II Domenica dopo Natale
«Nell’assemblea dei santi ho preso dimora» (Sir 24,1-2.8-12, NV 24,1-4.12-16)
Tutti i testi (antifone, orazioni, letture bibliche) della Messa di questa domenica sono permeati da un clima di profonda gioia e da un’atmosfera di intensa luce soprannaturale: è importante che tutta l’assemblea colga la raffinatezza della scelta liturgica di tali testi, per apprezzarne e riviverne concretamente le vibrazioni spirituali, evitando di dissiparne l’intrinseca forza.
Si tratta di testi nei quali risuona davvero, da una pagina all’altra del messale e del lezionario, il canto cosmico alla gloria di Dio che si manifesta sfolgorante nell’evento dell’Incarnazione. Se ogni cristiano si lasciasse trasportare senza inibizioni dall’afflato spirituale di questi testi, vi troverebbe senz’altro un appagamento “incarnato” e non di evasione mentale a tutti i propri aneliti di trascendenza, che a volte persino i battezzati stessi ritengono di dover cercare in tecniche meditative di matrice non cristiana.
Un esempio davvero emblematico è quello della prima lettura di oggi: un meraviglioso inno alla gloria della Sapienza divina, contenuto nel libro del Siracide, testo sapienziale dell’Antico Testamento che abbiamo già incontrato nella festa della Santa Famiglia.
Se la Sapienza è un attributo dell’unico vero Dio, che si è manifestata in modo più evidente nell’opera della creazione dell’universo, con il suo progetto così grandioso, con le sue armonie e le sue architetture così perfette, essa è anche un dono divino agli uomini, ad essi in parte accessibile, comprensibile e comunicabile. Dio infatti, nella sua immensa benignità, ha voluto che gli abissi misteriosi e imperscrutabili della propria Sapienza fossero parzialmente svelati al cuore del credente che lo cerca con sincerità e fede.
Ma l’elemento più sorprendente del progetto del Creatore è la sua imprevedibile volontà di mettere ancor più saldamente in contatto la propria Sapienza con la vita degli uomini, mediante il suo invio a discendere in terra: è la svolta dell’Incarnazione.
In questo brano, la Sapienza è personificata in modo così evidente da costituire una tappa notevolmente avanzata delle intuizioni trinitarie riconoscibili nell’Antico Testamento. Essa, nel contesto di un’assemblea celeste popolata da schiere angeliche, dialoga col «Creatore dell’universo» (Sir 24,8),
«l’Altissimo» (Sir 24,2), parlandogli faccia a faccia, e presenta se stessa come esistente «prima dei secoli, fin dal principio» (Sir 24,9), generata da Dio stesso ed eternamente immortale.
Si inizia a delineare in questi versetti il profilo del Figlio di Dio, Sapienza del Padre, suo Logos eterno, che viene inviato a incarnarsi per condividere le sorti dell’umanità. Il Creatore invita la Sapienza a fissare «la tenda in Giacobbe» (Sir 24,8), una «tenda santa davanti a Lui» (Sir 24,10).
Così, ella scende ad abitare dalla celeste «assemblea dell’Altissimo» (Sir 24,2) a una speculare
«assemblea dei santi» (Sir 24,12), geograficamente ben individuabile in Israele, a Gerusalemme, «città che Egli ama» (Sir 24,11): l’Incarnazione avviene infatti secondo una precisa scelta divina di ambientazione storica, con le sue coordinate temporali e spaziali, che la rende evento singolare, sperimentabile dalla comunità degli uomini, da commemorare in modo perenne.
«Santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (Ef 1,3-6.15-18)
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Dopo l’inno sapienziale della prima lettura, la Liturgia della Parola di oggi inserisce un’altra pagina carica di lirismo: nella seconda lettura ascoltiamo infatti una strofa dell’inno cristologico che apre la lettera paolina ai cristiani di Efeso.
Insieme a quella ai Filippesi e quella ai Colossesi, questa epistola appartiene al gruppo delle cosiddette “lettere dalla prigionia”, che fanno riferimento all’esperienza dell’apostolo costretto in catene, a causa la sua attività di predicatore del Vangelo di Cristo, e che in tutti e tre i casi contengono appunto un inno dedicato al Salvatore.
La bellezza di questo inno si sprigiona soprattutto nel suo mettere in evidenza l’elevatissima dignità alla quale siamo chiamati da Dio per mezzo del suo Figlio: la sua Incarnazione, e poi la Redenzione compiuta col salvifico Mistero Pasquale, hanno inaugurato per gli uomini la possibilità di un rapporto con Dio totalmente inedito nella storia umana e impensabile per qualsiasi religione del mondo.
In Cristo gli uomini sono eletti infatti a stringere un legame col Creatore più intimo di qualunque altra dipendenza creaturale: essi divengono «figli adottivi» (Ef 1,5) di Dio, figli nel Figlio, «partecipi della natura divina» (2Pt 1,4), «concorporei e consanguinei» di Cristo, come affermava San Cirillo di Gerusalemme. Si tratta di un livello di profondità non soltanto mistica ma globalmente esistenziale, che nessun atteggiamento religioso umano avrebbe mai potuto immaginare autonomamente: una vera e propria figliolanza divina.
Questo è lo stupendo «disegno d’amore della sua volontà» (Ef 1,6): come nella prima lettura la Sapienza divina dichiarava la propria preesistenza eterna, la teologia paolina si spinge a parlare per noi di una “predestinazione” in virtù della quale siamo stati pensati da Dio «prima della creazione del mondo», quasi riflessi anticipatamente nel volto del Figlio suo.
Tale elezione comporta però la definizione di un connotato autentico per verificare i «predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29): il Padre ci ha scelti mediante Gesù Cristo, infatti, specificamente «per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (Ef 1,4). L’amore, la santità nella carità, è e sarà sempre il segno inconfondibile della reale somiglianza col Figlio di Dio, e della vita da veri figli in Lui.
La seconda lettura termina con la confidenza proveniente dal cuore di Paolo: il contenuto di una sua preghiera cordiale elevata al «Padre della gloria» (Ef 1,17), affinché conceda a tutti «uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di Lui» (Ef 1,17) e ci illumini per comprendere a quale speranza ci ha chiamati (Ef 1,18) grazie alla fede in Cristo Gesù: un prezioso «tesoro di gloria» (Ef 1,18).
«Venne fra i suoi» (Gv 1,1-18)
In questa domenica, ormai vicina alla conclusione del tempo natalizio, la Liturgia della Parola ripropone il Vangelo del giorno di Natale, per verificarne l’avvenuta assimilazione nel cuore del popolo di Dio durante questi giorni vissuti nella gioiosa celebrazione del mistero dell’Incarnazione: il Prologo del Vangelo secondo Giovanni ingloba e abbraccia tutto il percorso spirituale compiuto nel Tempo di Natale, descrivendo la realizzazione delle attese dell’Avvento e coronando le speranze del mondo nella venuta del Messia.
La costruzione narrativa del Prologo gioca su un’alternanza e un accostamento per contrasto di due forze: la luce e le tenebre («la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta», Gv 1,5). Dopo aver richiamato l’attenzione sulla grande opera divina della creazione (cfr. Gv 1,3.10), la cui attività iniziale è stata proprio la distinzione della luce dalle tenebre (cfr. Gen 1,2-5), il Prologo contempla la venuta del Figlio di Dio nel mondo.
Una nota drammatica inserisce un motivo di tensione nella maestosità generale del discorso: il tema del mancato riconoscimento e della conseguente mancata accoglienza di Cristo da parte del suo popolo. Nonostante infatti la natura stessa del Verbo sprigioni intrinsecamente uno splendore veramente a vantaggio e a servizio dell’umanità («In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini», Gv 1,4), la libertà umana, offuscata dall’ombra di tenebre che tentano di coprire la verità come un velo, può esercitare la facoltà di rifiutare la vita stessa.
Non si tratta soltanto di una incomunicabilità tra le profondità abissali della verità divina e i limiti naturali delle capacità di comprensione tipici della mente umana («Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto», Gv 1,10), che l’apostolo Paolo giudicherà in ogni caso ingiustificabili e inescusabili, per l’evidenza di alcune prove conoscibili di Dio (cfr. Rm 1,19-23).
Si tratta di una ancor più dolorosa impermeabilità alla visita divina compiuta dal Figlio incarnato, che a molti preclude la fede in Lui, perché non riconoscono la sua vicinanza a noi e la nostra appartenenza a Lui: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11).
La componente della luce divina che sorge vittoriosa sul buio, simbolo del male, è tipica delle celebrazioni natalizie: persino la loro collocazione nel calendario liturgico, così prossima al solstizio d’inverno, contribuisce a favorire una sensazione integrale di questo aspetto. Il Natale viene così teologicamente interpretato come una luminosa emanazione universale degli effetti dell’Incarnazione:
«Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).
In questa domenica posta tra l’Ottava di Natale e la festa del Battesimo di Gesù, questa pagina del Vangelo assume anche una colorazione specifica, introducendo utilmente il lettore anche alla presentazione della figura del precursore di Cristo, Giovanni il Battista: «Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni» (Gv 1,6).
Veniamo così gradualmente accompagnati dalla meditazione della Natività e dell’Infanzia del Signore fino alla sua Epifania da adulto, che inaugurerà la sua attività pubblica appunto a partire dall’evento emblematico del Battesimo ricevuto da Giovanni.
Nel Prologo del Quarto Vangelo, anche il profilo del Battista viene tracciato per mezzo della dicotomia fra la luce e le tenebre, e il suo ruolo interpretato come quello di un testimone luminoso che riflette una luce di cui, beninteso, egli non è la fonte: «Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce» (Gv 1,7-8).
La funzione del Battista, del tutto singolare eppur sempre relativa e subordinata a quella di Cristo, viene ancora meglio definita qualche versetto dopo, ricorrendo a un presente storico che sancisce la definitività di quanto affermato: «Giovanni gli dà testimonianza e proclama: “Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me» (Gv 1,15).
Commento al Vangelo tratto dal sussidio CEI Avvento/Natale 2025, scarica il file PDF completo.
