I.
Qualche anno fa l’Università di Chicago ha condotto una ricerca sui mestieri che rendono più felici. I risultati furono sorprendenti e vennero in seguito confermati da una ricerca governativa in Gran Bretagna e da studi analoghi in altri Paesi, compresa l’Italia.
Il primo dato significativo è che ciò che rende felice un lavoratore non è il salario: nella lista non compaiono mestieri superpagati, né quelli che garantiscono fama o prestigio.
Tra i nove mestieri indicati dallo studio compaiono, partendo dal basso: ingegneri, educatori speciali, psicologi, scrittori, artisti, insegnanti, fisioterapisti, vigili del fuoco e – al primo posto – sacerdoti e religiosi consacrati.
Dalla ricerca risulta che oltre il 90% dei sacerdoti si dichiara felice del proprio lavoro (secondo altri studi si arriva al 94%). Com’è possibile trovare nella stessa lista professioni così diverse?
Secondo i ricercatori, ciò che le accomuna è il fatto di essere mestieri legati alla cura dell’altro, all’educazione, alla protezione, al dono di sé. Quando si pensa a una professione per diventare ricchi, per la propria autorealizzazione o per il proprio piacere, difficilmente si pensa alla professione che rende davvero felici.
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Un altro studio dell’Università di Harvard, che dura da decenni, mostra che anche se inizialmente molti pensano che la felicità dipenda da ricchezza e fama, col passare degli anni risultano più felici non i più ricchi, ma coloro che hanno costruito relazioni solide e significative.
Nel caso di sacerdoti e religiosi, alla donazione di sé agli altri si aggiunge la sequela di Cristo: stare con Lui, la preghiera, la meditazione quotidiana, lo studio della Parola. Tutto questo dà bellezza e senso alla loro vita.
II.
Ecco perché non ci sorprende il Vangelo di questa domenica. Alla chiamata di Gesù – «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini» – i primi discepoli subito lasciarono le reti e lo seguirono. Subito.
Cosa c’era da aspettare? Seguire Gesù e prendersi cura degli altri (“pescatori di uomini”) è ciò che di più grande si possa desiderare.
Quei pescatori erano giovani, avevano un lavoro, una casa, una fede; alcuni avevano già una famiglia. Eppure lasciarono tutto. Se fossero rimasti nella barca, oggi non conosceremmo neppure i loro nomi, come non conosciamo quello del giovane ricco che non ebbe il coraggio di seguire Gesù.
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Gesù prese la loro vita e ne fece molto di più. E dopo duemila anni siamo ancora qui a parlare di loro, e siamo cristiani anche grazie a loro. Lasciarono tutto e incontrarono molto di più: la felicità.
III.
Nella vita a volte è necessario avere il coraggio di cambiare. In realtà la nostra vita è un continuo cambiamento.
Come ricorda Sloterdijk: «Devi cambiare la tua vita». Cambiamo ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo; oggi parliamo giustamente di apprendimento lungo tutto l’arco della vita (lifelong learning).
Gesù ha cambiato la vita di quei pescatori e vuole cambiare anche la tua. Ancora oggi il Signore chiama, e se senti la sua voce, mettiti subito alla sua sequela.
Gesù ci chiama innanzitutto a stare con Lui: pregare, meditare, ascoltare e studiare la sua Parola. Non a caso oggi celebriamo la Domenica della Parola di Dio.
In secondo luogo, ci chiama a diventare “pescatori di uomini”. Anche oggi abbiamo delle reti: tra queste, una molto potente è la rete informatica.
In mezzo a tante cose inutili, un messaggio bello, una preghiera o una parola di senso possono fare una grande differenza. Non servono discorsi lunghi: basta poco.
Gesù stesso all’inizio della sua predicazione dice solo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Poche parole che dicono tutto.
Concludo con la testimonianza di Santa Paola Elisabetta Cerioli, fondatrice dell’Istituto della Sacra Famiglia. Dopo la morte dei figli e del marito, cambiò totalmente vita, abbandonò ricchezze e privilegi e si consacrò a Dio, diventando “pescatrice di uomini” donando la vita a orfani e figli di contadini.
Alcuni la giudicarono pazza. Lei rispose: “Vedete come parla il mondo e qual ne è il suo spirito? Quando si opera da pazzi si è reputati da senno: e quando si fa il bene si è stolti. Andiamo a ringraziare il Signore che ce l’ha fatto intendere… Purtroppo lo ero anch’io, schiava delle massime del mondo”.
Forse i ricercatori si sono stupiti scoprendo che i sacerdoti e i religiosi risultano tra i più felici. In realtà siamo noi a stupirci della loro meraviglia.
