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don Walter Magni, Commento al Vangelo del 14 Settembre 2025

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

Fratelli, sorelle,  

celebriamo in questa domenica, 14 settembre 2025, la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. E si  dice proprio festa. Dove le nostre liturgie esultano ed esaltano proprio lo strumento di morte di Gesù  nazareno. Come coincidessero le due facce dello stesso evento: croce e gloria, tenebre e luce, morte  e vita, pianto e gioia. Festa improbabile per noi, che più volentieri facciamo festa per divertirci, senza  addentrarci nel mistero del Crocifisso che ci sta davanti, a braccia spalancate.  

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“Dio ha tanto amato il mondo” 

E tutto questo perché “Dio ha tanto amato il mondo”. La croce in Gesù segna così la congiunzione  ultima di Dio col mondo. È il cuore ardente, la sintesi della nostra fede. Dove ci è dato di comprendere  che “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato  il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). Cioè, “noi amiamo perché  egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,19). Noi siamo cristiani, Lo seguiamo, perché ci ha amati “per  primo”.

E questo solo ci permette di rispondere al Suo appello, anche solo ripetendo con Simon  Pietro: “Signore tu lo sai che ti voglio bene” (Gv 21,15). Perché la più grande eresia dei cristiani è  l’indifferenza, il contrario dell’amore. E tutto sta nel lasciarsi coinvolgere da Lui. Come S. Agostino  che scriveva “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di  me e io fuori. Lì ti cercavo”. E il Suo è un amare semplicemente tanto: “Dio ha tanto amato il  mondo”.

Come il sentire proprio di chi si innamora. Come quella donna innominata del Vangelo che  decide di lavare i piedi a Gesù, stando nella casa di Simone il Fariseo. Che Gesù riconosce senza  indugio: “le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si  perdona poco, ama poco” (Lc 7,47). E così, ogni volta che qualcuno in questo mondo osa amare  tanto, oltre la sua misura e il suo calcolo, altro non farà che replicare un’azione che Gesù stesso ha  esaltato, chiedendoci di non dimenticare.  

“Da dare il Suo Figlio unigenito”.  

E Dio ci ha amati sino a “dare il suo Figlio”. Perché di dare si tratta. E il nostro Dio è pienamente  Se stesso perché si dona! E amare come fa Dio non è certo un’emozione, perché ci si regala senza  calcoli, senza pretendere un ritorno. E proprio qui la nostra intelligenza s’arresta. E vorrebbe resistere,  appellarsi al buon senso, davanti a un gesto così disarmato e disarmante, se mai dovessi accettare di lasciarmi coinvolgere!

Come nota Paolo nella Ia ai Corinzi: “La parola della croce infatti è stoltezza  per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio (…). Poiché  infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è  piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. (…) noi invece annunciamo  Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati,  sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” (1,18-25).

Al punto che anche Gesù,  come ricorda oggi la Lettera ai Filippesi, “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a  una morte di croce”. E a queste parole di Paolo fa seguito anche la Lettera agli Ebrei quando di Gesù  afferma: “nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime,  a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti  coloro che gli obbediscono” (5,7-9).  

“Perché chiunque creda in lui non vada perduto” 

E tutto questo darsi di Dio al mondo degli uomini comporta un disegno: la strategia della nostra  salvezza. Dio ci ha tanto amato nel Figlio Gesù, “perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma  abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma  perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Dio desidera un mondo salvato.

E ogni volta che  temiamo condanne per noi stessi, in forza delle ombre che ci portiamo dentro, siamo come quei pagani  che nulla hanno capito del mistero del Crocifisso; così come ogni volta che siamo noi a lanciare  condanne, siamo noi che diventiamo pagani, distanti da Lui. Noi infatti apparteniamo, stando al Suo  desiderio più intimo e profondo, a un mondo già salvato.

Dove salvare significa conservare: perché  nulla andrà perduto al Suo sguardo, al Suo cuore assetato anche solo di qualche nostro gemito. Nessun  gesto d’amore, nessun tentativo di perdono, di misericordia, andrà mai perduto. Neppure il più piccolo  filo d’erba. Perché anche tutta la creazione geme nelle doglie della salvezza (Rm 8,22).

E di questo  infinito ripiegarsi di Dio sul mondo, che nel Crocifisso trova compimento, Simone Weil ci ha lasciato  un’immagine suggestiva: “Dio e l’umanità sono come due amanti che hanno sbagliato il luogo  dell’appuntamento. Tutti e due arrivano in anticipo sull’ora fissata, ma in due luoghi diversi. E  aspettano, aspettano, aspettano. Uno è in piedi inchiodato sul posto per l’eternità dei tempi. L’altra è  distratta e impaziente. Guai a lei se si stanca e se ne va!”. 

don Walter Magni