Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 10 agosto 2025.
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Arricchire facendosi poveri
Quante attese per una festa. Mesi di lavoro per preparare un fugace giorno di godimento, che il più delle volte delude le attese e lascia dietro a sé volti tristi e malinconici.
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Accade anche nella vita: si fanno tanti sforzi per preparare un futuro che poi si rivela irraggiungibile miraggio. L’agricoltore insensato della parabola della scorsa domenica ne è un esempio; si è impegnato, ha avuto fortuna, ma alla fine si è visto sfuggire di mano il frutto del suo lavoro. Tante fatiche per niente!
I beni offrono una sensazione di sicurezza, promettono di soddisfare ogni bisogno e ogni desiderio, da ciò scatta il meccanismo psicologico che porta all’accumulo e all’idolatria. Le ricchezze danno l’idea d’essere solide, incrollabili, durature: sopravvivono a chi le possiede. In realtà lo ingannano, lo privano di tutto e lo lasciano a mani vuote.
Il saggio Qoèlet ammoniva: “Chi ama le ricchezze non le gode. Con l’aumento dei beni, aumentano quelli che li mangiano, e cosa resta al padrone se non esserseli visti passare sotto gli occhi?” (Qo 5,9-10).
Come evitare di ritrovarsi in questa situazione al termine della propria vita?
Gesù ripete più volte la sua proposta sconcertante: Vendi tutto, dà il ricavato ai poveri. Come interpretare queste sue parole? Si rende conto che sta chiedendoci di rinunciare a ciò che costituisce la gioia del nostro cuore? Viene a scardinare tutte le nostre sicurezze?
Sì, e lo fa per renderci beati.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Quante volte il Signore è già venuto e non mi sono fatto trovare! Ma verrà ancora”.
Vangelo Lc 12,32-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 32 “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno.
33 Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. 34 Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
35 Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; 36 siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. 37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! 39 Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”.
41 Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”.
42 Il Signore rispose: “Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. 44 In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. 47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”.
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Il brano inizia con l’esortazione: “Non temere piccolo gregge perché al Padre vostro è piaciuto darvi il regno” (v.32). I discepoli hanno paura: sanno di essere pochi e deboli di fronte ad un mondo ostile. Si spaventano perché il male è forte, trionfa ovunque, sembra incontenibile e si sentono fragili ed incapaci di opporvi resistenza. Il regno di Dio – assicura Gesù – verrà perché non è opera dell’uomo, è dono del Padre.
Poi il tema entra nel vivo. Dal Vangelo della scorsa domenica si poteva dedurre che l’agricoltore stolto aveva commesso due errori: non si era arricchito davanti a Dio e si era fatto cogliere di sorpresa dalla morte.
Cosa avrebbe dovuto fare? Come ci si arricchisce davanti a Dio? Semplice – risponde oggi Gesù – vendete ciò che avete e datelo in elemosina… (vv.33-34).
Il ricco che ha accumulato molti beni li ha dovuti lasciare in questo mondo, non ha trovato il modo per portarli con sé. Assillato dalle preoccupazioni di questo mondo – i campi, i raccolti, i magazzini – non ha avuto tempo per ascoltare quella Parola che gli avrebbe rivelato il segreto per non perdere i suoi capitali, per “trasferirli in cielo”. Ecco cosa si sarebbe sentito suggerire da un saggio dell’AT: “Da’ i tuoi beni in elemosina. Non distogliere mai lo sguardo dal povero. La tua elemosina sia proporzionata ai beni che possiedi: se hai molto, da’ molto; se poco, non esitare a dare secondo quel poco. Così ti preparerai un bel tesoro per il giorno del bisogno, poiché l’elemosina libera dalla morte e salva dall’andare tra le tenebre. L’elemosina è un dono prezioso davanti all’Altissimo” (Tb 4,7-11; Cf. Sir 3,29-4,10; 29,8-13).
Le riflessioni di Gesù sono in sintonia con l’insegnamento tradizionale dei sapienti del suo popolo: chi accumula beni per sé – dice – li vede poi consumati dalla tignola o fuoriuscire da borse sdrucite e perdersi scioccamente per strada. “Come ombra è l’uomo che passa – ricorda il Salmista – è solo un soffio che agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga” (Sal 39,7). Meglio, molto meglio darli in mano a un “banchiere” sicuro – Dio – il quale, nel momento del bisogno, li restituirà con “lauti interessi”.
Questa immagine è ben nota al tempo di Gesù. Il figlio della regina di Adiabene – convertitosi con la madre al giudaismo verso il 50 d.C. – rispondeva così a chi lo accusava di sperperare i suoi beni aiutando i bisognosi d’Israele: “I miei avi accumularono tesori per quaggiù, io invece accumulo tesori per lassù. Essi hanno accumulato tesori in questo mondo, io invece per il mondo avvenire”.
Alla seconda domanda – come non farsi cogliere di sorpresa? – Gesù risponde con tre parabole.
La prima (vv. 35-38): un signore è uscito per andare ad una festa di nozze ed ha lasciato a casa i suoi servi. Questi sanno che il padrone tornerà, ma non conoscono l’ora: potrebbe giungere nel bel mezzo della notte o poco prima dell’alba ed essi devono essere pronti ad accoglierlo. Quando e come viene il Signore e che significano queste immagini enigmatiche?
La risposta che ci viene spontanea è: bisogna essere preparati per accogliere il Signore al termine della vita. Non è esatta.
La vigilanza equivale alla costante disponibilità al servizio. Il cristiano non ha momenti liberi in cui può ripiegarsi su se stesso nella ricerca del proprio tornaconto, momenti in cui non è pronto a soccorrere chi ha bisogno del suo aiuto.
Due immagini descrivono in modo efficace il discepolo vigilante: egli ha la cintura ai fianchi e mantiene la lucerna accesa. Non spegne la luce, non mette sulla porta di casa il cartello “non disturbare, sto dormendo”. Chiunque ha bisogno di lui deve sapere che egli è a completa disposizione.
Ha le vesti sempre rimboccate. In Oriente gli uomini usavano lunghe vesti, in casa le lasciavano sciolte, ma quando si mettevano al lavoro o partivano per un viaggio si cingevano i fianchi e le sollevavano per essere più liberi nei movimenti. Il discepolo è dunque sempre in servizio.
La parabola si conclude con una delle immagini più belle di tutta la Bibbia: beati quei servi che, al ritorno, il padrone troverà vigilanti. Egli si cingerà le vesti, li farà sedere a mensa e passerà a servirli. Ce n’è una altrettanto commovente nel libro dell’Apocalisse: “Egli sarà il Dio-con-loro e tergerà ogni lacrima dai loro occhi” (Ap 21,3-4). È la promessa della beatitudine riservata a coloro che fanno parte del regno di Dio.
La seconda parabola (vv.39-40): il Signore è paragonato a un ladro che irrompe all’improvviso. Immagine singolare, mai usata prima nel giudaismo, ma che ha avuto fortuna presso i cristiani. È stata ripresa da Paolo: “Voi ben sapete – scrive ai tessalonicesi – che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore” (1 Ts 5,2). L’hanno usata anche Pietro: “Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno” (2 Pt 3,10) e l’autore dell’Apocalisse (Ap 3,3; 16,15).
Strana immagine! È ben antipatico un Dio che aspetta il momento meno opportuno – quello in cui l’uomo è impreparato – per coglierlo di sorpresa e condannarlo alla perdizione.
Il significato della parabola non è questo. Non sarebbe più una “lieta notizia”, un “Vangelo”, sarebbe solo una sterile minaccia.
È vero che il Signore viene incontro all’uomo al termine della vita. Quella è certo la più importante delle sue venute ed è necessario farsi trovare preparati, tuttavia, se osserviamo bene, non sempre la morte si comporta come un ladro. In genere si fa annunciare, è preceduta da segnali ben precisi: la vecchiaia, la malattia, i dolori, il deperimento.
Sono altre le venute improvvise del Signore, venute che colgono di sorpresa come quelle di un ladro. Sono quelle in cui egli si presenta non per rubare, ma per salvare, per invitare ad accogliere il regno di Dio.
L’immagine del ladro ha un innegabile tono intimidatorio. Lo scopo è quello di mettere in guardia dal pericolo di perdere delle opportunità di salvezza che mai più si ripresenteranno.
La terza parabola (vv. 41-48) viene introdotta come risposta a Pietro che chiede al Signore chi sono coloro che devono mantenersi vigilanti. Tutti – è la risposta – ma specialmente coloro ai quali nella comunità sono stati affidati compiti di responsabilità.
Costoro sono chiamati “amministratori”, non padroni. Hanno fra le mani dei beni che non appartengono a loro e dei quali dovranno rendere conto.
Il loro ministero può essere svolto in due modi. Possono comportarsi come il servo fedele e saggio che “distribuisce a tempo debito la razione di cibo” a tutta la servitù (v.42). Si impegnano cioè nel servizio generoso a favore dei fratelli della comunità.
Ma possono anche agire per vile interesse e farla da padroni sulle persone a loro affidate (1 Pt 5,2-3).
Luca descrive il comportamento dei servi infedeli con crudo realismo: parla di gente che poltrisce, che sperpera in bagordi e gozzoviglie, che usa toni arroganti e si comporta in modo dispotico. Ha chiaramente presente situazioni incresciose, casi concreti poco esemplari di alcuni responsabili delle sue comunità. Egli li vuole richiamare – con le parole severe del Maestro – ad un maggiore senso di responsabilità.
Il pericolo che costoro stanno correndo è di ritrovarsi, al termine della loro vita, esclusi, “tagliati fuori” dal gruppo dei discepoli e di venire collocati fra gli infedeli (v.46). Sono membri eminenti della Chiesa, eppure su di loro pende una drammatica e inattesa sentenza: Dio li considera dei falliti. Non vengono – s’intende – condannati all’inferno, ma sarà tragico per loro dover ammettere, quando ormai non potranno più porvi rimedio, che hanno impiegato i doni di Dio nel peggiore dei modi.
L’immagine delle bastonate con cui si chiude il brano, riflette un contesto sociale in cui si ricorreva spesso a punizioni severe e anche crudeli contro chi non faceva il proprio dovere. Il Signore non punisce nessuno. L’immagine vuole sottolineare quanto è deprecabile il comportamento di queste guide della comunità. Esse si trovano nella condizione privilegiata di chi ha conosciuto meglio degli altri la volontà del Signore e sono ugualmente infedeli. La loro responsabilità è maggiore.
Nel sito Settimana News sono presenti anche i commenti alla prima e seconda lettura.
