Commento al Vangelo del 30 Novembre 2025 – Sussidio Avvento CEI

Domenica 1 Dicembre 2024 I DOMENICA DI AVVENTO - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Lc 21,25-28.34-36

Data:

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Lo stile delle domeniche di Avvento è più sobrio rispetto all’ordinario e alla festa. Si dia rilevanza nella liturgia di questo cambiamento. Il cambiamento è da intendersi come un nuovo inizio, un nuovo cammino da intraprendere.

Brano del Vangelo: Mt 24,37-44

Vegliate, per essere pronti al suo arrivo.
Dal Vangelo secondo Matteo
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Parola del Signore.

Le genti in cammino verso Sion

La Liturgia della Parola, in questa prima domenica d’Avvento, ci chiama, innanzitutto attraverso il profeta Isaia, a vivere un incontro. Il testo della prima lettura, infatti, è pieno di movimento, tutto finalizzato a ritrovarsi insieme nello stesso luogo. Al centro della scena c’è un monte che spicca per la sua altezza, ben superiore agli altri rilievi che lo circondano: è più alto perché dev’essere ben visibile, in modo tale da poter essere raggiunto da tutti senza sbagliare. La traduzione italiana dice giustamente «affluiranno», perché il verbo ebraico usato è composto dalle stesse lettere della parola

«fiume» ed è proprio questa l’immagine che si vuole evocare. Siamo di fronte ad una fiumana di persone che salgono al monte su cui si trova il tempio del Signore. È uno strano fiume che, invece di scendere a valle, procede deciso in salita, verso una meta desiderata.

Se ci domandassimo: «Chi sono queste persone che salgono?», dovremmo rispondere con il profeta: «Tutte le genti»! Il primo messaggio che Isaia ci consegna è dunque il fatto che il pellegrinaggio verso Dio, questo andare verso di Lui, non è riservato ad alcuni, ma è aperto a tutti. Non ci sono categorie di privilegiati, né ci sono classi di esclusi. Vanno tutti quelli che lo vogliono, a qualsiasi popolo appartengano, direbbe Pietro, senza alcuna distinzione (cfr. At 10,34-35).

Colpisce profondamente il modo in cui vengono ritratte le genti, in cammino con entusiasmo, addirittura incoraggiandosi a vicenda: «Venite, saliamo…». Non è necessario fare alcun tipo di proclama o ricorrere a particolari forme di proselitismo perché i popoli stessi si chiamano e si spronano ad intraprendere il pellegrinaggio verso Sion. In fondo, è ovvio che sia così, perché quando si coglie la bontà di qualcosa, vi si aderisce senza sentire nessuna costrizione e, anzi, con un moto spontaneo e gioioso.

Lo scopo di un simile movimento è indicato in maniera chiarissima: per ricevere un insegnamento da parte del Signore. Il v. 3 utilizza due volte la radice yrh, prima come verbo («perché ci istruisca/ci insegni») e poi come sostantivo (si parla infatti della torah in maniera esplicita). Nella nostra traduzione il termine è reso con «legge» («da Sion uscirà la legge»). La traduzione è corretta, ma non dobbiamo dimenticare che la torah è anche molto di più! È legge, ma nello stesso tempo, essa è insegnamento, istruzione, direttiva per la vita. Se, infatti, pensiamo alla Torah, in quanto raccolta di libri che va da Genesi a Deuteronomio, vediamo che è piena di racconti meravigliosi che ci fanno crescere, ci istruiscono, ci dicono chi siamo, da dove veniamo, qual è il progetto bello di Dio per l’umanità che Egli ama. Le genti salgono verso il monte e da lì esce questo insegnamento prezioso, come una sorgente d’acqua fresca, che rinnova la vita di chi lo riceve e lo attua.

Sì, perché una volta accolto, esso non viene “sotterrato” o “dimenticato” ma si parla del camminare concretamente «Per i suoi sentieri» (v. 3). L’insegnamento di Dio apre una strada che ciascuno è chiamato a percorrere personalmente e il cui punto d’arrivo è una grande pace. Chi riceve la Parola del Signore e la costituisce norma per la sua vita, riconosce che il vero giudice è il Signore e che non ci sono motivi seri per contendere con gli altri. Perché dovremmo farci la guerra se tutto è a nostra disposizione,

se tutto è un dono offerto alla nostra vita e il Signore è un arbitro onesto nelle nostre piccole o grandi contese? Possiamo deporre le armi e camminare nella luce di quell’insegnamento che ci trasforma. Il v. 5 chiude dunque con questo invito: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore». La Scrittura ci mette continuamente in movimento: si vive un incontro non per rimanere “fermi” sul monte in eterno (cfr. Lc 9,33) ma per ripartire e stare nelle pieghe della storia con una luce nuova.

Lo splendore della vita cristiana

La seconda lettura (Rm 13,11-14) raccoglie l’immagine della luce e la rilancia offrendo ai cristiani di ogni tempo una prospettiva fondamentale sulla propria vita: «La notte è avanzata, il giorno è vicino». Se, con Is 2,2, potevamo ancora pensare che «la fine dei giorni» fosse lontana o non facile da individuare, adesso Paolo ci mette invece in una prospettiva di “urgenza”: non abbiamo tempo da perdere perché l’incontro con il Signore è imminente e chiede di essere preparato con opere adeguate, non quelle che si addicono alle tenebre, ma quelle che sono proprie di chi cammina nella luce, rivestito di Cristo stesso. La vita cristiana appare così in tutto il suo splendore!

La fine e il fine

Infine, il Vangelo di questa prima domenica dell’Anno liturgico (Mt 24,37-44) ci invita a mettere bene a fuoco l’incontro ultimo, definitivo, quello che attende ogni uomo alla fine della propria vita. Potremmo dire che, per ben cominciare, si deve aver presente la fine, perché essa è “il fine” a cui siamo chiamati a tendere. L’immagine d’apertura va a recuperare la vicenda di Noè (Gen 6,5 – 9,17), mettendo in risalto la grande differenza tra quest’uomo e i suoi contemporanei. Mentre infatti Noè comprende il senso del momento che è chiamato a vivere e opera di conseguenza con saggezza e lungimiranza, costruendo un’arca che, agli occhi del mondo, appare del tutto fuori luogo, gli altri procedono nella normalità della loro esistenza senza alcuna consapevolezza del dramma che sta per abbattersi su di loro con il diluvio. Il rischio, ci dice Matteo, è quello di vivere una vita in cui si perde di vista l’orizzonte, la prospettiva e ci si accontenta di ciò che riempie le nostre giornate a livello puramente orizzontale: mangiare, bere e vivere gli affetti. Non sono cose sbagliate, tutt’altro! Ma non possono nemmeno essere il tutto di una vita credente! Mi colpivano le parole di uno storico che riflettendo sulla storia di Israele arriva a dire: «Il compito della teologia, che nessuno può toglierle, è quello di ricordarci continuamente che il mondo, che è tutto ciò che accade, non è tutto» (KNAUF, E.A., Geschichte Israels und Judas im Altertum, Berlin 2021, 6).

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In questa prospettiva, dunque, il Vangelo ci invita ad assumere la postura interiore di Noè, in attesa della venuta del Figlio dell’uomo. In quel momento, avrà luogo una scelta radicale per cui qualcuno sarà preso (e quindi salvato) e qualcuno, al contrario, sarà lasciato. Potremmo pensare che la decisione, sulla nostra vita, avvenga in quell’istante, ma il testo vuole dire esattamente il contrario, cioè che nel presente, nel nostro lavoro quotidiano (il campo o la mola) si decide l’esito della nostra esistenza. Allora, non si tratterà affatto di vivere con angoscia, con paura, schiacciati dalla prospettiva di un simile incontro, ma con la gioia di chi attende qualcuno di caro che viene a trovarlo (un amico? lo sposo?) e, per questo, prepara se stesso e dispone ogni cosa, cura ogni dettaglio proprio lì dove si trova, facendo ciò che è chiamato a fare. L’attesa di Lui ci rende attenti e vigilanti, capaci di gustare appieno ogni momento, senza perdere nessuna occasione per fare il bene. Per chi vive così, non c’è timore di essere derubato da un ladro che giunge all’improvviso, perché nessun ladro potrebbe scassinare la casa di chi veglia e, forse, anche perché il suo tesoro è di una tipologia tale per cui non potrà essere portato via in nessun caso (Mt 6,20).

Il testo chiude così: «Tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (v. 44). È interessante questo finale con un verbo al presente. Se il testo, da un lato, ci chiama ad essere protesi verso ciò che dovrà accadere (in futuro) e di cui non possiamo determinare con precisione il momento, dall’altro ci invita a riconoscere che il Signore viene già adesso. Il Signore verrà, dunque, nello stesso modo in cui è già venuto e continua a venire, con il desiderio di donarsi a noi e di offrirci la sua stessa vita.

La prima di domenica di Avvento ci colloca dunque nella prospettiva di fondo tipica di questo tempo: attendiamo Qualcuno che è venuto, viene e ancora verrà. Non temiamo la sua venuta perché conosciamo il suo stile (all’insegna dell’amore e del dono), ma ci attiviamo per essere pronti all’incontro.

Commento al Vangelo tratto dal sussidio CEI Avvento/Natale 2025, scarica il file PDF completo.

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