- Pubblicità -

don Andrea Vena – Commento al Vangelo di domenica 26 Ottobre 2025

In queste ultime domeniche siamo stati invitati a sintonizzarci col cuore stesso di Dio, che è Misericordia (XXIV-XXVI  domenica). A questo paradosso che ci coglie sempre impreparati, sono seguite due domeniche dedicate al tema  della fede (XXVII-XXVIII domenica), senza la quale difficilmente si può comprendere l’agire di Dio. E quindi il tema della  preghiera (XXIX e oggi), esperienza di amicizia a tu per Tu con l’Amico Dio, a tu per Tu con l’Infinito a cui posso abbandonarmi.

La lectio continua dopo il video.

- Pubblicità -

https://youtu.be/d989e_lT0WY

Una triade che bene esprime le colonne portanti che dovrebbero contraddistinguere ogni discepolo  di Gesù. Non basta però dire di essere misericordiosi, di aver fede o di pregare…se poi non riempiamo di contenuto  queste parole.  

L’odierno testo del vangelo viene preceduto dalla prima lettura tratta dal libro del Siracide: “Il Signore…per lui non  c’è preferenza di persone… Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova… La preghiera del povero attraversa le  nubi”. E nel salmo, preghiera di risposta alla prima lettura, l’autore così si esprime: “Il Signore è vicino a chi ha il  cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti… non sarà condannato chi in lui si rifugia”.  

Con questa chiave di lettura, entriamo così nel testo del vangelo.  

“Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano  gli altri”. Domenica scorsa è stato introdotto il tema sulla necessità di pregare sempre (Lc 18,1-8). Oggi, ripartendo  dallo stesso punto in cui ci siamo interrotti domenica scorsa, il Signore aggiunge che non basta “pregare sempre”  se poi interiormente coltiviamo sentimenti sbagliati: “Disse questa parabola per alcuni che avevano l’intima presun 

zione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Se non c’è un atteggiamento corretto a nulla vale la preghiera che  diventa ostentazione della propria presunzione! “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro  pubblicano. 

Il fariseo sta in piedi, nella posizione di chi è sicuro di sé, e in una sorta di monologo elenca con sicurezza le sue  bravure: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come que sto pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Sono parole in  cui si cela uno stravolgimento della preghiera, il suo sguardo è rivolto a se stesso, non a Dio. Il fariseo sostituisce il  suo «io» a «Dio» e rende grazie non per ciò che Dio, nel suo amore fedele, ha fatto per lui, ma per ciò che lui stesso  ha compiuto per Dio! È come se si guardasse allo specchio auto celebrandosi: “digiuna…paga le decime/le offerte…”. 

Diverso è lo sguardo del pubblicano: non osa alzare gli occhi verso Dio, vede se stesso nella propria verità di peccatore, si batte il petto: “Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo,  ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.Possiamo dire che prova lo stesso sentimento  di Pietro di fronte alla santità di Gesù: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore!» (Lc 5,8). A suggerirci che  l’autentico incontro con Dio e con Gesù Cristo coincide con lo svelamento all’uomo del proprio essere peccatore, ed ecco perché la preghiera: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” è quella che meglio esprime la nostra condizione:  siamo chiamati a riconoscere le nostre cadute e ad accettare che Dio le ricopra con la sua inesauribile misericordia,  l’unica cosa veramente necessaria nella nostra vita… 

Gesù concluderà dicendo che solo il pubblicano tornerà a casa giustificato. Io vi dico: questi, a differenza dell’al tro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. La preghiera, insegna oggi Gesù, non è un parlarsi addosso, un riconoscere quante cose di buono ho fatto, ma un  guardare al Signore e riconoscere quanto Lui di buono ha fatto per me! Si tratta di lasciarsi sedurre dallo sguardo  del Signore, il solo capace di cambiare il cuore e quindi la vita. Solo chi ha «il cuore spezzato» (Sal 51,11) perché  consapevole di essere stato “guardato con misericordia”, può rivolgere a Dio «la preghiera dell’umile che penetra le  nubi» (Sir 35,17, prima lettura).  

- Pubblicità -

Recuperando la “triade” con la quale abbiamo iniziato la nostra riflessione, l’esperienza della fede è proprio quella  di sapere di aver bisogno dell’amicizia con il Signore, di sentire il bisogno di averLo al proprio fianco, di poter stare e dialogare con lui (preghiera) sapendo di essere accolti e capiti non per ciò che si vuol mostrare, ma per ciò che si  è, perché Dio è Misericordia.

Per gentile concessione di don Andrea Vena. Canale YouTube.