è accostato a Mosè come colui che guida ed indica la strada offrendo una legge nuova. Rinvia pure ad un altro monte dove Gesù dà appuntamento ai suoi discepoli alla fine del vangelo (cfr. Mt 28,16).
Gesù si rivolge non solo per alcuni. E’ un discorso aperto alle folle senza distinzioni e chiama a seguirlo. Gesù guarda a tutti coloro che sono giudciati come inutili o da tenere ai margini, gli sconfitti della storia e i perdenti, colro che subiscono le prove della vita: sono i poveri, i miti, gli affamati, coloro che hanno un cuore buono, chi pensa non al proprio interesse personale ma agli altri e a ciò che fa crescere tutti.
Gesù utilizza un saluto che è invito ed anche parola di conforto: “beati”, una parola chiave. A. Chouraqui ha proposto di tradurre “beato” con l’esortezione “in cammino, in piedi, in marcia, avanti voi che non camminate sulla strada del male”. Avant perché Dio prende su di sé la vostra fatica vi sta accanto e cammina insime.
I poveri, gli afflitti, gli affamati e i perseguitati erano stati indicati dai profeti come coloro che per primi avrebbero dato accoglienza all’intervento di Dio alla fine dei tempi: così ne parla il terzo Isaia (Is 61,1-2). Gesù a loro indirizza l’annuncio: ‘il regno dei cieli è vicino’. Il regno di Dio è vicinanza nuova ai poveri e agli oppressi da parte di Dio stesso.
Gesù annuncia un Dio di misericordia che si china sull’umile e sull’impoverito e facendo questo comunica che ogni vita è preziosa e importante ai suoi occhi. Il primato sta a Dio che viene ed irrompe con la sua presenza silenziosa e inerme nella storia (cfr. Is 58 e 61,1-2).
- Pubblicità -
Gesù è preoccupato innanzitutto di dare un annuncio di felicità possibile e nuova: beati … Non è offrire false illusioni, né incapacità di guardare alle condizioni di sofferenza di chi è povero o oppresso. Gesù annuncia che Dio sta dalla parte di chi vive situazioni di sofferenza e di opzione ed apre speranza e possibilità per andare avanti.
Il primo annuncio quindi riguarda Dio, il suo intervenire a fianco dei poveri nella storia: Egli viene come liberatore, presenza che apre una realtà nuova, di ‘shalom’, di incontro con Lui e con gli altri: è la bella notizia del regno.
A questo annuncio fondamentale si affianca l’attenzione alla vita umana e su quanto è richiesto per accogliere il regno di Dio. In questa linea Matteo indica una serie di otto beatitudini a cui segue un’ultima: ‘beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno…’ seguono le espressioni in cui i discepoli sono indicati come sale della terra e luce del mondo.
La prima beatitudine è rivolta ai poveri in spirito: sono coloro che vivono un affidamento a Dio perché non hanno altri appoggi: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti” (Sal 34,19).
La seconda è rivolta ai miti: c’è qui forse un richiamo del salmo in cui si parla degli ‘anawim’ (Sal 36,11), coloro che non hanno altre sicurezze se non nella promessa di Dio, e nella sua protezione. Gesù stesso nel vangelo di Matteo è indicato come ‘mite e umile di cuore’ (Mt 11,29) e il suo ingresso a Gerusalemme sarà presentato come quello di un messia pacifico e mite (Mt 21,5). Ai poveri e miti è destinato il regno dei cieli e l’eredità della terra.
- Pubblicità -
La terza beatitudine riprende le parole di Is 61,2: ‘Mi ha mandato a portare una buona notizia ai poveri, a consolare tutti gli afflitti’. Gli afflitti sono coloro che attendono la consolazione della salvezza, sanno attendere anche se sperimentano contraddizione intorno a loro. In questa beatitudine è sottolineato l’aspetto dell’annuncio del vangelo come paradosso che si pone in contrasto con l’apparenza e il buon senso umano.
Nella quarta beatitudine compare un termine caro a Matteo: ‘beati coloro che hanno fame e sete di giustizia’: ritornerà l’invito ai discepoli a compiere una giustizia ‘più grande’. Giustizia indica il rispondere in modo generoso alla volontà di Dio nella sua fedeltà e nel suo non venir meno alle promesse di salvezza. Nella giustizia si riassume tutto il vangelo come attuazione pratica e concreta.
Fame e sete esprimono il desiderio e la tensione verso tale fedeltà come anche l’intenso desiderio della parola di Dio (cfr. Is 55,1-3): la loro fame e sete può trovare pace solo da Dio (Is 49,10; Is 65,13).
Con la quinta inizia la serie di beatitudini proprie di Matteo: i misericordiosi sono specchio dell’amore di Dio, amore rivolto a chi ha bisogno di perdono e a chi soffre nel bisogno. Il giusto misericordioso vive la medesima tensione a perdonare e a soccorrere chi si trova nel bisogno. Chi è compassionevole troverà misericordia (cfr. Prov 17,5, Sir 28,1-7).
I puri di cuore sono indicati da un’attitudine interiore. Il cuore è centro delle scelte e degli orientamenti della vita. “Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro…” (Sal 24,3-4). Il cuore puro indica la semplicità della vita vissuta nel suo essere indirizzata al Signore, nella totalità dell’impegno e nella concretezza dell’azione: ‘tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore…’ (Dt 6,5). I puri di cuore non sono divisi, ma persone unificate interiormente.
Coloro che operano la pace sono detti beati non perché usano la forza e le armi, ma perché attuano lo ‘shalom’ che è benessere comprensivo della giustizia e della liberazione dei poveri (Sal 72,2-3.7; Is 11,1-9): far opera di pace è attuazione dell’amore del prossimo, in cui si racchiude tutta la legge e i profeti (Mt 7,12). Agli operatori di pace è promessa la comunione piena con Dio, l’essere riconosciuti come figli.
L’ultima beatitudine è rivolta a chi è perseguitato e si ricollega alla prima. Coloro che sperimentano ostilità e violenza perché fedeli al vangelo sono invitati ad una gioia paradossale nella fatica: la loro esperienza è quella medesima dei profeti. In mezzo alle persecuzioni si compie il mistero della Pasqua che è morte e resurrezione.
L’esistenza cristiana, annuncia Gesù, è un’esistenza di persone libere, che pongono la loro fiducia in Dio, vivono l’essenzialità, sono capaci di condividere perché si pongono al seguito di Lui che ha concepito la sua vita come dono. Per questo nelle beatitudini si può scorgere il profilo del volto di Gesù come uomo libero e il volto di coloro che lo seguono scegliendo le vie della testimonianza del vangelo.
Per gentile concessione di p. Alessandro – dal suo blog.
p. Alessandro Cortesi op
Sono un frate domenicano. Docente di teologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘santa Caterina da Siena’ a Firenze. Direttore del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ a Pistoia.
Socio fondatore Fondazione La Pira – Firenze.

