p. Ermes Ronchi – Commento al Vangelo di mercoledì 28 Gennaio 2026

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DIO ABBRACCIA L’IMPERFEZIONE DEL CAMPO

Il seminatore è la prima
di circa trenta parabole uscite
dall’immaginazione di Gesù
ed è l’unica che riportano
tutti e tre i Vangeli sinottici, l’unica con la spiegazione aggiunta.

Le parabole sono una meraviglia:
sono la caratteristica
della comunicazione di Gesù,
non un ripiego ma
la punta più alta e rifinita, geniale del suo linguaggio.

Prende storie di vita e
le fa diventare storie di cielo.

Ora, da quel pulpito galleggiante sul lago racconta
del Regno di Dio come
di un processo paziente
ma sicuro, che sarà
come un pane di frumento,
che era ai tempi un cibo di festa.

I poveri mangiavano
cereali minori:
miglio, farro, orzo.
Il frumento era il cibo della festa.

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Chi ascoltava Gesù sentiva
in quelle parole
una benedizione,
una profezia di abbondanza,
però anche fatica e rischi e crisi.

E tuttavia ricordiamo che
nelle parabole il punto
determinante e sorprendente
è sempre la finale:

e davano frutto.

Davano:
lo dice all’imperfetto,
come un’azione lunga,
protratta,
che continua ancora.

Una fruttificazione
che non si è più esaurita.

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Il trenta, il sessanta e
il cento per uno.

E qui ascolto queste immagini
di Gesù e vedo che
ne emerge una visione
del mondo emozionante:

la positività del mondo
e della Parola,
la fiducia di Gesù
in ciò che lui è venuto a portare
e in ciò che è il nostro terreno.

Questa nostra storia non è finita così com’è.
Deve ancora crescere.

La terra è un immenso grembo.
E anche il cuore
è un immenso grembo.

E intorno è tutto un seminare, germogliare, spuntare, crescere, granire, maturare.
Il Regno è visto come una spirale di vita crescente.

E allora quel seminatore che è Dio:
che diresti distratto o sprovveduto,
che spreca il seme.

E invece è il nostro Dio
che vuole abbracciare
l’imperfezione del campo.

Sassi, spine, trattori del gregge.
E niente é escluso.

Noi tutti siamo
da qualche parte feriti,
opachi, duri, spinosi, non finiti. Tutti!

Ma lui abbraccia
la nostra imperfezione
perché vede noi oltre noi:

ci vede
come storia incamminata,
vede primavere
nei nostri inverni
e spighe future,

contempla in noi le stelle
prima che nascano.

Noi fissiamo lo sguardo
sulle tre parti del terreno
che non producono
e abbiamo paura.

Gesù invece fissa
il suo sguardo sull’ultimo quarto,
sulla danza futura della messe.

E la danza mette in fuga la paura.

Con padre Giovanni Vannucci diciamo:
Ogni cuore è
un pugno di terra atto,
adatto, pronto a dare vita
ai tuoi semi di vita, Signore.

Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.

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