don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del giorno – 25 gennaio 2026

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Salvati nella rete della Chiesa – III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) o della Parola di Dio – Lectio divina

Lectio

Dopo la trilogia sinottica, in cui si sono susseguite in ordine le scene della predicazione del Battista, il battesimo di Gesù e le tentazioni, il racconto entra nel vivo della missione di Gesù la cui inaugurazione coincide con l’arresto di Giovanni Battista. L’evangelista pone l’accento sul dato geografico. La Giudea sembra non essere un luogo sicuro per avviare la missione. Quindi Gesù opta di tornare in Galilea, però non a Nazaret, sua patria di origine, ma a Cafarnao, villaggio di pescatori sulle rive del Lago di Tiberiade.

La scelta di Cafarnao, che potrebbe sembrare agli occhi del lettore una tattica dettata dalla prudenza, è letta dal narratore a partire dalla collocazione geografica nel territorio di Zàbulon e di Néftali richiamate a loro volta nell’oracolo profetico di Isaia che cita le due tribù inserendole in quella regione che chiama «Galilea dei pagani». Essa è abitata da un popolo avvolto nell’ombra della morte per il quale sorge una luce di speranza. Le tribù di Zabulon e di Neftali furono le prime ad essere deportate in esilio nel 732 a. C (Cf. 2Re 15,29). Le «pecore perdute della casa d’Israele» sono i primi destinatari del Vangelo.

In questa denominazione non dobbiamo vedervi necessariamente una distinzione su base raziale degli Israeliti dai pagani. In continuità con il ministro del Battista, Gesù si rivolge a coloro che vivono in un contesto pagano e che rischiano di mantenere solo formalmente l’appartenenza al popolo d’Israele ma mantenendo una condotta di vita pagana. Il Battista si era rivolto con parole dure proprio a chi si vantava di essere figlio di Abramo ma che non faceva frutti di conversione (Mt 3, 7-8). L’intento di Gesù non è di fare proselitismo ma di esortare alla conversione in modo da entrare nel regno di Dio, il vero popolo d’Israele. Nella visione dell’evangelista il vangelo di Gesù viene a illuminare chi è avvolto nelle tenebre per aprirgli la via che conduce a ricevere il regno preparato dal Padre fin dalla fondazione del mondo (Cf. Mt 25,34).

Gesù è il Vangelo di Dio, luce per tutti gli uomini. Nell’andare di Gesù in Galilea si rivela l’avvicinarsi del Regno dei cieli agli uomini. Il Regno sta ad indicare Dio quale re che esercita la sua autorità. Egli non viene per giudicare e condannare ma per salvare. Le tenebre richiamano il caos originario al quale Dio aveva posto un limite con la sua parola affinché la luce potesse trovare spazio. La citazione di Isaia parla di tenebre e di luce. I regni del mondo e la loro gloria, presentati dal demonio nell’ultima tentazione, ispirati dalla logica pagana del possesso e del potere fine a sé stesso, sono fautori di confusione e disordine. Gesù, rifiutandosi di prostrarsi davanti al demonio, rinuncia alla gloria mondana per amare il Padre offrendo a Lui la sua vita. Così egli diventa veramente il Re dell’universo; regno di giustizia e di pace.

Il regno di Dio viene a stabilire un ordine fondato sulla comunione e la solidarietà compassionevole. Giovanni Battista nella sua predicazione aveva posto l’accento sul fuoco del giudizio, quello che nella parabola del giudizio universale viene chiamato «fuoco eterno» (Mt 25,41) o «supplizio eterno» (Mt 25,46). Questa è la condizione finale di chi crede di essere giusto e dalla parte della verità e giudica gli altri negando la misericordia. Tali sono anche i falsi profeti che non producono frutti di conversione e che sono destinati ad essere gettati nel fuoco. Essi sono quelli che predicano e compiono opere nel nome del Signore ma sono operatori d’iniquità perché non hanno fatto un cammino di conversione mediante il quale prepararsi ad ascoltare e mettere in pratica la Parola di Dio (cf. Mt 7, 15-23).

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La vicinanza del Regno dei cieli, ovvero l’attualità della regalità di Dio, è una provocazione a cui si è invitati a rispondere con la conversione. L’imperativo dice il dovere, la necessità stringente a cogliere l’occasione che Dio offre. Non c’è alternativa alla salvezza offerta da Dio se non la perdizione a cui invece spinge il demonio. L’uomo si trova sempre ad un bivio in cui scegliere se credere a Dio, seguendo la sua Parola, oppure optare di lasciarsi sedurre dalla logica del maligno che fa sprofondare nell’abisso del fallimento. La Parola di Gesù è vangelo che annuncia la buona notizia del fatto che Dio regna. Questo annuncio diventa esortazione alla conversione, ovvero a scegliere la via che porta alla salvezza.

Nel racconto di Matteo segue la chiamata dei primi quattro discepoli, due coppie di fratelli, ai quali è rivolto l’invito ad andare dietro a lui. L’imperativo della conversione e della sequela coincidono. Convertirsi significa lasciare tutto per seguire Gesù. La conversione è la scelta di non anteporre nulla a Dio ma di ordinare tutto a Lui. Essere pescatore di uomini vuole dire sottrarre gli uomini dalla signoria del mondo perché essi possano partecipare alla regalità di Dio. Zabulon e Neftali sono due figli di Giacobbe a cui fu assegnato una porzione della terra promessa. Questa terra, ricevuta dalle mani di Dio, fu persa perché l’animo degli Israeliti si era pervertito, per cui quello che prima era un dono poi divenne qualcosa da possedere. L’obbedienza si trasforma in indifferenza e autoreferenzialità.

Dietro Gesù i pescatori del lago di Tiberiade diventano pescatori di uomini. Essi, che prima traevano il sostentamento dal loro lavoro, ora, seguendo Gesù, dipendono totalmente da lui. La sequela comporta l’appartenenza e la dipendenza da Gesù. Questa è la povertà di spirito dichiarata beata da Gesù perché tale condizione di vita permette il possesso e la piena appartenenza al regno di Dio.

La conversione è un cambiamento di mentalità per cui si passa dal primato del dare o fare a quello del ricevere la Parola. I fratelli sono identificati con il loro lavoro di pescatori. Invitando gli uomini a seguirlo, Gesù non promette di dare loro qualcosa ma di renderli persone nuove la cui vita non dipende da quello che ottengono con la fatica del lavoro ma dall’accogliere i fratelli che Dio dona per appartenere insieme all’unica famiglia.

Per i due fratelli, Giacomo e Giovanni, lasciare il padre e la barca comporta la rinuncia all’eredità paterna. Questo vuol dire che i discepoli che seguono Gesù interpretano la loro vita non più come accettazione di un’eredità umana ma come modo di vivere la figliolanza riferendola al Padre di Gesù che diventa anche il loro.

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La missione itinerante di Gesù in Galilea viene riassunta con tre attività: insegnare, annunciare e guarire. Egli si presenta come il Maestro che insegna la Legge occupando la cattedra di Mosè nella sinagoga, come il messaggero i cui piedi calcano la strada degli uomini per proclamare il Vangelo di Dio col quale rendere nota la presenza di Dio che viene a guarire l’uomo da ogni forma di infermità, soprattutto quella dello spirito. Dio viene per riconciliarsi con l’uomo e renderlo partecipe della sua vita. La Parola con la quale Dio crea costituisce suoi figli quelli che l’accolgono e che la fanno diventare stile di vita.

Meditatio

La luce della Parola che raduna nella comunione i dispersi

La preghiera di colletta della III Domenica del Tempo Ordinario chiede che Dio illumini il suo popolo perché, camminando nelle tenebre, possa riconoscere la luce che salva. La liturgia suppone una condizione esistenziale segnata dalla fragilità, dalla paura e dallo smarrimento, ma non la assume come destino irreversibile. Al contrario, la colletta apre uno spazio di speranza: la luce non nasce dall’uomo, ma gli viene incontro. Il cammino di fede prende avvio non da una sicurezza posseduta, ma da una visita di Dio che trasforma la notte in occasione di rivelazione.

Il profeta Isaia, nella prima lettura, colloca l’irruzione della luce in un contesto geografico e storico preciso: la Galilea delle genti, terra umiliata, segnata dall’esilio, marginale rispetto al centro religioso e politico di Gerusalemme. È significativo che la luce non sorga nel luogo della purezza cultuale, ma in una regione percepita come contaminata, esposta all’influsso pagano, attraversata da popoli diversi. Qui la Parola profetica rovescia la logica dell’esclusione: proprio dove la storia sembra aver fallito, Dio ricomincia. La luce non è premio per i giusti, ma dono per chi vive nell’ombra.

Il salmo responsoriale raccoglie questa intuizione trasformandola in preghiera fiduciosa: il Signore è luce e salvezza, rifugio sicuro contro la paura. Non è una luce astratta, ma una presenza che protegge e accompagna. Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, porta il discorso su un piano ecclesiale concreto. La luce di Cristo è messa in crisi dalle divisioni interne alla comunità. Le fazioni non sono un semplice problema organizzativo, ma una ferita teologica: dividere la Chiesa significa oscurare il volto di Cristo. Paolo richiama con forza che il Vangelo non genera appartenenze competitive, ma comunione; non crea tifoserie, ma fraternità.

In questo contesto risuona il vangelo di Matteo, che inaugura il ministero pubblico di Gesù in Galilea. L’evangelista non presenta questa scelta come una soluzione di ripiego dopo l’arresto del Battista, ma come il compimento di una promessa. Gesù non fugge, ma si colloca consapevolmente là dove la Parola di Dio aveva annunciato la luce. La citazione di Isaia non è decorativa: serve a interpretare teologicamente la geografia della missione. Dio non ha paura delle periferie; anzi, le assume come luogo privilegiato della sua manifestazione.

Il primo annuncio di Gesù è essenziale e perentorio: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». La conversione richiesta non è anzitutto un cambiamento morale, ma un mutamento di sguardo. Il Regno non è un luogo da raggiungere, ma una presenza che si avvicina. Dio non attende l’uomo alla fine del suo percorso, ma lo incontra nel suo quotidiano. La chiamata alla conversione nasce dalla prossimità di Dio, non dal timore del giudizio.

Subito dopo l’annuncio, Gesù chiama i primi discepoli mentre sono immersi nel loro lavoro ordinario. La scena è di grande sobrietà: nessun segno straordinario, nessuna argomentazione persuasiva, nessuna promessa di successo. Solo una parola: «Venite dietro a me». La sequela nasce da una relazione, non da un progetto. Il gesto dei discepoli – lasciare le reti, il padre, la barca – non è fuga dal mondo, ma ricollocazione del mondo in una prospettiva nuova. Ciò che prima serviva a garantire la sopravvivenza diventa ora spazio di missione.

I Padri della Chiesa hanno colto con finezza questo passaggio. Giovanni Crisostomo osserva che Gesù chiama pescatori non per disprezzare la sapienza, ma per mostrare che la forza del Vangelo non dipende dagli strumenti umani. Il cambiamento non avviene perché i discepoli sono capaci, ma perché sono disponibili. La prontezza della risposta non è superficialità, ma fiducia: essi si affidano a una parola che non garantisce nulla se non la presenza di Gesù.

Origene, dal canto suo, legge la chiamata come un processo dinamico: seguire Gesù significa lasciarsi progressivamente liberare da ciò che imprigiona il cuore. Le reti non sono solo strumenti di lavoro, ma simbolo di legami che, se assolutizzati, impediscono il movimento. La sequela non distrugge gli affetti, ma li purifica, inserendoli in un orizzonte più ampio.

Il cuore teologico della domenica sta nel nesso tra luce, chiamata e comunione. Gesù non chiama individui isolati, ma forma subito una comunità in cammino. La luce che sorge non illumina solo il singolo, ma crea legami nuovi. È questo il punto che Paolo difende con forza: la Chiesa non può vivere di appartenenze parziali, perché è generata da un unico Vangelo. Dove la comunione è ferita, la luce si offusca.

Emerge con chiarezza che la conversione non è un atto intimistico, ma un evento ecclesiale. Cambiare mentalità significa passare dalla logica del possesso a quella della condivisione, dalla paura dell’altro alla fraternità, dalla competizione alla corresponsabilità. Il Regno dei cieli si rende vicino ogni volta che uomini e donne accettano di camminare insieme dietro a Cristo.

La III Domenica del Tempo Ordinario consegna così una verità decisiva per la vita cristiana: la luce di Dio non isola, ma raduna. Essa non elimina la complessità della storia, ma la attraversa; non cancella le ferite, ma le trasforma in luoghi di incontro. Dove Gesù passa, nasce una comunità possibile, capace di vivere la speranza anche nelle periferie dell’esistenza.

La Parola interpella la vita

Quali sono oggi le “tenebre” che abitano la mia vita e la mia comunità, quelle zone di paura, abitudine o divisione nelle quali il Vangelo chiede di far sorgere la luce della conversione?

Quali “reti”, “barche” o sicurezze sono chiamato a lasciare per seguire Gesù con maggiore libertà, fidandomi non di ciò che possiedo o controllo, ma della sua Parola?

In che modo la mia fede contribuisce a costruire comunione – nella Chiesa, nella famiglia, nel lavoro – oppure, al contrario, rischia di alimentare divisioni, appartenenze rigide e chiusure?

Commento a cura di don Pasquale Giordano
Vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi e direttore del Centro di Spiritualità biblica a Matera

Fonte – il blog di don Pasquale “Tu hai Parole di vita eterna

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