Pace e bene, questa domenica lasciamoci attirare dall’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, decisi a seguirlo sulla via dell’umiltà
Nella seconda domenica del tempo ordinario Giovanni ci presenta l’identità di Gesù: egli è l’agnello che libera, il Figlio che rivela il Padre, Colui che immerge nello Spirito Santo, rinnovando la vita; Egli è il Messia che trasforma il mondo dall’interno.
Di tanta bellezza, cogliamo in particolare due aspetti legati alla testimonianza del Battista: le sue parole e il suo esempio.
In primo luogo, Giovanni, indicando Gesù ai suoi discepoli (e a noi tutti) afferma: «ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». Questa definizione rimanda a diversi sfondi biblici.
Anzitutto richiama l’agnello pasquale (cf Es 12), il cui sangue preservò gli israeliti dal passaggio dell’angelo della morte. Poi richiama la figura messianica del servo sofferente (cf Is 53,7) che, come agnello condotto al macello, porta su di sé l’iniquità di tutti.
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Infine, richiama gli agnelli che venivano quotidianamente sacrificati nel Tempio di Gerusalemme per l’espiazione. Inoltre l’agnello non ha soltanto uno sfondo sacrificale: è anche un simbolo di purezza, innocenza e mansuetudine.
Gesù, dunque, viene presentato come Colui che sacrifica la propria vita per noi; escluso, condannato e crocifisso, abbraccia tutto il peso del nostro peccato per riconciliarci con Dio. In Lui vediamo splendere la pazienza, la bontà, la benignità di Dio, che arriva a lasciarsi trafiggere pur di convincerci del suo amore, arriva a donare la sua vita pur di salvare la nostra vita, arriva nel punto più basso pur di risollevarci tutti.
In qualche modo, possiamo contemplare con gli occhi della nostra carne tanta condiscendenza durante ogni celebrazione eucaristica. Perciò il sacerdote, prima di cibarsi dell’eucaristia e distribuirla, sollevandola dice: «Ecco l’agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’agnello».
Ecco chi è il nostro Dio: colui che toglie i nostri peccati, che libera la nostra vita e ci riconcilia al Padre, Colui che arriva a sacrificarsi per noi, che arriva a farsi nostro cibo pur di sostenerci nel cammino di questa vita fino alla patria beata.
Perché queste parole non ci scivolino addosso, spazzate via dall’acqua della banalità, soffermiamoci qualche istante in meditazione e lasciamo che le parole di Giovanni risuonino nel nostro cuore: «Ecco l’agnello di Dio».
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Giovanni annuncia che Gesù è colui che «battezza nello Spirito Santo», cioè che ci immerge nella vita intima di Dio. La vita cristiana non è anzitutto impegno morale ma vita nuova nello Spirito.
Ciò che cambia profondamente il cuore è l’azione di Dio in noi, che rinnova e trasforma intenzioni, desideri, sentimenti e azioni. Si tratta di qualcosa che da soli non possiamo produrre, di un dono di grazia da accogliere e, ovviamente, a cui corrispondere con il nostro conseguente impegno nel cammino di conversione.
Ci farà bene chiederci se abbiamo consapevolezza di questo dono, se lo stiamo invocando con fiducia; o se, soprattutto davanti alle nostre fatiche nel cammino di conversione, non ci stiamo scoraggiando, riducendoci a sporadici e volontaristici sforzi che non ci portano da nessuna parte…
In secondo luogo, Giovanni non si limita a presentarci Gesù, ma lo fa facendosi da parte: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». Giovanni sa di dover diminuire perché Gesù cresca; Giovanni non porta a sé ma a Gesù, non indica sé ma Gesù.
È la libertà di chi non vive per sé ma per Dio, di chi non possiede ma vive le relazioni come dono. È un punto importante, che chiede vigilanza ed esercizio di libertà interiore.
Sappiamo bene quanto siano importanti gli affetti, e quanto sia bello ed importante vivere relazioni sane e reali nella Chiesa, nostra famiglia. Tuttavia, è sottile il pericolo di legare a noi le persone, di portarle a noi e non verso la Verità, soprattutto quando richiede di fare un passo indietro o di correggere.
Si tratta di camminare verso quella libertà propria del discepolo, di Colui che davvero ama, di Colui che non si sente proprietario ma amministratore e custode di tanta bellezza.
Tutti noi siamo chiamati ad essere come delle dita puntate verso il cielo, dei “segnaposto del totalmente Altro” che con le loro parole e azioni rivelano e indicano un Amore più grande, quell’Amore che ha conquistato la nostra vita e ci rende capaci di farne un dono.
Ciò non significa essere infallibili ma credibili.
