Zaccaria prega. Da anni. Forse da una vita.
Ma ormai quella preghiera non ci crede più nemmeno lui.
È nel Tempio, nel luogo sacro, compie il rito giusto, dice le parole giuste. Eppure quando Dio finalmente risponde… Zaccaria non è pronto.
L’angelo gli dice: «La tua preghiera è stata esaudita». Non: “Dio ha deciso ora”, ma “la tua preghiera”. Quella che credevi archiviata. Quella che avevi smesso di aspettare.
E qui sta lo scandalo: Dio ascolta anche le preghiere che noi non aspettiamo più.
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Noi smettiamo di sperare, Lui no.
Noi ci adattiamo alla sterilità, Lui continua a generare vita.
Zaccaria non è punito perché dubita, ma perché la sua fede è diventata abitudine. Ha imparato a vivere bene anche senza che Dio faccia davvero irruzione. E quando Dio lo fa… resta muto.
Chi non osa più sperare, perde la parola.
Quante volte preghiamo così anche noi: fedeli, corretti, ma interiormente rassegnati. Abbiamo fatto pace con ciò che non cambierà più.
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E Dio invece no.
Dio non si rassegna alla nostra rassegnazione.
Il silenzio di Zaccaria non è una condanna, è una gestazione. Nel silenzio impara che Dio non è prevedibile, che la promessa non ha scadenza, che la speranza non dipende dall’età, dalle possibilità, dai numeri.
Quando tornerà a parlare, nascerà Giovanni.
Perché prima deve nascere la fiducia.
Questo Vangelo ci provoca:
credi davvero che Dio ascolti la tua preghiera, o la reciti solo per non sentire il vuoto?
Forse ciò che aspetti non è morto. Forse sei tu che hai smesso di aspettarlo.
Ma Dio no.
A cura di Sr Palmarita Guida della Fraternità Vincenziana Tiberiade
