don Giovanni Berti (don Gioba) – Commento al Vangelo del 26 Ottobre 2025

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Chi merita Dio?

Per comprendere meglio la parabola di Gesù, proviamo a fare il “gioco” di entrarci dentro, diventando parte della scena, immaginando che si svolga nella chiesa della nostra parrocchia.

la preghiera del fariseo

Durante la Messa domenicale, al momento della Comunione, si mettono in fila anche il fariseo e il pubblicano. Tutti li conoscono bene.

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Cosa penserà la gente lungo la fila o tra i banchi? Chi dei due ha più merito di ricevere il Pane Eucaristico? Chi, invece, dovrebbe restare seduto?

Dalle parole di Gesù e dal commento finale, sembrerebbe che sia il pubblicano ad avere maggior merito di ricevere la Comunione, mentre il fariseo sarebbe da guardare con sospetto, e forse farebbe meglio a restare al suo posto, meditando sul proprio comportamento.

Come sempre, Gesù provoca gli ascoltatori del suo tempo. Anche l’evangelista Luca, nel riportare questa parabola, vuole correggere pensieri e atteggiamenti che, invece di avvicinare al Vangelo, dividono la sua comunità.

Ascoltando bene la preghiera del fariseo, constatiamo che è davvero un uomo retto, persino esemplare. Il suo pregare in piedi è conforme all’uso del Tempio. Le sue parole mostrano una condotta impeccabile: è onesto, non ruba, è fedele alla moglie e alla famiglia. Nel digiuno e nelle offerte fa più del richiesto: dona sempre la decima parte dei raccolti, sostenendo i poveri. Se tutti fossero come lui, la società sarebbe più giusta e sicura.

Se qualcuno merita la Comunione, sembrerebbe proprio lui.

Il pubblicano, invece, non merita nulla. Tutti sanno che gli esattori collaborano con i Romani, prendendo più del dovuto. E nella sua preghiera non c’è segno di ravvedimento o di volontà di cambiare. Non è pronto a ricevere la Comunione, come molti che restano tra i banchi perché si sentono indegni: divorziati risposati, conviventi, chi viene a Messa “ogni tanto”, chi non si confessa da anni… e forse anche tanti di noi, che rinunciamo alla Comunione per un dubbio, senza neppure capirne bene il motivo.

Ma Gesù, che è venuto a portare “il fuoco sulla terra”, ci spiazza: indica che il primo nella fila dovrebbe essere proprio il pubblicano. Non perché lo meriti, ma perché ne ha bisogno.

Il vero problema del fariseo non è la sua rettitudine, ma la distanza che mette tra sé e l’altro. Il suo giudizio di superiorità rivela che non sente il bisogno di Dio: fa tutto da solo.

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Per questo Gesù dice che “non tornò giustificato”: cioè non lasciò spazio a Dio per amare, perdonare, soccorrere e consolare. Trasforma Dio in un contabile di buone azioni, un distributore di premi per i migliori. Ma questo non è l’identità di Dio Padre di misericordia rivelata da Gesù.

Il fariseo è un esempio di buone opere, ma un pessimo testimone di misericordia, un cattivo missionario del volto di Dio. Non che non possa fare la Comunione, ma dalle sue parole sembra non averne bisogno: è già “pieno di sé”.

Il nostro errore, guardando il fariseo e il pubblicano, è confondere il significato della Comunione. Non è mai un premio, ma un dono. La presenza di Gesù nella Messa, dalla Parola al Pane, non è un trofeo, ma una medicina. E chi è più fragile ne ha più bisogno.

Il pubblicano, che prega in fondo alla chiesa con poche parole e nessun merito, compie l’unico gesto necessario per ricevere la Comunione: è lì. Si affaccia, anche solo un istante, alla presenza di Dio e della comunità. Non offre nulla, se non il suo bisogno. Ed è qui che si manifesta la grandezza della misericordia di Dio, che accoglie e salva.

Uscendo dal “gioco”, scopriamo che il fariseo e il pubblicano vivono entrambi dentro di noi.

Tutti abbiamo qualcosa di buono da offrire, ma anche vuoti, incoerenze e peccati. Tutti abbiamo bisogno di Dio.

Gesù ci invita solo a riconoscerlo, dimenticando giudizi e separazioni.

Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)