Il Vangelo di questa domenica prosegue, nel vangelo di Giovanni, lโepisodio delle nozze di Cana, racconto simbolico che ci ricorda come ciรฒ che chiamiamo Dio non abiti nei cieli, ma lร dove lโuomo si lascia amare e ama: รจ lรฌ che comincia la festa.
Ora, immediatamente dopo โla festaโ, Giovanni ci conduce nel luogo della religione, dove si respira potere, performance, frustrazione e in ultima analisi, tristezza. Da una parte la fede โ partecipazione senza prestazione alla vita divina che ci attraversa โ dallโaltra la fatica del merito e del mercato. Sono le due possibilitร di vivere la propria vita da credenti. A noi la scelta.
Nella storia, salvo rare eccezioni, ha prevalso un mondo โreligiosoโ che ha scelto il controllo invece della fiducia, la dottrina al posto della vita, la fatica di conquistare il cielo attraverso meriti e sacrifici, dimenticando che quel cielo ci abitava da sempre. Ma non lo si รจ voluto credere, perchรฉ troppo bello per sembrare vero. In fin dei conti โ lo sappiamo โ la religione รจ sempre amministrazione del divino: รจ lei ad attestare chi puรฒ entrare, chi ne รจ escluso, quali norme osservare per meritare il favore di un dio.
Ma Gesรน รจ rimasto a Cana, alla festa, ossia in quella postura umana chiamata fede per cui lโimperativo รจ dono: non ciรฒ che lโuomo deve ad un dio, ma ciรฒ che lโAmore desidera donargli. Per questo non puรฒ accettare il tempio trasformato in luogo di commercio, dove tutto si risolve nel becero do-ut-des, io essere umano do qualcosa a te dio altissimo affinchรฉ tu possa ricambiarmi in salute, sicurezza e protezione. Per questo Gesรน ha distrutto โ in maniera definitiva sulla croce โ lโimmagine del dio commerciante, convinto comโera che quella fosse la vera idolatria religiosa da sconfiggere.
Giovanni colloca questo gesto in prossimitร della Pasqua โ โdei Giudeiโ, precisa โ quasi a dire: questa รจ ancora una pasqua imperfetta, una liberazione solo rituale. Migliaia in quei giorni salivano al tempio portando agnelli, denaro, e compiendo sacrifici. Un culto che odorava di sangue e fatica. La Pasqua autentica si sarebbe compiuta da lรฌ a poco: sul legno della croce si aprirร la nuova geografia del divino: non piรน verso lโalto, ma verso lโinterno.
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Da allora, la dimora di Dio รจ lโuomo vivente, come intuiva Ireneo; anzi potremmo dire โDioโ non รจ altro che la profonditร stessa della vita che si dona, il cuore pulsante di ogni essere che ama. ร qui la vera liberazione: non dal peccato morale, ma dalla paura di non essere amabili.
ร bello costatare come il Vangelo di Giovanni non inizi con un dogma, ma con una demolizione: quella del falso dio.
Solo chi lascia cadere il dio del dovere potrร incontrare il Dio dellโessere. Solo chi smette di trattare con il Cielo come con un commerciante potrร accorgersi che il Cielo รจ giร dentro di sรฉ, come un respiro che non chiede nulla, se non di essere accolto.
E allora, forse, comprendiamo che la fede non รจ un atto religioso, ma semplicemente un atto umano.
Non si tratta di credere in dio, ma di credere come Dio: con la stessa fiducia, la stessa gratuitร , la stessa capacitร di amare senza misura. Questo รจ il vero tempio, questo il vino nuovo che continua a colmare le anfore del mondo, e fare di ogni quotidiano una Cana dove si vive la festa.
Per gentile concessione di don Paolo Scquizzato.
FONTE – CANALE YOUTUBE – FACEBOOK
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